Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò.

Probabilmente se qualcuno leggerà mai questo post verrò tipo oscurata per violazione del copyright, ma pazienza. Pensavo fosse solo un periodo, un momento mio di rifiuto della società, di intolleranza, di esterofilia. Poi un caro amico, Jimmy, ha scritto quello che avrei voluto scrivere da settimane, partendo dalla lettera di una giornalista e scrittrice albanese in risposta all’ennesima battutona del nostro caro (ma anche molto meno) Silvio. Non mi va neanche di menzionare la battuta nello specifico, perchè non è nè peggio nè meglio di quelle che ci sta regalando ormai da anni, esponendoci al ridicolo davanti ad un mondo che ha smesso di ironizzare su di lui, cominciando invece a chiedersi che razza di popolo lo continuerebbe a votare dopo 16 anni di minchiate.

Rassegnazione. Per quanto mi riguarda, sono arrivata al punto, terribile, in cui non mi interessa minimamente cosa succede politicamente parlando, do per scontato che l’unica soluzione possibile sia l’espatrio. La corruzione, il ridicolo, il maschilismo e l’omofobia imperanti non sembrano più cose contro le quali combattere, sembrano piuttosto caratteristiche da inserire come slogan del nostro paese. Un pò come Liberté, Egalité, Fraternité per i francesi.

Dunque fa piacere, ogni tanto, riscoprirsi indignati per qualcosa, e mi è successo leggendo questo pezzo di Travaglio (uomo a cui, sinceramente, voglio bene. Gli voglio bene ma sentirlo mi fa incazzare a morte perchè è terribile che lui elenchi dei fatti, reali, dimostrati… e venga puntualmente ignorato o peggio deriso nemmeno raccontasse delle favole) , che parla di un uomo morto perchè alla mediocrità di questo paese non ha mai voluto cedere. L’ho trovato un pezzo commovente, ma non è una commozione derivante dalla pena, quanto piuttosto dalla rabbia.

La prossima volta che i presidenti della Repubblica, del Senato e del Consiglio vorranno ricordare una vittima di Tangentopoli, si spera che ne ricordino una vera.

Non un politico corrotto e latitante, ma un imprenditore onesto che veniva escluso dagli appalti pubblici perchè non pagava le mazzette  nella Milano da bere e da mangiare. Si chiamava Ambrogio Mauri, abitava a Desio, in Brianza. Nell’aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni.

Lasciò la moglie, tre figli, ed un’azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell’ATM. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti. Quando partì l’inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell’ATM, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò  di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità.

“I dirigenti corrotti dell’ATM”, ricorderà Di Pietro, “gli avevano fatto una serie di soprusi. Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima ed amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c’è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l’Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta”.

Nel 96 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall’ATM per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: “Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima”. E una lettera alla moglie Costanza: “Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l’atto finale del mio amore”.  E si sparò.

Anzichè inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell’ATM convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'”assoluta trasparenza” dell’ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell’appalto, parlarono di “excusatio non petita”.

Ecco, la prossima volta che le verrà il trip di cambiare nome a un parco di Milano, la sindaca Letizia Moratti potrebbe dedicarlo ad Ambrogio Mauri. La prossima volta che Renato Schifani cercherà una “vittima sacrificale di Tangentopoli” da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia di Ambrogio Mauri. La prossima volta che a Giorgio Napolitano scapperà la voglia di scrivere alla vedova di un uomo trattato con “una durezza senza eguali”, Giorgio Napolitano potrebbe rivolgerla a Costanza Mauri.

Risparmierebbe pure sull’affrancatura: la signora non abita a Hammamet, ma a Desio (Brianza, Italia).

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~ di muchadoaboutnoth1ng su febbraio 21, 2010.

5 Risposte to “Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò.”

  1. vero l’unica soluzione sembra essere l’espatrio, la corruzione, il ridicolo, il maschilismo, la xenofobia e l’omofobia imperanti non sembrano più cose contro le quali combattere perchè sono le cose dietro alle quali oramai si nascondono gli italiani.
    il loro modo di vivere, di pensare è la copia speculare di quello che vedono fare a silvio e silvio lo fa perchè questo piace agli italiani, è un cerchio senza inizio ne fine.
    soldi facili, corruzione, carriere facili senza gavetta,agli italiani piace vedere che un presidente del consiglio faccia simili battute maschiliste, candidi belle ragazze, sia ricco e sia il presidente anche di una squadra di calcio, sport cosi seguito.
    Ha ragione Travaglio in tutto, e se c’è in questo periodo una riabilitazione di certi personaggi o si manipola e distorcel’interpretazione della storia è solo perchè gli italiani non hanno memoria storica, gli si fa credere qualunque cazzata. la storia la stanno distorcendo e stanno riabilitando certi personaggi, solo perchè ora fa comodo a molti

  2. in realtà io credo che silvio sia solo uno specchio della realtà e non la colpa di come vanno le cose, lui rappresenta il sistema. in tutto e per tutto…in ogni regione e in ogni ambito.
    lui l’ha solo reso più evidente ad alcuni, e positivo per tanti altri…
    questa è per me la sua più grande colpa…far passare questo messaggio di vittoria del sistema corruzione, renderlo un modus operandi normale e anzi positivo. come appunto qualcosa di cui vantarsi…sta lì a dire: ehi visto dove si può arrivare fregando tutti?! e agli italiani piace………
    tant’è vero che se uno va al gf e bestemmia, esce, ma se difende la mafia…………………è tuttappost!

  3. Ma anche secondo me il Silvio non ha creato questo sistema, lui semplicemente ha reso lo schifo una cosa normale, accettabile.
    Prendi ad esempio le intercettazioni con lui che dice le schifosate alla D’Addario. Tiger Woods (ed è Tiger Woods.. non un politico) l’altro giorno per una cosa simile ha fatto una conferenza stampa in mondovisione chiedendo scusa. Da noi, era una profusione di complimenti per la virilità degli anziani il giorno dopo!

    Quello che contesto al Silvio insieme a molte altre cose è aver abbassato drammaticamente la nostra credibilità e il prestigio dell’Italia, e di farlo ogni giorno di più.

  4. Io ormai pure commento attraverso l’ironia e il “sorriso” tutto perchè altrimenti c’è davvero da andarsene da questo Paese….
    Uno schifo.

  5. Non posso che essere d’accordo su ogni singola parola. C’è davvero solo da andarsene

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