Il mio 2011, secondo Facebook
•gennaio 10, 2012 • Lascia un commentoWe didn’t need dialogue. We had faces! // The Artist
•dicembre 11, 2011 • 3 commentiE poi escono quei film che ti mettono in pace con il mondo.
The Artist è uno di quei film. Già perchè dopo averlo visto ringrazi tutti gli dei in cui non credi per avere avuto la fortuna di essere uno dei 6 presenti in una delle 20 sale italiane in cui è stato distribuito (un vero peccato e piccola polemica: tutto il coraggio di regista e produttore sono completamente mancati ai distributori), da cui ti trovi ad uscire con fare spavaldo e fiero.
Ambientato negli anni 20 / 30, in quel periodo di transizione tra i “silent” e l’avvento dei “talkies” ovvero i film “parlati”, The Artist racconta di George Valentin, divo incontrastato del cinema muto, che si trova totalmente impreparato a causa del suo orgoglio ma anche della sua mancanza di coraggio, a fronteggiare l’avanzata delle pellicole sonore e che, rifiutandosi di seguire la corrente e le richieste del pubblico perde tutto.
Perchè non perde solo la carriera, ma in una spirale discendente così tipica di quei film muti che The Artist vuole ricordare, George perde il suo patrimonio nella crisi del ’29 e dopo un tentativo registico fallito miseramente finisce in disgrazia. Solo il suo cane e il suo autista gli restano fedeli quando anche la moglie, stanca del suo silenzio prima ancora che dei suoi flirt, lo abbandona.
La storia di George si intreccia con quella di Peppy, aspirante attrice, e anche in questo il protagonista ha poca fortuna: quando lei si getta tra le sue braccia lui è troppo accecato dalla sua stessa fama per accorgersi di esserne innamorato e quando invece i punti di vista si ribaltano una volta che lei diventa una diva del “nuovo” cinema, il suo orgoglio gli impedisce ancora una volta di accettare l’aiuto e l’amore che lei vorrà offrirgli.
Il personaggio interpretato (magnificamente) da Jean Dujardin è nonostante la mancanza di battute uno dei più intensi visti quest’anno e negli ultimi anni (e forse apre un filone di grandi protagonisti “muti”, dopo il Gosling di Drive?) e una buona fetta dei meriti vanno in questo caso proprio a Dujardin perchè riesce con il linguaggio del corpo a fare ciò che per nostra abitudine farebbero le parole tanto che una per quanto bravissima Berenice Bejo deve fare molta fatica per tenersi sullo stesso livello.
Le citazioni sono praticamente infinite e in questo il regista Hazanavicius dimostra un amore immenso per il cinema: si va da Lubitsch a Quarto Potere, da E’ nata una stella a Fred Astaire ma soprattutto c’è tanto, tanto, Viale del Tramonto. Oltre al fedele autista servitore e alla parabola della star in decadenza, le battute che qui mancano viene da metterle noi e sono tutte quelle di Gloria Swanson in Sunset Boulevard: “Io sono sempre grande. È il cinema che è diventato piccolo”, “A noi non occorrevano i dialoghi, bastava il volto”.
Queste citazioni, insieme all’ utilizzo del formato 4:3, la scelta oculata di quali scene accompagnare da cartelli (poche, pochissime), degli infiniti toni di grigio e alcune scene “sorprendenti” (e mi limiterò a questo aggettivo per non spoilerare alcunchè) rendono la regia di Michel Hazanavicius di un’intelligenza e bellezza rare.
The Artist poteva con molta facilità diventare un esercizio di stile per nerd cinematografici fatto da nerd cinematografici ma grazie ad una sceneggiatura che unisce il melodramma classico del cinema anni 20 / 30 ai risvolti psicologici alla commedia riesce ad essere un magnifico e attualissimo gioiello che in un periodo in cui tutto diventa 3d è talmente coraggioso da diventare innovativo e perchè no… Rivoluzionario.
Googled // Search Engine Terms // 4
•novembre 30, 2011 • 7 commentiLa situazione si fa preoccupante.
Siamo alla quarta puntata dei termini più utilizzati per raggiungere questo blog e dopo Elvira, Fabio Volo Shirtless e Ronaldo, questa volta troviamo in prima posizione di prepotenza e sotto innumerevoli forme qualcosa a cui nessuno avrebbe mai voluto pensare: le tette di arisa.
Ricercate così, molto semplicemente, o in modi decisamente più agghiaccianti come “arisa tette enormi” “arisa capezzoli”, o sottoforma di affermazioni tipo “arisa ha le tette grosse” e infine “arisa tette da paura”.. Ecco paura è la parola giusta in questo caso.
