On The Road // USA 2010 // Part 1

Benchè abbia sempre avuto difficoltà ad ammetterlo per via del mio rifiuto per le cose “belle per forza”, ho sempre avuto una sorta di venerazione per l'”on the road”, specie se negli Usa.

Quando ero alle superiori e il pensiero della macchina non mi sfiorava neanche lontanamente avevo anche pianificato un magnifico coast-to-coast in Greyhound che probabilmente sarebbe durato come minimo tre mesi, e i programmi a dire il vero erano di non tornare affatto.

Questo feticismo per le strade americane si è aggravato quando finalmente ho letto On The Road e ho cominciato a guardare al cinema come qualcosa di serio e fondamentale, quando la ribellione “stupida” ha lasciato il posto a quella più consapevole, e la voglia di libertà ha preso il posto della voglia di fare casino.

L’idea della polvere, degli spazi immensi, delle tavole calde buie e piene di brutti ceffi in canotta, dei benzinai con il coperchio del bidone usato come portachiavi per il bagno e i Motel fatiscenti al punto giusto, magari con qualche lettera mancante, hanno sempre avuto su di me uno strano fascino, come anche l’idea del “paese del fare”, ovvero, se in America vuoi fare qualcosa e la vuoi fare davvero ci sono poche cose che possono impedirtelo. Una di queste è la volontà appunto, ed è proprio una delle cose che mi lega a quello spirito. Non sarei dovuta partire, la dottoressa non mi ha concesso il suo benestare nonostante non avesse nessun valore ma servisse solo a rassicurarmi, quindi mi sono rifiutata di ripetere come da lei richiesto gli esami con urgenza due giorni prima di partire. Sentivo che era una cosa che dovevo fare, il viaggio della vita probabilmente, una di quelle cose che fatte così non ti ricapitano più.

Già perchè mai avevo concentrato così tante fantasie in un itinerario riuscendone poi a conti fatti anche a realizzarne qualcuna in più in modo del tutto inaspettato e questo prova che avevo ragione, ancora una volta, quando ho deciso di tapparmi le orecchie, mettere da parte l’ansia e partire!

L’itinerario è stato cambiato in corsa perchè il precedente era troppo lungo e troppo caldo, ma non è stato assolutamente un itinerario di ripiego.

Partenza da Los Angeles, un giorno per smaltire il jet lag poi Las Vegas, Williams e il Grand Canyon, di nuovo LA per qualche giorno e infine San Francisco.

Compagno di viaggio: il Beps, who else?

Mezzo: Chevrolet Aveo Gialla

Chilometri Percorsi: 3700 circa

Parola del viaggio: Wow

Colonna Sonora: Radio 87.5 e una ventina di cd. Tra i più gettonati: Women with Balls, compilations varie pop & rock anni 90, Cartoni Animati Mix, Into The Wild, scandaloso misto italiano e la fondamentale compilation Hollywood.

Non ci mettiamo molto a realizzare di essere negli Usa, ed è una buona cosa avere iniziato da Los Angeles: dubito esista qualcosa di più traumatico delle loro freeways. Dopo un giro nei dintorni dell’aeroporto in attesa che i satelliti parlassero con il tom tom ci buttiamo subito in uno di questi mostri mitologici e lì è il totale e assoluto delirio. Cristo, mai visto strade così brutte in vita mia, buche…fossi…pezzi di copertoni, usare la parola asfalto sarebbe un complimento eccessivo. Corsie: infinite, con ciuffi d’erba che crescono tra una e l’altra.

E cosa fanno da queste parti? Non solo si rifiutano categoricamente di utilizzare le frecce prima di spostarsi, ma le suddette frecce sono di colore ROSSO. Non devo aggiungere altro, se non che nei primi venti minuti ho pregato, e che probabilmente Beps dopo questa prova potrà tranquillamente guidare qualsiasi cosa e in ogni dove.

E non è l’unica prova che ha dovuto superare. Già, perchè bisogna aggiungere le innumerevoli volte in cui la mia bocca produceva urla isteriche alla vista di qualsiasi cosa, dai cartelli stradali alle palme, alle ville incredibili….alla scritta Hollywood.

Non credo si possa facilmente spiegare cosa si prova a trovarsi nella città dove vengono costruiti i sogni. Certo non quelli di tutti, ma di sicuro i miei sì. Respirare nell’aria quella magia, avere un tuffo al cuore ogni volta in cui si alza lo sguardo e si intravede il cartello Sunset Blvd anche se succede decine di volte.

