This Is Not It

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Ho provato a scrivere di Michael decine di volte, da giugno in poi. Sul serio, e non ci sono mai riuscita. Perchè? Molto semplicemente perchè ci si sente un po’ teen ager, un po’ stupidi ad arrivare a 27 anni e piangere per un totale sconosciuto, quindi non è che morissi dalla voglia di parlarne.. poi è arrivata la Scimone e cazzo, con il suo grazie maikolgesson mi ha tolto qualsiasi tipo di ispirazione.

Ma ora temo sia arrivato il momento, perchè è uscito This Is It, il documentario che è l’unica cosa con un minimo di gusto che è riuscita a fare la sua casa discografica da quando è morto. Sono stati piuttosto bastardi nel montarlo bisogna dire, perchè se un fan non esce devastato dai primi dieci minuti dove i ballerini piangono in continuazione è da proporre per il nobel per la resistenza, se ne esiste uno.

La prima cosa che si nota è che non stava male, o almeno non era moribondo come ci hanno fatto credere per mesi, balla ancora meglio di molti più giovani di lui, e il cervello c’era, eccome se c’era.

Non saprei nemmeno dire qual’è la parte che ho preferito… perchè This Is It è uno show immenso, che sarebbe stato probabilmente il più grande show di tutti i tempi.

They Don’t Care About Us, il video con i ballerini moltiplicati, la coregrafia provata così, con in bocca una gomma da masticare, come se fosse la cosa più facile del mondo. Ma anche la nuova versione di Thriller in 3d, Earth song con il filmato stupendo (e con un messaggio importante) della bambina e il finale con un bulldozer, reale, che piombava sul palco.

Assolutamente geniale l’inizio di Smooth Criminal con l’omaggio a Gilda, e le scenografie del resto della performance e di The Way You Make Me Feel.

E il fuoco, il robot gigante e la voce, la musica.

Credo che in assoluto questo sia il documento più importante mai rilasciato circa la creazione e il processo artistico dietro ad un concerto di questa portata, e la parte (le parti) in cui decide il numero di battute, il momento di chiusura del pezzo, la quantità di bassi da utilizzare lasciano trasparire una parte fondamentale del lavoro che non si è mai vista prima.

E’ una fortuna che questo documentario sia uscito al cinema, perchè anche se la maggior parte delle persone lo vedranno spinte dalla curiosità, con uno spirito un po’ morboso cercando un segno, qualcosa che li possa spingere a dire “sì era malato” “era drogato” “eh ma stava male”, alla fine non si troveranno davanti nient’altro che Michael, e il suo genio. E magari si ricrederanno, chissà, magari a qualcuno verrà la curiosità di saperne e soprattutto sentirne di più. E già questo sarebbe un successo.

Io non avevo bisogno di nessun segno, ma di sicuro avevo bisogno di qualcosa che rempisse anche se solo virtualmente quel vuoto che si è creato una sera di fine giugno, e che mi ha spinto a non richiedere il rimborso del biglietto per il 6 settembre, a rinunciare a 100 euro per avere un pezzo di plastica ma che almeno è un ricordo.

E quella serata di giugno non credo potrò mai dimenticarla. Ero già a letto, al mattino mi sarei dovuta svegliare presto, erano circa le 22.30, e sento mio padre che mi chiama dalla sua stanza, dicendo “Michael Jackson è morto”. Mi sono alzata con un tempo di reazione mai visto, lo raggiungo perchè in camera non c’è sky e sui canali in chiaro la notizia non era ancora arrivata. Il tempo di leggere la notizia sul televisore, e vedere l’ambulanza, e sono dovuta tornare nella mia stanza perchè le lacrime scendevano da sole, contro la mia volontà, e così anche i singhiozzi.

Le 4 ore successive sono state tra le più surreali della mia vita, la speranza che non fosse vero, dovuta anche al fatto che in quel momento, e fino all’annuncio alle 2 del mattino, la morte era confermata solo in italia, da Repubblica e Corriere, mentre per il resto del mondo aveva solo avuto un infarto e tutti erano (giustamente) in attesa di ulteriori informazioni.

Il costante refresh sui forum di Michael che non avevo mai aperto, che però non facevano altro che aumentare i miei dubbi visto che come era prevedibile nessuno poteva crederci, e nessuno soprattutto poteva accettarlo, nessuno almeno tra quelli che per Michael vivevano.

E invece alle 2, anche il resto del mondo annunciava che ci si doveva credere per forza, perchè Michael, a nemmeno 51 anni, era morto.