Per stare in tema ritornano i famosi “super capezzoli”, ormai leggendari e immaginati come protuberanze della fidanzata di uno dei Transformers.
Gettonatissimo ancora Black Swan il che un po’ mi consola, e mi consola ancora di più vedere al terzo posto Freaks and Geeks! Sarà per l’aumento di popolarità di Franco? Possibile.
Ma veniamo alle stranezze di quest’ultimo periodo.
- Иисус Христос
- Веронезеповязка хамас
- Гейзеры фото
- шторы гардины
Premetto che non ho idea di cosa significhino queste parole quindi potrebbero aver ricercato qualsiasi cosa (il perché siano arrivati qui rimane un mistero irrisolto e credo lo rimarrà sempre)
Qualche studioso del russo può illuminarmi? Sento che dietro quei simboli si nascondono delle perle.
- 9788804511700
Ora.. cosa avrà mai cercato? Un numero di carta di credito? Numero di assistenza sanitaria? Assicurazione? Codici delle bombe atomiche?
- Stiratura chimica uomo
Ovvero? Il dubbio che si tratti di un tentativo di cercare “sterilizzazione chimica” con iphone è decisamente concreto. In caso contrario immagino robe che neanche Jeffrey Dahmer.
- Tette nude senza reggiseno commestibile
Questa è un po’ come l’indovinello “Mentre andavo nelle ardenne vidi un uomo e 7 donne, ogni donna 7 sacchi, ogni sacco 7 gatte, ogni gatta 7 figli. Quanti andavan nelle Ardenne?” Nessuno, dannazione… quindi due tette senza reggiseno commestibile sono due tette, no? Certo che siete strani voi porn addicted..
- Grossisti sottogiacca elegante donna nude
Questo va oltre la mia comprensione.
- Mtv io amo persempre vi amente 2001
- Vasca da bagno con tramonto
- isa…ho visto il trailer da te pubblicato…ma sei già andata a vederlo?
Così.. nella barra di ricerca di google scriviamoci anche i pensierini
- Tonno gigante mostro
Sezione “le perversioni più disgustose ever”
- Donna paralizzata cazzo
- Supposta nel culetto
- Cavallo enorme
Sezione “quelli che con una ricerca del genere non troveranno nulla neanche se cercano fino al 2030”
- canzone country con cassetta verde
- pugile con capelli lunghi
- tartan film di Spielberg
- urlo di Much
- gioco distanza record uccellino x iphone
- carcere camerino stanza (cercarne uno alla volta no?)
Sezione “chi te l’ha chiesto”
- IO CREDO IN HARRY POTTER
Sezione “inventiamo parole nuove”
- Granculi
Sezione “BUONA FORTUNA”
- Il significato di “Tree of Life”
But no, no, John Hughes did not direct my life // Super 8
•ottobre 25, 2011 • 3 commenti
I want John Cusack holding a boombox outside my window. I wanna ride off on a lawnmower with Patrick Dempsey. I want Jake from Sixteen Candles waiting outside the church for me. I want Judd Nelson thrusting his fist into the air because he knows he got me. Just once I want my life to be like an 80′s movie, preferably one with a really awesome musical number for no apparent reason. But no, no, John Hughes did not direct my life.
La citazione qui sopra è presa da Easy A, una delle commedie migliori degli ultimi anni e che riassume bene il senso di ciò che sto per dire, cioè: Ridateci John Hughes
E’ vero, i ragazzini di ora non hanno più bisogno di film “da ragazzini”. O meglio, ne avrebbero bisogno, ne avrebbero avuto bisogno prima di passare direttamente dal pannolino alle bestemmie.. ma ora è troppo tardi.
Ed è un peccato, perchè crescono già con Jersey Shore e saltano tutta quella parte fondamentale dove tendenzialmente non dovresti vedere o intravedere più di un limone, dove dovresti immaginarti le cose.. provarle ed emozionarti, prima di farle.
Noi invece, siamo stati fortunati. Siamo stati cullati, cresciuti ed educati da John Hughes e da Steven Spielberg, abbiamo conservato un pò di innocenza illudendoci di cose assurde, tipo che un bonazzo come John Cusack ti si potesse presentare davanti alla porta con una radio in mano… o che se una sfigata come la Bella in Rosa alla fine usciva vincitrice beh, potevamo farcela tutti.
Abbiamo imparato a bigiare con Una Pazza Giornata di Vacanza, sognato i pirati e avventure pazzesche con Ritorno al Futuro e i Goonies che probabilmente hanno anche plasmato un senso dell’amicizia che ci portiamo dietro tutt’ora.
