I am the master of my fate: I am the captain of my soul // Invictus

Può uno sport cambiare una nazione?

Questa è fondamentalmente la domanda sulla quale si basa Invictus.

Non è esattamente un biopic, perchè non analizza i personaggi così in profondità come sarebbe giusto in quel caso, è più il racconto di una fase, un momento eccezionale nella storia del Sud Africa.

L’apartheid era finito, Mandela (Morgan Freeman) era stato scarcerato e successivamente eletto presidente…e il Sud Africa era stato riammesso ai mondiali di rugby per la prima volta, dopo esservi stato escluso durante i primi due mondiali, proprio a causa dell’apartheid. Possono sembrare tre fatti di importanza sostanzialmente diversa, e lo sono, e il film parla proprio di questo.

Di come Mandela, che si è trovato tra le mani un paese formato da bianchi terrorizzati pronti anche alla guerra per impedire la sua presidenza e neri pieni di odio e di voglia di vendetta, utilizzò l’occasione dei mondiali tenutasi proprio in Sud Africa, per unire il paese.

All’epoca la squadra Sud Africana di rugby era composta, e quindi seguita, quasi esclusivamente da bianchi. Nel momento in cui Mandela prese il potere, la prima cosa che la sua parte politica (beh non proprio la prima chiaramente, ma fu considerata una rivincita rispetto ai torti subiti per decine di anni e consideravano la maglia degli Spingboks alla stregua del vecchio inno nazionale e della vecchia bandiera, ovvero qualcosa da cancellare) decise di fare fu cambiare colori, stemma e nome alla squadra, da Springbocks a Proteas.

Mandela bloccò personalmente questa decisione, convinto che non avrebbe fatto altro che generare odio di cui, in quel momento, il Sud Africa non aveva certo bisogno, e diede inizio ad una delle più grandi campagne di “seduzione politica” della storia recente (fino ad Obama probabilmente).

Pochissimo tempo dopo la sua elezione incontrò il capitano, François Pienaar (Matt Damon) e con l’incredibile carisma che lo contraddistingue tutt’ora, lo convinse a prendere in mano insieme a lui una missione che sembrava impossibile: unire tutta la nazione sotto un’unica bandiera, grazie ad uno sport.

Non fu facile, anche perchè nella squadra era comunque presente un solo giocatore di colore, ma uno degli eventi che aiutò la riuscita di questa missione fu vedere l’intero team cantare il nuovo inno nazionale, Nkosi Sikelele Afrika, prima della partita d’esordio ai mondiali e questo, insieme alle vittorie che collezionarono una dopo l’altra, fece si che una volta arrivato il momento della finale tutto il Sud Africa era in egual modo emozionato e trepidante, entusiasta all’idea di poter finalmente festeggiare come un unico paese libero. E lo fecero.

Può sembrare una semplificazione della storia questo film, ma in realtà non lo è. Non mostra il dopo ovviamente perchè non è quella la storia che Eastwood intendeva raccontare, ma non mente. Mandela utilizzò veramente ogni suo potere per far sì che quella che lui vedeva come una fondamentale opportunità per la rinascita del paese avesse successo. Fu realmente fischiato, inizialmente, e successivamente portato in trionfo.

Freeman è un Mandela perfetto, pacato, saggio ma instancabile. Non conosco abbastanza l’accento sud africano per poterlo giudicare, ma tutto sommato mi è sembrato convincente. Comunica la serenità, la tranquillità di un uomo che ha vissuto 27 anni in una cella minuscola e lottando non solo è sopravvissuto, ma è anche diventato un simbolo e il capo di una nazione.

Damon è altrettanto in parte, credibile e non forzatamente filosofeggiante.

Una delle cose che mi spaventavano maggiormente era: riuscirà Eastwood a rendere credibili le scene di gioco?

E sono molte, c’è molto più rugby in questo film di quanta boxe ci fosse in Million Dollar Baby, e la complessità delle scene è enormemente differente. Vengono utilizzati filmati d’epoca solo per quanto riguarda le partite degli All Blacks precedenti alla finale, mentre le partite del Sud Africa sono state ricreate e secondo me in modo molto credibile.

Conosco il rugby ma non in modo così approfondito da accorgermi di eventuali errori, quindi riguardo a questo lascio il verdetto a mio padre (sempre se sopravviverà alla visione dell’Haka interpretata da attori, questa sì difficile da guardare anche per me devo ammettere). Quello che posso dire è che registicamente sono scene bellissime (con un lieve eccesso di ralenty a tratti), e Eastwood si dimostra ancora una volta bravissimo nel rendere qualsiasi sport una danza, anche uno sport in apparenza violento come il rugby.