Questa è Los Angeles per chi ha una sola religione ed è quella chiamata cinema. Los Angeles per gente come noi è andare a trovare le vecchie amiche Bette e Marilyn e farci una bella chiacchierata come prima cosa, quasi fosse un dovere morale spiegare perchè si è fatta tutta questa strada per parlare con del marmo. Spiegare che non si è turisti, di quei turisti che fanno la foto sorridenti accanto alla lapide e baciano il marmo sporcandolo di rossetto. No. Noi siamo amici venuti da lontano, e mentre glielo spiego rischio di commuovermi, in quelle due oasi di silenzio nel mezzo della seconda città più popolosa degli Stati Uniti.

Il nostro itinerario parte proprio da lì dunque, la mattina successiva al nostro arrivo, quando ancora in pieno jet lag ci dirigiamo verso le ultime residenze di Bette Davis e Marilyn Monroe.

Cominciamo con il più lontano, il Forest Lawn Hollywood Hills Memorial Park, dove è seppellita Bette. Parlare in questi termini di un cimitero non è cosa comune, ma questo non è un cimitero comune. Mai visto prati tanto curati e un ingresso tanto maestoso. I fiori sulle tombe mai esagerati, delicatamente appoggiati sulle lapidi tutte uguali, quasi che li non ci sia questa frenesia di battere il vicino con la lapide più figa o il mazzo di fiori più grande. Si può percorrere in macchina, vista l’enormità, ma il tutto è così ordinato che non ci si fa caso. Parcheggiamo poco distante dalla nostra meta che per fortuna è riconoscibile da lontano e andiamo a fare visita a Margo. Ora, una donna che sulla lapide si fa scrivere “She did it the hard way” non può che godere della mia eterna stima, e così è. Entrambi ci prendiamo un pò di tempo per riflettere, o almeno per quanto riguarda me per parlarle un pò come si fa con una vecchia amica, all’ora del tè. Quasi la sento con la sua voce roca e immagino il fumo che inonda la stanza.

La salutiamo e ripartiamo per andare a visitare un’altra amica. Più che un’ amica, una delle ragioni per cui entrambi amiamo il cinema, colei che rappresenta un intero secolo di costume e arte: Marilyn.

Facciamo prima una breve sosta al suo ultimo indirizzo, 5th Helena Drive, dove ci rendiamo conto di come vivesse modestamente per un’icona della sua portata, in questa via minuscola con case piccole lontane anni luce dai castelli che si usa far costruire ora. Il cimitero dove riposa è altrettanto modesto rispetto a quello precedente, ed è in centro, in mezzo ai palazzi tant’è che lo troviamo con difficoltà. Aspettiamo un pò ad avvicinarci perchè fondamentalmente avremmo rischiato di litigare visto che la sua tomba era piena di turiste urlanti che si scattavano foto in posa con sorrisi e dita in segno di vittoria e, cosa ancora più disgustosa e rivoltante, lasciavano baci con stampo sul marmo rosa. Meglio tralasciare ogni commento perchè potrei diventare volgare.

Quando arriva il nostro turno, ovvero quando finalmente c’è il deserto nell’intero cimitero, ci avviciniamo e qui, complice il vento, mi vengono i brividi. C’è silenzio e per qualche secondo non parliamo nemmeno noi perchè anche qui abbiamo tante cose da dire, cose pensate da mesi, anni, e mentre riversi questo flusso di pensieri nel vuoto quasi ti sembra di vederlo, il sorriso di Norma Jean.

Ce ne andiamo in silenzio e vaghiamo per un pò in macchina senza una meta precisa, Beverly Hills con le sue palme e i signori di mezza età che veramente fanno jogging mezzi nudi, le case gigantesche incredibilmente senza recinti acuminati davanti, e quasi per sbaglio ci troviamo al Griffith Observatory, dove si gode di una vista magnifica e dove abbiamo il primo assaggio della scritta Hollywood. Lontano, ma ci emozioniamo come due bambini.

Si fa appena in tempo a scorgere il Chinese Theatre con annesse stelle e urla disumane che è ora di rientrare in albergo: la mattina dopo un pò del jet lag è smaltito e partiamo per la prima lunga traversata nel deserto. La destinazione è Las Vegas, Nevada.

Durante questo viaggio sperimentiamo diverse prime volte, tra cui:

1) Primo viaggio nel deserto

2) Primo rifornimento di benzina. Peccato non sapessimo quale metterci e la sosta sia durata un’ora e mezza.