Illusi, forse, ma fortunati senz’altro. Per questo un film come Super 8 è stato percepito più che altro come un’operazione nostalgia che non un film per ragazzi dell’età a cui era destinato e per questo forse le sale erano piene di trentenni commossi e non di adolescenti sognanti.
Il regista è J.J. Abrams, che ha anche scritto il film, un pò l’erede di Spielberg dal punto di vista della creazione di immaginari leggendari (basti pensare a Lost, Alias, o al bellissimo prequel di Star Trek) e la versione un pò nerd di registi alla Michael Bay. Una garanzia insomma, perchè se proprio non doveva essere Spielberg a dirigere, Abrams è quello che ispirava più fiducia.
La trama è quella che aspettavamo da 20 anni: un gruppo di amici sta girando un film per un concorso e durante una delle riprese assistono ad un misterioso disastro ferroviario causato da un vecchio professore, che fa deragliare un treno di proprietà dell’esercito. Da quel momento nella piccola cittadina dell’Ohio iniziano a susseguirsi misteri, sparizioni ed eventi inspiegabili, che il gruppo di ragazzi si troverà a fronteggiare insieme al vice sceriffo, padre vedovo di uno dei protagonisti.
Il punto di forza del film sono i personaggi, ai quali Abrams ti fa affezionare prima ancora che alla trama stessa, come accadeva proprio con i film di Hughes e come accadeva negli anni 70 80, prima che l’effetto speciale fosse ciò attorno a cui viene costruito il blockbuster.
Abbiamo tutti i personaggi classici: quello un pò strambo e piromane, quello tonto, quello grassoccio innamorato della protagonista del film e quello tenero, triste, a cui è morta la madre e che conquista la ragazza più bella quanto irraggiungibile. Li si ama da subito, per via di dialoghi divertenti e mai banali, battute e ironie reciproche e quelle situazioni in cui è così facile riconoscersi che sembra di essere tornati alle medie.. e il segreto è tutto lì. Una volta che arriva l’epilogo il trasporto è tale che sembra di stare di nuovo davanti a ET e a fare il tifo per l’ extraterrestre (le citazioni sono un’infinità, nonostante Abrams mantenga il suo stile e la sua identità questo è il film di Spielberg che Spielberg non ha mai girato) e una cosa è certa: proprio come allora sarà impossibile non versare almeno una lacrima.
Un pò per nostalgia, un pò per i ricordi , un pò anche per gratitudine: grazie Steven e grazie JJ per averci fatto tornare bambini per un paio d’ore!
If it is a choice between Vomit and Apes… I choose Apes
•ottobre 6, 2011 • 7 commenti
Quello che sto per scrivere probabilmente farà inorridire molte persone, ma non mi tirerò indietro e sparerò subito la cartuccia che mi seppellirà: è possibile che mi abbia emozionato più Cesare lo scimpanzé del vomito di Kate Winslet. Detta così può risultare negativa per Kate Winslet, senza dubbio, ma non è questo l’intento del post.
Aspettavo Carnage da parecchio. Il cast stellare prometteva benissimo, e con il trailer si è avuta conferma che sarebbe stato quello che ci si aspettava: una prova di talento incredibile di 4 attori straordinari.
E così è stato, voglio dire loro sono tutti bravissimi, i dialoghi sono strepitosi e alcune battute sono già cult.. Ma.
Un MA grande quanto una casa per quanto mi riguarda, ovvero: io, però, non mi sono emozionata per niente.
Non metto in dubbio che possa essere anche stata colpa del doppiaggio che detesto e di cui ho già parlato, ma per quanto possa essermi arrivata la grandezza dei 4 protagonisti e la loro fisicità, mai come in questo film fondamentale, alla fine del film ero semplicemente stremata. Affaticata. Forse era questo l’intento, mostrare la banalità esasperata della natura umana in condizioni di benessere, il disinteresse più totale nel compiere atti con la consapevolezza di provocare fastidio nel prossimo, l’ipocrisia e la menzogna usati per uscire da situazioni scomode. Se l’intento era questo, il film è senza dubbio riuscito e la parte di me che brama una recitazione di così alto livello è soddisfatta, ma non lo è senz’altro quella che va al cinema per interpretare ed emozionarsi.