Era tardi, tardissimo, e non ho avuto modo di assorbire lo shock perchè DOVEVO dormire. Certo sono andata a letto con un po’ di ansia su come sarebbe stato il giorno seguente, ma niente di più.

Io sono cresciuta, letteralmente, con Michael. Fingevo di ballare come lui, guardavo spesso e molto volentieri Moonwalker e la vhs del making di Thriller e We are The World, avevo il gioco di Smooth Criminal e mi gasavo immensamente quando lanciavo il cappello contro i nemici, e credo che Dangerous sia stato uno dei primi album che io abbia comprato e ascoltato ossessivamente.

Quindi quando dico che sono cresciuta con lui, e la sua musica, non esagero.

Poi ho continuato a seguirlo, con un po’ meno assiduità ma sempre con passione e quando è stato annunciato This Is It ero la persona più felice del mondo, perchè nel 97 non riuscii ad andare a San Siro e finalmente avrei avuto la possibilità di vedere dal vivo ciò che Michael sapeva fare meglio, avrei potuto finalmente vedere con i miei occhi il moonwalk, sentire probabilmente tutte le canzoni che amavo (e guardando il documentario ne ho avuto la conferma) ed essere parte dell’evento e dell’isteria che solo i suoi concerti potevano scatenare.

Questo era quello che speravo.

E questa è la prima cosa che ho pensato appena sveglia, la mattina successiva, mentre facevo colazione in stato catatonico, fissando la tv che rimandava ossessivamente quelle immagini.. l’ospedale, il nastro giallo, l’ambulanza. Ospedale. Nastro. Ambulanza. Ospedale. Ambulanza. Elicottero.

E a questo ho pensato mentre piangevo ascoltando Bad aspettando l’autobus. E sulla metro. E camminando verso l’ufficio.                                                                                                                                                                              E a questo pensavo quando la demente della mia responsabile di allora appena entrata ha sentenziato che è così che finiscono, i drogati e gli anoressici, spingendomi a scappare letteralmente alle macchinette del caffè per non sfasciarle una sedia in faccia cosa che tra l’altro non le avrebbe fatto male.

Qualche giorno dopo andare alla commemorazione dei fans di Michael mi è sembrato quasi un obbligo, una specie di solidarietà tra fans, perchè non osavo immaginare come si potessero sentire loro se io, che ripeto l’ho sempre amato ma per esperienza so che essere fan è un’altra cosa, stavo così male da giorni.

E’ stato bello vederli ridere comunque, ballare e piangere insieme, e soprattutto resistere, senza prendersela, davanti alle risate e alle prese in giro dei passanti. Segno che Michael ha insegnato anche questo, ad andare avanti comunque a vivere nel modo che si ritiene migliore, anche davanti alle parodie, gli insulti e agli attacchi.

Perchè degli anni in cui lo seguivo meno in effetti è questa l’unica cosa che ricordo, il fatto che si era passati dall’utilizzare il suo nome come base per il confronto di qualsiasi cosa riguardasse la danza e un certo tipo di musica, all’utilizzarlo per ridicolizzarne i cambiamenti fisici o la presunta pedofilia dappertutto, trasmissioni televisive, canzoni, film, e ricordo distintamente di essermi chiesta perchè non si fosse mai difeso, aggressivamente anche, davanti a tutti quegli attacchi.

E’ una cosa che mi domando tutt’ora, come mi chiedo se forse un’altro modo di reagire a determinate situazioni avrebbe portato ad un esito differente, domande che purtroppo però rimarranno tali.

L’unica cosa certa, adesso, è che Michael ha demolito barriere razziali ben prima di Obama, ha creato un genere, ha spinto a ballare o a tentare di farlo milioni di persone e per questo verrà ricordato per sempre.

E’ certo anche che dopo anni di assenza e accuse infamanti, a più di dieci anni dall’ultimo tour, è riuscito a vendere migliaia di biglietti, per decine di date di uno show di cui nessuno sapeva niente, nemmeno se ci sarebbero state canzoni nuove e se quelle canzoni sarebbero piaciute o meno, e questo credo che provi più di qualsiasi altra cosa la grandezza, l’immensità e la magia che Michael rappresenterà, per sempre.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su novembre 4, 2009.

4 Risposte to “This Is Not It”

  1. Mi sono venute le lacrime a leggerti..

  2. Conoscendoti so che è una cosa positiva… grazie tesoro!

  3. Mi fa piacere leggere che questo documentario non è solo una speculazione e mi aggiungo alla commozione di Jimmy… bastarda! ahahah

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