3) Primo rischio di arresto. Lo ammetto, ho mentito ad un pubblico ufficiale, ma cosa devi fare quando sei cresciuta con film nei quali ad ogni minimo movimento ti ritrovi con le mani sul cofano della macchina e le mani dietro la schiena? Dunque eccoci lì, appostati per scattare una foto al cartello che segnala la distanza da Las Vegas con il favoloso cappello di paglia con fiocco rosa, quando nello stesso momento in cui cambiamo idea guardiamo lo specchietto e ci pervade il terrore: iniziamo una litania di “oh cazzo oh cazzo” mentre la macchina della polizia con le sue belle luci rosse e blu accosta dietro di noi, il poliziotto scende e si avvicina. Dalla mia parte. Abbasso il finestrino e butto lì un sorrisone e una mezza tetta in più del solito.

“Are you guys ok?”

“Yes, I was looking for some water in the back” (la velocità con la quale invento cazzate in caso di emergenza mi sorprende sempre)

Fissa la macchina fotografica che ho dimenticato nel delirio di lanciare sul sedile posteriore e..

“Are you sure? Pictures, maybe?”

“No Sir, just water”

Alla fine non doveva essere un’infrazione così grave fermarsi nella corsia d’emergenza perchè ci ha solo intimato di uscire dall’autostrada la prossima volta, fatto sta che non abbiamo parlato per i seguenti dieci minuti, proseguendo la litania di ohcazzo e provando un brivido ad ogni scampanellata del TomTom che ricordava il limite di velocità.

4) I limiti di velocità, appunto.

Già perchè una cosa bisogna saperla prima di partire per un viaggio on the road negli Usa: rispettare il limite è difficilissimo. Non solo perchè è basso, e si rischia di superarlo ogni volta che la strada scende un po’, ma anche e soprattutto perchè lo spazio che si ha davanti, intorno, rende quasi automatico schiacciare sul pedale con il massimo della forza.

Il lato positivo è che grazie alla severità circa le regole del codice della strada, qui si trova un’educazione che da noi sarebbe impossibile. Si va al limite, non oltre, e se si va al limite nessuno cercherà mai di superarti. Stanno dietro, anche con la Mustang con due marmittone e i cerchi cromati. Non abbagliano, non suonano, non ti stanno a culo. Il limite è 85? E a 85 vanno. Non a 140 con tanto di sfanalata perchè tu, barbone, a 130 non ti sposti.

Al contrario, se sei in una strada a due corsie a doppio senso e hai dietro più di 5 auto significa che stai rompendo il cazzo e devi accostare per lasciarle passare. Non è che siano cose geniali, ma se sono così ovvie perchè da noi non debbano succedere è una cosa che proprio mi sfugge.

Las Vegas è pazzesca. Pazzesca nel senso che è proprio folle, e di sicuro non nel senso buono. Una follia un pò triste, quella follia obbligata di vizi effimeri che uno dovrebbe sentirsi obbligato ad esercitare tutti assieme e all’eccesso per la sola ragione di trovarsi nella “Città del Peccato”. Personalmente preferisco essermi sentita folle sull’orlo del Grand Canyon che aver vomitato nella fontana del Bellagio ma si sa, sono gusti.

L’unica cosa che mi sentirei di menzionare – a parte la meraviglia del Bellagio e della sua fontana, della camera del bagno e della colazione in camera che è stata una delle cose più fighe mai provate, a parte tutto questo dunque l’unica cosa degna di nota è stata il nostro matrimonio. Ebbene sì, ci siamo sposati. Abbiamo provato l’ebrezza di fare quella cosa che probabilmente almeno io non farò mai ma soprattutto di fare un’esperienza incredibile come vi assicuro è uscire dall’hotel da single e ritornarci due ore dopo, dopo aver attraversato la città in taxi, da coppia sposata.

Taxi andata: 20 minuti

Licenza Matrimoniale: siamo terzi in coda quindi 15 minuti

Tempo per trovare una cappella: 3 minuti

Attesa del nostro turno (compresa scelta degli anelli e dei dettagli): 30 minuti

Durata Cerimonia: 10 minuti – in molti saranno curiosi di conoscere le mise, ebbene, favolose ma soprattutto ABBINATE: io sembravo uscita dalla Casa nella Prateria, con tanto di camicia consumata in un punto causa ferro da stiro del Bellagio e Beps sembrava invece uscito da Scarface.