E’ tutto confezionato benissimo, non ci sono sbavature e questo mi ha fatto pensare più volte che si trattasse più di un esercizio di stile per regista e attori che molto altro. La sensazione a fine pellicola non ha fatto che confermarmelo: nonostante le urla, nonostante le parole forti (qualcuna) Carnage l’ho trovato un film inutile, senz’anima. Non c’è confronto, non vuole dire nulla, e le cose che vuole dire sono banali, ovvie, la ripetizione costante “usciamo dall’appartamento / non usciamo dall’appartamento”, che funziona per un pò e ti rende più chiaro il fastidio reciproco e l’ipocrisia delle due coppie, alla lunga diventa forzata e poco credibile.
La cosa più sopra le righe è la vomitata di Kate Winslet, e non è che sia un buon segno, a meno che si parli dell’Esorcista.
Con spirito decisamente più leggero invece sono andata a vedere l’Alba del Pianeta delle Scimmie. E wow. Che non è un commento tecnico, ma wow è quello che ho pensato a fine visione. Ha certamente i suoi difetti, i suoi limiti e le sue incoerenze ma per questo e per il fatto che non abbia pretese l’ho trovato un film perfetto. E le Scimmie. Io mi ci sono affezionata, realistiche, comunicative in maniera impressionate.
Sfido chiunque a non essere dalla loro parte alla fine, e a non sperare che in effetti prendano loro il controllo del pianeta perchè con molta probabilità farebbero meno danni. Non ho trovato ci fossero momenti “di stanca” o troppo melensi benchè l’arrivo della storia d’amore mi avesse preparato al peggio, e i sottotesti non si contano: l’egoismo dell’uomo che considera il proprio bisogno e la propria opinione come l’unica possibile. Il bene nostro è il bene di tutti. Le nostre usanze sono le uniche accettabili.
Franco è bravissimo, la Pinto un pò meno ma non importa, perchè è Cesare la cosa più importante del film. E’ a lui che ci affezioniamo prima, quando è un’indifesa scimmietta salvata dall’abbattimento, e per cui tifiamo poi, quando scappa insieme alle altre scimmie recluse e ci fa il culo che ci meritiamo… e badate bene non è pessimismo, disfattismo: è speranza.
Ben vengano tanti Cesare quindi, e meno inutile e fastidiosa middle class.
Uninvited.
•settembre 16, 2011 • 2 commentiNon è proprio insonnia.
No, l’insonne tenta disperatamente di dormire, farebbe qualsiasi cosa pur di abbandonarsi all’incoscienza, ad un sonno profondo non importa se popolato di sogni oppure no.
Questo è un caso diverso, opposto forse, è una lotta all’ultimo sangue tra il sonno che ti attanaglia e la mente che non vuole riposare e non si rassegna alla sconfitta.
Stai per abbandonarti, senti che i pensieri si fanno più radi..lenti..chiudi gli occhi ed è lì che arriva il pugno che ti scuote nel letto: immagini di cose che vorresti cancellare, cose che non vorresti vedere, addirittura sensazioni tattili, olfattive.
Ed è così così che compare lei ogni singola volta, a pezzi, mai intera.
Vedi braccia, le senti sotto le tue mani, apri gli occhi.
Capelli e silenzio. Apri gi occhi.
Il suo profumo impregna la stanza tanto che finisci per convincerti di averlo in casa da qualche parte. Apri gli occhi. Guardi il cellulare, che non si sa mai, e nella delusione cambi posizione.
Ogni immagine è una scossa elettrica ed è evidente che con un certo masochismo incosciamente la desideri perché diventa un bisogno irrinunciabile, una droga, e inizi ad andare a dormire qualche minuto prima ogni sera per avere più tempo, più buio per stare finalmente sola con lei.
Rivedi le stesse scene decine di volte dandoti spiegazioni diverse, le guardi da angolazioni diverse con la speranza che il finale possa cambiare. Analizzi gesti così tante volte che inizi a pensare che non siano reali ma il parto della tua fantasia, non fosse che questi gesti si sommano gli uni agli altri, giorno dopo giorno.
E’ follia. Ossessione, vorresti guarire ma non dipende da te o almeno questa è la giustificazione che ti dai. Vorresti uscirne, ma ti ritrovi a commettere gli stessi errori.
Così si aggiungono immagini di baci e mani che si stringono e la gelosia diventa insostenibile quanto immotivata, talmente immotivata che te ne vergogni perché vivi nell’ombra di un amore che non è il tuo appropriandoti dei sentimenti di qualcun altro.
Stavi meglio quando da dietro la tua corazza scintillante schernivi qualsiasi tipo di sentimento? Certo.
Quindi, credi ne valga la pena? Certo.
E allora non ti lamentare, cazzo.
Country is as country does!
•agosto 23, 2011 • 25 commentiAvevo 4 anni. E’ incredibile come certe cose si ricordino distintamente al contrario di altre (cit.), e la mattina da cui parte questa storia è una di quelle cose di cui ti sembra di avere un filmato nella testa.