E’ un film con dei difetti, sicuramente, ad esempio alcune scelte musicali un po’ discutibili e l’ultima mezz’ora un po’ più debole del resto (inevitabile credo essendo quasi completamente concentrata sulla partita, una partita dove non fu segnata nessuna meta quindi difficile da rendere spettacolare) ma ho trovato un pregio, invece, che Eastwood non si sia sentito obbligato a fare un riassunto della vita di Mandela per poi arrivare all’evento in questione, che si sia quasi limitato a narrarlo in silenzio, lasciando allo spettatore il modo di riflettere e giudicare.

Il messaggio è positivo questa volta, o almeno speranzoso, in contrasto con tutte le sue ultime opere, e personalmente gli perdono quel pizzico di buonismo di cui è intriso il finale visto che in quel momento si prova solo una grande tristezza al pensiero che Clint ha più di ottant’anni e regala meraviglie una dopo l’altra al contrario di alcuni colleghi più giovani.

Questa è la poesia di William Ernest Henley che da il titolo al film, scritta durante la lunga permanenza del poeta in ospedale.

[Una delle rare inaccuratezze del film, Mandela non diede questa poesia a Pienaar, gli diede invece un discorso di incoraggiamento. Variazione perdonabile perchè questa poesia aiutò e supportò realmente Mandela durante la sua prigionia]

Out of the night that covers me,
Black as the Pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find, me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll.
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su dicembre 28, 2009.

5 Risposte to “I am the master of my fate: I am the captain of my soul // Invictus”

  1. Uhhhh, sapevo che anche stavolta Zio Clint non avrebbe deluso!!A parte la parentesi infelice di guerra, sta facendo un film meraviglioso dopo l’altro!!!!!
    Bella review tesoro, molto sentita!
    Io da profano di questo sport mi sa che cmq avrò bava anche guardando quella scena, oltre a Damon senza maglietta!:-))))))

  2. Sai che quei due non li ho proprio visti? Sarà che solitamente amo i film di guerra ma di quei due non mi interessava l’argomento (la vicenda in particolare).
    Spero ti piaccia, ma come dicevamo ieri ha un modo di raccontare le storie che ti fa appassionare a qualsiasi cosa quindi complici i pettorali di Matt Damon ci sono buone probabilità che adorerai : )

  3. A quanto pare io ho visto l’episodio più orribile (scritto da Haggis, il regista di Crash) ma ero talmente deluso all’uscita dalla sala che non me la son sentita di riprovarci con il secondo.
    Uhh si, Clint è fottutamente classico come stile, asciutto e senza fronzoli o inquadrature meccaniche che hanno solo scopo di provocarti emozioni. Lui racconta una storia e ti lascia libero di perderti in quella storia.
    Sono sicuro adorerò!!!!

  4. Cosa aggiungere al tuo bellissimo commento?
    Quello che penso potrebbe essere riassunto con le stesse parole.
    Ho appena visto il film con fratello, superfan del rugby e ancora di più adoratore del Clint, gli mancavano solo cappellino e bandierine verde-oro in tema ahahah!

    La visione della storia di Clint è encomiabile, il suo abbraccio tra la questione politica del Mandela neo-eletto e il vero e proprio tifo da stadio per la squadra di rugby trasuda passione, amore, voglia di raccontare bene uno spaccato di mondo, anzi, in questo caso due realtà.

    L’intreccio è formidabile anche perchè all’inizio il mondo degli incarichi governativi e quello di una squadra sudafricana dove giocava solo un ragazzone nero non potrebbero essere più distanti.
    La lungimiranza di Madiba ha fatto il resto e i risultati si sono visti. Eastwood li fa sentire.

    Morgan Freeman è fenomenale davvero, non solo come somiglianza fisica ma proprio come temperamento, ha la flemma del saggio e la calma di chi sa aspettare per poi gustare i frutti del suo lavoro. Superbo!
    Vero che l’ultima parte potrebbe risultare debole, ma appena l’ho detto a mio fratello mi ha mangiato visto che ogni tanto mi spiegava le regole del gioco come se fossi idiota e mi ha obbligato a rivedere almeno 2 azioni e pure la haka!

    Avercene film così, dove anche le imperfezioni (non bisogna dimenticare come lo sport sia veramente difficile da riproporre al cinema) diventano tasselli importanti di un grande film.
    Proprio oggi ho letto su Vanity un commento che definiva Invictus più edificante che bello, io l’ho trovato bello ED edificante! ^_^

  5. Ma che bell’avatar che hai Diè!
    Sono contenta ti sia piaciuto e anche a tuo fratello!
    L’ho rivisto con mio papà e ha adorato anche lui, quindi ha decisamente passato il test degli intenditori, cosa non da poco!

    Sul che sia edificante, meno male, perchè Clint oggi è uno dei pochi che fa pensare senza ostentare il concetto che ti sta proponendo, e secondo me è anche bello. Non riesco a pensare ad un titolo di un film che sia edificante e brutto, in ogni caso.

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