Departures

Ci ho messo circa una settimana a metabolizzarlo.

Non che abbia chissà quali sottotesti da elaborare o colpi di scena, anzi, il mio credo fosse un timoroso rispetto nei confronti di questo piccolo gioiello. Una sorta di paura di sgualcirlo, parlandone, banalizzandolo.

Innanzitutto lodi, lodi, lodi al cinema Eliseo di Via Torino, grazie al quale in una Milano sempre più invasa dai multisala e dalla profusione di ben più remunerativi film in 3d è ancora possibile vedere piccoli film meravigliosi come questo. Insomma, un cinema nascosto, in centro, 4 sale 4 capolavori… non si può che dire GRAZIE!

Tornando al film, non è che fosse proprio una perla nascosta, è uscito nel 2008 e ha vinto l’Oscar come miglior film straniero nel 2009, ma in Italia è arrivato solo ora, grazie a quei miracoli per cui dobbiamo ringraziare chi ha ancora il coraggio di rischiare distribuendo un film “difficile”.

Il film parla di un argomento, quello della morte, che non è uno dei più semplici da trattare, vuoi per la paura che incute, vuoi perchè si viaggia sempre sul filo del ridicolo e del macabro. Departures non trasmette niente di tutto questo.

E’ ambientato in Giappone, il protagonista è un musicista che decide dopo l’ennesimo fallimento di tornare al paese natale insieme alla moglie per ricominciare, cambiare vita, così risponde ad un annuncio di lavoro di quella che lui crede essere un “agenzia viaggi”… e lo è in effetti. Solo il viaggio non è proprio quello che si aspettava Daigo.

La professione che si trova ad affrontare infatti è quella del nokanshi, incaricato del rito della deposizione ovvero della vestizione e del lavaggio del cadavere. Un rito di cui non sapevo nulla devo ammettere e di cui mi ha molto colpito la rigidità ma anche la bellezza della cura con la quale si ridà la vita ad un corpo che l’ha lasciata e aiuta i familiari a riconciliarsi con esso.

Senza svelare troppo della trama, Daigo si trova a dover affrontare i conflitti irrisolti  con un padre che l’ha abbandonato ma anche con la moglie alla quale decide inizialmente di tenere nascosto il suo lavoro che nel piccolo paesino dove abitano è visto come un lavoro ripugnante e sconveniente ma al quale lui progressivamente si appassiona realizzando che era forse quella, e non la musica, la strada verso la quale era destinato.

La parte iniziale è un pò più leggera, le battute non mancano e la panoramica che offre della vita quotidiana giapponese e delle sue tradizioni forse meno “eleganti” ma curiose, benchè ordinarie, è davvero interessante.

Il tema della morte è trattato in modo delicato, con ironia ma anche con tanto rispetto, senza mai cadere nel facile spiritualismo o nel macabro. I silenzi sono poesia e la musica è utilizzata in modo splendido quasi a sostituire i dialoghi in alcuni punti nei quali probabilmente non farebbero che banalizzare ciò che è già chiaro. A volte, va detto, le simbologie sono un pò troppo semplificate ma credo sia un difetto facilmente perdonabile vista la bellezza del film e il magnifico crescendo finale.

Consigliatissimo.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su aprile 17, 2010.

3 Risposte to “Departures”

  1. Mi aggiungo ai cori di lode al cinema Eliseo, il vero cinema d’essai di Milano!
    Il film è stata una piccola rivelazione, davvero. Ironico senza cadere nel cattivo gusto, delicato senza risultare mieloso, formale senza diventare freddo e distaccato e un protagonista che ti trasporte con il suo sguardo in un universo che pian piano lo inglobo e ti ingloba.
    Da recuperare assolutamente!
    Bel pezzo tes!

  2. ho fatto un’overdose di trashate ultimamente, quindi mi tocca. tra l’altro mi ricorda un libro che lessi anni fa e che si intitolava “confessioni di un becchino poeta”

  3. Jimmy, devi reperirlo!
    Su Linkstreaming c’è, ad esempio, ma pure su Dendi86.

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