All’epoca mio padre gestiva una videoteca e questo ci permetteva di vedere tutto o quasi quello che usciva o che addirittura non usciva in Italia come nel caso di alcune videocassette musicali che era difficile trovare se non nei negozi specializzati. Così quella mattina venne da me con un sacchetto dal quale tirai subito fuori una cassetta con la custodia verde e in copertina quelli che a me sembravano due angeli. Letteralmente, ricordo che dissi proprio così: “Papà ma chi è, è un angelo!”
Era la cover del live Kenny & Dolly: Real Love ed entrambi apparivano tutti scintillanti, come se brillassero di luce propria.. lei vestita di nero, lui di bianco, tutti pailettati.
Da quel giorno vidi quella videocassetta praticamente una volta alla settimana, alternandola a quella di Fiori D’Acciaio (perchè sì, Dolly sarà sempre Truvy per quanto mi riguarda, che mi ha insegnato tra le altre cose che non si esce di casa senza bustino e che è meglio diffidare di chi si fa i capelli da solo) con quell’ossessione tipica dei bambini che non si stancano mai di rivedere le stesse cose, e ricordo che ciò che più mi colpiva pur non capendo ovviamente una parola di quello che dicevano era la felicità che emanavano. Le risate. Il sorriso sulle labbra, sempre.
Mi affezionai a loro e in modo particolare a Dolly, perché aveva questo modo rassicurante e onesto di raccontare le cose che traspariva da ogni gesto, ogni canzone o battuta assolutamente unico, come unica era la forza del messaggio che lanciava, nonostante non riuscissi ancora a decifrarlo.
Non sono sicura che il suo aspetto esteriore abbia in qualche modo contribuito, certo ricordo che trovavo incredibile che avesse quelle unghie e ci suonasse la chitarra, che avesse quelle tette e quei capelli e se li portasse dietro con tanta sicurezza; solo con gli anni, e approfondendone i testi, mi sono resa conto che per quanto possa dare l’idea a prima vista di qualcosa di artefatto, Dolly è l’artista più sincera che conosca. Non credo esista esempio più lampante del detto “don’t judge a book by its cover”, perché dietro la facciata eccessiva (sulla quale tra l’altro scherza lei stessa spesso e volentieri), dietro a quel suo essere una specie di drag queen campagnola con immense cofane e abiti scintillanti, tacchi altissimi e un viso che ha scelto di modificare anno dopo anno, radicalmente, dietro a tutte queste cose si nasconde una delle più grandi songwriters americane di sempre.
Quello che si riesce a comprendere dell’America di un determinato periodo e in particolare delle zone rurali sentendo le sue canzoni è impossibile farlo in altro modo perchè Dolly (come il country stesso e il folk, che amo per questo motivo) è la versione “moderna” dei racconti tramandati di generazione in generazione: i suoi testi danno un’idea chiarissima di quella che doveva essere ed è la vita di una determinata parte della popolazione, proprio come grazie a Springsteen abbiamo un’idea chiarissima della vita e dei sogni dei blue collars.
Non sono mai stata il tipo che preferisce la musica che solleva il morale e ho sempre considerato belle le canzoni alla fine delle quali sei con la testa nel forno e la mano nel tritarifiuti.. così per andare sul sicuro, quindi non è esattamente una delle mie argomentazioni di punta quella che segue ma: Dolly mette di buon’umore. Punto. Se dovesse servirvi un motivo che non è nessuno di quelli che posso aver elencato sopra, questo fa al caso vostro.
Mette il sorriso, ti fa sentire in pace con il mondo e perché no, anche vicino alla spiritualità senza il bisogno di usare paroloni: Hallelujah, he’s alive! ti trovi a urlare in macchina, e ti ci fa credere nonostante tu sia il più fervente degli atei. Non è spiritualità spicciola, intendiamoci. Ma non è nemmeno nulla di filosofico: è quella religiosità che deriva dalla povertà e dal dovere per forza vedere qualche cosa, un senso, dietro alla vita che ci si trova a vivere. Non dico di condividere questo punto di vista, ma un po’ come per il Gospel credo che anche nel caso di Dolly l’utilizzo di Dio come destinatario delle canzoni non le renda incomprensibili a chi non crede, sempre però che si sia abbastanza aperti da ascoltarle come se fossero storie, e basta. E sono belle storie, di un’umanità affamata, personaggi assurdi e mitologici, amori rubati, amori finiti e alla fine di tutto questo, incredibilmente: ottimismo. E’ proprio in questo ossimoro che sta il senso della musica country: le lacrime sono necessarie, per farti apprezzare le buone giornate.