Attesa Taxi in mezzo al nulla: 10 minuti

Taxi Ritorno: 30 minuti.

A rendere tutto questo ancora più folle l’afroamericana strafatta di crack che parlava talmente in fretta completando un numero di parole così basso da far sembrare Precious appena uscita da Oxford e il suo inglese quello della regina Elisabetta.

Il giorno seguente come previsto, in quanto sposini freschi freschi ci concediamo una meravigliosa colazione in camera e dopo la ricerca, vana, di un paio di scarpe visto la sera prima e l’acquisto di qualche regalino per i parenti vari scappiamo a cambe levate con le fiamme dell’inferno che ci lambiscono le caviglie, e ci dirigiamo verso la tanto ambita – altro che Vegas – Williams, Arizona.

La mia opinione finale circa Las Vegas è che è una città che va vista se uno capita da queste parti, ma dove non si può restare per più di una quarantina di ore. E’ incredibile il suo essere sorta in mezzo al niente, al deserto ed incredibile è il ritmo con cui si è sviluppata. Incredibile è l’assurdità di palazzi che si sussueguono uno dopo l’altro cercando di essere il più alto, il più scintillante, il più assurdo. Ma dal momento che Cher tra poco se ne andrà, non credo ci metterò mai più piede.

L’arrivo a Williams è una vera liberazione: totale silenzio, vento fresco e nessuna luce abbagliante. Arriviamo tardi quindi il primo giorno finisce così e rimandiamo l’esplorazione al giorno successivo. Che inizia del modo migliore ovvero con la colazione perfetta: la Mountain Man Special. Salsicce, uova, toast e hash browns ovvero patate tagliate fini e fritte in padella. Roba perfetta per cominciare una lunga e faticosa giornata al Grand Canyon!

Prima però visitiamo un pò Williams, con il suo piccolo dipartimento di polizia e quello di giustizia, l’insegna all’inizio della via principale che ne ricorda la fondazione e il suo legame con il Grand Canyon e i numerosi rimandi alla Route 66. Andiamo anche alla stazione, dove oltre che fotografare un treno d’epoca che serviva per trasportare turisti al Canyon diamo libero sfogo alla nostra demenza ripetendo la scena della stazione di The Hours, con me e il mio splendido cappello di paglia come protagonisti.

La strada per il parco è abbastanza breve, e in un’oretta parcheggiamo la macchina e ci mettiamo in fila per il primo bus che ci porterà alla zona di smistamento dei due percorsi principali del parco. Optiamo per quello rosso, con le fermate molto più vicine alle vedute spettacolari, e la prima volta l’attesa è infinita, circa 3/4 d’ora, forse di più. Ma dio, se ne è valsa la pena.

Quando scendiamo non è che si veda molto: degli alberi, roccia, terra..ma basta fare qualche passo per unirsi al coro di Wow e smettere di parlare. Una cosa così immensa credo sia difficile da spiegare a parole, si ha proprio la sensazione di essere insignificanti e inutili di fronte alla natura in tutta la sua potenza e bellezza, ai suoi colori e i suoi rumori. Scattiamo un numero imprecisato e impressionante di foto, anche se nessuna di queste sembra rendere l’idea una volta tornati a casa, riguardandole.

Ci sediamo ai margini di dirupi profondi centinaia di metri, assaporiamo quel vento che un po’ fa paura e sperimento per la prima volta in vita mia le vertigini. Le gambe, quando mi avvicino ai bordi per farmi fotografare da Beps, sono come paralizzate e devo raccogliere tutto il mio coraggio per avanzare di pochi centimetri e questo non fa altro che aumentare l’emozione già immensa di quella visione infinita.

Prendiamo il bus per vedere 4 o 5 punti differenti del Canyon (i bus passano ogni 15 minuti ed effettuano percorso circolare), e ripartiamo dopo il capolinea (Hermit’s Rest) appena in tempo per vedere il tramonto, come ci informa prontamente l’autista.

Ci lascia scendere dicendo che ci resta un solo minuto per assistere allo spettacolo incredibile che è il tramonto sul Gran Canyon quindi ci precipitiamo insieme ad un gruppo di una ventina di turisti verso il margine, urlandoci incitamenti perchè manca davvero un minuto, non era assolutamente un tempo buttato lì a caso. Quando rientriamo al centro visitatori ormai è buio e non esistono lampioni. Mi sono data molte spiegazioni, impediranno la visuale chiara del cielo e delle stelle, non si aspettano che la gente resti dopo il buio, e tante altre più colorite ma fatto sta che non si vedeva NULLA. Proprio niente, neanche per sbaglio, una volta che ci si spostava di una decina di metri dalla fermata del bus.