Tutto questo preambolo per rendere comprensibile perché fosse così importante e surreale per me incontrarla, perché se vedere tutta la propria vita riassunta in un un’unica persona è difficile, riuscire a metterle un braccio intorno alla vita e sentirsi ringraziare di essere lì è incredibile.
E lo è stato. Dannazione, io ancora non ci posso credere. Sento l’ansia che minuti prima a momenti non mi faceva vomitare nei cestini dell’arena, con la gente che passava a fissava i nostri pass attaccati alle magliette. E sento ancora il tartan sotto le mie mani, il fatto che pensassi, non so perchè, che probabilmente non avesse mai fatto prima un meet and greet con il tartan né tantomeno senza neanche un brillantino. Vedere i suoi capelli e pensare che cazzo me lo potevo anche portare un phon invece di fare asciugare i capelli all’aria. Il sorriso ebete che ho avuto in faccia fissandola mentre faceva le foto con gli altri vincitori, il fatto che mi sembrasse minuscola. Quella risata che aspettavo arrivasse proprio a me da più di 20 anni e grazie all’iPhone sarà mia per sempre e poi thanks for being a fan e la mano che mentre mi allontano rimane nella sua e non ho ancora capito chi delle due non volesse lasciare l’altra. Probabilmente io, inconsciamente, ma in fondo ero io che me ne stavo andando, no? Preferisco pensare volesse dirmi qualcosa, tenendomi per un momento la mano e lasciandola poi lentamente, quasi che avesse capito qualcosa guardandomi negli occhi, in quei pochissimi secondi. Che ci avesse letto questo post, forse.
A tribute to the Chelsea Hotel.
•agosto 12, 2011 • 2 commentiChe tristezza infinita. Ero ad un passo, un passo dal sogno di alloggiare nel posto che, per chi è cresciuto con un certo immaginario, equivale al Plaza, al Ritz di Parigi.. o meglio ancora, a San Pietro per i cattolici.
Un posto che riassume una città, un’epoca, uno stile di vita. L’arte, che si mischia con la vita e ci si paga l’affitto.
L’hotel Chelsea.
Un passo, dicevo. E invece niente. Pochi giorni fa il Chelsea Hotel è stato chiuso, ha cambiato proprietari, e non si sa quando riaprirà nuovamente i battenti. Certo è che non sarà più “quel” Chelsea Hotel, descritto così bene da Patti Smith nella sua bio “Just Kids”:
“Sono in modalità Mike Hammer, sbuffo il fumo dello Kool leggo gialli da quattro soldi, sto seduta nell’atrio in attesa di William Burroughs. Entra vestito di gabardine nero e cravatta, abito grigio. Resto seduta qualche ora al mio posto a scribacchiare poesie. Lui riemerge dall’ El Quixote incespicando, scarruffato e un pò sbronzo. Gli raddrizzo la cravatta e gli chiamo un taxi. E’ la nostra routine silenziosa.
Nel mentre registro l’attività. Tengo d’occhio il traffico che circola nell’atrio adorno di pessime opere d’arte. Robaccia davvero invasiva scaricata addosso a Stanley Bard a mò di pigione. L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qui è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.
L’ascensore è fiacco. Salgo al settimo piano per vedere se c’è Harry Smith. Poggio la mano sul pomello della porta, origlio soltanto silenzio. Le pareti gialle hanno un’aria istuzionale, da prigione scolastica. Infilo le scale e torno in camera nostra. Faccio pipì nel bagno in corridoio che condividiamo con altri sconosciuti pensionanti. Apro la porta. Non c’è traccia di Robert, a parte un bigietto sullo specchio.
Vado sulla quarantaduesima. Ti Amo. Blu.
Ha sistemato le sue cose, a quanto vedo. Riviste maschili impilate con cura. La rete di metallo arrotolata e legata, e le bombolette di vernice spray allineate sotto il lavandino.Accendo il fornello elettrico. Prendo dell’acqua del rubinetto. Bisogna lasciarla scorrere un momento perche all’inizio scende marrone. Soltanto un pò di ruggine e di deposito, dice Harry. La imia roba è nell’ultimo cassetto. Tarocchi, fiocchi di seta, un barattolo di Nescafè e la mia tazza – una reliquia della mia infanzia col ritratto di Uncle Wiggily, coniglio gentiluomo. Estraggo la Remington da sotto il letto, sistemo il nastro e inserisco un foglio di carta a protocollo. C’è molto da raccontare.”
In inglese:
From “Hotel Chelsea” in Just Kids by Patti Smith
I’m in Mike Hammer mode, puffing on Kools reading cheap detective novels sitting in the lobby waiting for William Burroughs. He comes in dressed to the nines in a dark gabardine overcoat, gray suit, and tie. I sit for a few hours at my post scribbling poems. He comes stumbling out of the El Quixote a bit drunk and disheveled. I straighten his tie and hail him a cab. It’s our unspoken routine.
In between I clock the action. Eyeing the traffic circulating the lobby hung with bad art. Big invasive stuff unloaded on Stanley Bard in exchange for rent. The hotel is an energetic, desperate haven for scores of gifted hustling children from every rung of the ladder. Guitar bums and stoned-out beauties in Victorian dresses. Junkie poets, playwrights, broke-down filmmakers, and French actors. Everybody passing through here is somebody, if nobody in the outside world.
The elevator is slowgoing. I get off at the seventh floor to see if Harry Smith is around. I place my hand on the doorknob, sensing nothing but silence. The yellow walls have an institutional feel like a middle school prison. I use the stairs and return to our room. I take a piss in the hall bathroom we share with unknown inmates. I unlock our door. No sign of Robert save a note on the mirror. Went to big 42nd street. Love you. Blue. I see he straightened his stuff. Men’s magazines neatly piled. The chicken wire rolled and tied and the spray cans lined in a row under the sink.I fire up the hot plate. Get some water from the tap. You got to let it run for a while as it comes out brown. It’s just minerals and rust, so Harry says. My stuff is in the bottom drawer. Tarot cards, silk ribbons, a jar of Nescafé, and my own cup—a childhood relic with the likeness of Uncle Wiggly, rabbit gentleman. I drag my Remington from under the bed, adjust the ribbon, and insert a fresh sheet of foolscap. There’s a lot to report.
Thank You Madonna
•luglio 26, 2011 • 8 commentiPerchè si sa, nessuna critica è vera come quella di un fan.
Basta poco.
Passi mesi, a volte anni, a denigrare il tuo idolo e ad elencarne i difetti: cosa non ti va bene, cosa vorresti che facesse ma puntualmente non fa, quale singolo avrebbe dovuto fare uscire, quale genere musicale sviluppare… Poi però bastano un paio d’ore e una discussione con dei “pagani” e rientri subito nel tunnel.
La premessa, obbligata, è il significato della parola fan. Una parola utilizzata in senso negativo spesso e volentieri ma che in realtà rappresenta uno stile di vita, almeno per quanto riguarda chi come me è fan di Madonna, perchè nessuno come lei rende completo il significato di questa parola.
Essere fan vuol dire trarre ispirazione dalle scelte di vita di un’artista per spronarsi a raggiungere i propri obbiettivi, dalle sue scelte artistiche per conoscere e approfondire cose a cui probabilmente non ci si sarebbe mai interessati.
Quindi finisce che ti ritrovi a 16 anni a conoscere e studiare la pittrice DeLempicka ad esempio, Frida Kahlo e Diego Rivera, Herb Ritts, Keith Haring, Andy Warhol e Jean-Michel Baquiat, ti trovi a spaziare dai dittatori sudamericani ai produttori musicali o a guardare film faticosamente reperiti di dive degli anni d’oro di Hollywood mentre i tuoi coetanei probabilmente non vanno oltre lo studio di ciò che gli viene imposto, ciechi davanti a quella cultura che all’interno del sistema scolastico non è considerata tale.
Madonna per me è stata curiosità, crescita, conoscenza, e forse è stata più queste tre cose che non musica in senso stretto. Ha dato la forza a me come ad altri di prendere la strada che sentivo mia anche se era la strada difficile e mi ha dato l’entusiasmo per portare avanti le mie scelte. Sembreranno banalità, ma in questi giorni di lutto per Amy Winehouse mi sono tornate alla mente più volte queste motivazioni e mi sono sentita fortunata ad avere avuto un esempio come lei in un momento (il pieno dell’adolescenza, e non di quelle adolescenze particolarmente piacevoli) in cui basta un niente per sbagliare strada o per rassegnarsi a seguire quella che fin da bambini ci è stata imposta. Non voglio fare un discorso bacchettone, sia chiaro. Sono cresciuta con i racconti da figlio dei fiori di mio padre e con i gruppi rock anni 70 che mi faceva ascoltare, che le cose migliori le hanno fatte proprio quando non erano propriamente coscienti, ma in giorni come questi in cui è facile mitizzare mi sento di ribadire che è nell’Express Yourself madonnaro che credo stia la differenza tra Madonna e chiunque altro. Lei è stata ed è un modello da seguire e non parlo di modello “morale” perchè niente è più lontano dal suo personaggio. Modello di caparbietà, concentrazione, pragmatismo: non c’è qualcosa che non possa fare, se lo vuole veramente.
E’ stata la prima icona di livello mondiale ad occuparsi di problemi che esulano dal mondo dorato dello showbiz, la prima (e di questo recentemente ci si è dimenticati) a fornire un appoggio concreto agli omosessuali non solo dal punto di vista del finanziamento della lotta contro l’AIDS ma anche e soprattutto per quanto riguarda la liberazione “mentale”.
Certo per chi vede il pop in maniera superficiale è difficile comprendere cosa esattamente un personaggio come lei abbia dato all’arte e al costume degli ultimi 28 anni e non sono più in quell’età in cui si fanno crociate per difendere le proprie passioni, quindi lo scopo di questo post non è esattamente il proselitismo.
E’ semplicemente un ringraziamento a chi tra alti e bassi c’è sempre stato, chi è stato un’ispirazione e a chi ha condiviso e condivide con me tutt’ora questo viaggio.
Il resto non conta.
Melancholia // Lars Von Trier
•giugno 21, 2011 • 3 commentiDurante i primi minuti di Melancholia è impossibile non tornare con la mente a Antichrist e non solo per la presenza di Charlotte Gainsbourg che è la protagonista di entrambi i film, ma anche e soprattutto per l’incipit. Von Trier torna nuovamente alla formula del ralenty introduttivo e se è possibile riesce a farlo ancora meglio che in Antichrist: la musica (il Preludio a Tristano e Isotta di Wagner) e la fotografia di Manuel Alberto Claro che si avvicina ai più classici Tableau vivant creano un insieme meraviglioso che ci introduce al film con un pugno, proprio come era stato per Antichrist.
Questa volta però non ci illustra l’”inizio”, l’evento scatenante, l’evento drammatico in se da cui si sviluppa la storia, bensì la racconta in immagini.. la riassume quasi stessimo guardando uno storyboard e ci prepara a ciò che sta per accadere senza rivelare nulla della trama.
Il film si divide in due parti, la prima dedicata a Justine (una Kirsten Dunst immensa, che non ho mai apprezzato e conferma la capacità di Von Trier di tirare fuori il meglio dalle sue attrici, con la forza se necessario) e al giorno del suo matrimonio durante il quale la vediamo sprofondare sempre più nel baratro della depressione nonostante gli sforzi disperati della sorella Claire di evitarlo. Ed è qui che Von Trier (per quanto possa sembrare la parte più debole e confusa del film) da il meglio di se e realizza il capolavoro: riesce a fornire una rappresentazione della depressione delle più vere e non lo fa apertamente, no. Lars ti fa assistere alla distruzione di Justine lasciando che questa arrivi piano piano. C’è la negazione, il rifiuto dell’amore, la richiesta d’aiuto (alla madre, una favolosamente bastarda Charlotte Rampling), il gesto disperato e infine la scelta della solitudine. Quando ci accorgiamo di quello che sta accadendo è troppo tardi e Von Trier ha vinto ancora: il respiro accelera, diventiamo pesanti e ci avviamo verso la seconda parte del film con un macigno appoggiato sullo sterno.
La seconda parte è dedicata a Claire / Charlotte Gainsbourg e all’arrivo del terzo protagonista del film: Melancholia.
Qui le parti si invertono e mano a mano che il pianeta si avvicina alla terra Claire entra nel panico, cerca una soluzione, vuole risposte che non arrivano e finisce con il rimanere da sola a combattere la paura. Al contrario Justine reagisce invece con freddezza e rassegnazione, quasi che la totale distruzione sia l’unica via di uscita per la sua situazione.
Per una volta Von Trier non abusa delle sue attrici, per lo meno non lo fa umiliandole con la violenza come ci ha abituati in passato, lo fa in un modo più sottile e se possibile anche peggiore e per questo sarei curiosa di sentire cosa ha da dire in proposito Kirsten Dunst (un pò meno la Gainsbourg che dopo Antichrist deve aver pensato di essere sul set dei Vanzina).
Melancholia è un film che non da risposte, nè tantomeno fa domande vaghe a cui dare risposte personalizzate. Non consola. Melancholia ti trascina in una spirale di emozioni raccontando spietatamente una condizione, usando come pretesto immagini meravigliose quanto terribili per giungere ad una fine ineluttabile ma liberatoria che regala una delle più belle scene che si siano mai viste al cinema.













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