Momenti di vero panico, fantasie di coyote affamati e serial killer e serpenti a sonagli e flash per illuminare il buio per una frazione di secondo ma nulla, la Giallina non si trova. Fortunatamente qualcuno ha avuto più fortuna di noi e i fari di un’auto ci fanno almeno realizzare la direzione da prendere e poco dopo, complice il clacson che parte quando si aziona il telecomando, saliamo in macchina dando un ultimo sguardo a quel cielo enorme e nero.

Già perchè non l’ho mai visto un cielo così. Si vedeva tutto, un numero di stelle che non immaginavo neanche potessero esistere e il nero era davvero nero.

Tornando indietro mi viene da pensare ad un libro, “Erano solo ragazzi in cammino” di Eggers, e in particolare alla parte in cui il protagonista, con gli altri bambini scappati dai villaggi sotto assedio, cerca di raggiungere l’Etiopia. Viaggiano di notte, anche, e il protagonista descrive il buio del deserto proprio come quello che avevo visto poco prima e che stavo ancora fissando attraverso il finestrino della macchina. Solo che io avevo paura (immotivata, spero) dei coyote e rapinatori fantasma mentre loro venivano attaccati dai leoni, di quelli veri che al mattino lasciavano solo la conta da fare dei bambini rimasti.

Il viaggio di ritorno è piuttosto silenzioso, ognuno ha qualcosa a cui pensare e in sottofondo si ripete ossessivamente la colonna sonora di Into The Wild, ma recuperiamo l’uso della parola e le forze per un ultimo sforzo: la corsa al supermarket: ore 21.58, supermercato chiude alle 22, non solo ci lasciano entrare ma fino alle 22.15 quando finalmente usciamo riceviamo solo saluti e sorrisi gentili.

Ah, questi americani… la leggenda dell’accoglienza italiana di cui ho già parlato va sempre più demolendosi.

La mattina successiva siamo già in partenza, senza rinunciare però ad un’ultima splendida colazione da Old Smoky’s e ad alcuni acquisti al mercatino più splendidamente lurido e triste che io abbia mai visto. Abitanti di Williams e paesi vicini espongono e vendono robe riesumate da armadi e cantine e soffitte, con virus annessi e del tutto gratuiti.

Acquistiamo alcuni pupazzetti che si riveleranno utilissimi più avanti e due splendide targhe, la mia è del Nebraska, datata 1948 ed è semi distrutta… una vera meraviglia.

Ma è tardi e dobbiamo scappare, il viaggio è lungo verso la nostra prossima meta: Los Angeles.

Il resto delle foto della prima parte del viaggio le trovate qui: http://www.wix.com/muchadoaboutnoth1ng/Photography

To Be Continued……

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~ di muchadoaboutnoth1ng su agosto 26, 2010.

10 Risposte to “On The Road // USA 2010 // Part 1”

  1. Wow!!

  2. Chiara, solo una cosa… GRAZIE! Come sempre scrivi e descrivi divinamente!
    E grazie per aver confermato la mia idea. A LV ci si deve fermare solo x il tempo necessario… quindi, x noi, solo per le serate del concerto. sarebbe tempo sprecato.

  3. Mi sono perso tra i racconti, gli aneddoti, le luci di Las vegas che ho visto solo in CSI o Ocean’s Eleven, il vento del canyon e le parole alle “amiche”…
    Attendo la seconda parte! ❤

  4. Dopo una giornata di litigi con il pc che non ne voleva sapere di connettersi eccomi qui a commentare con le lacrime agli occhi.
    La prima parte mi ha steso proprio: quei silenzi in quei luoghi, quasi timidezza.
    Straordinario quanto ancora tutto sia così chiero nei ricordi ma allo stesso tempo ancora un pò incredulo lo sono, ma del resto penso sarà sempre così visto che non si è abituati a realizzare certi sogni.
    Grazie:-*

  5. @ Ale e Diè, GRAZIE!

    @ Daniela, esattamente. Organizza qualcosa per quello che potete, non so quanto tempo vi fermate. Ma tutte quelle ore di volo e quei soldi per vedere solo Las Vegas SECONDO ME sono buttati. Certo so che andate per Celine ma non è proprio come andare a Parigi..

    @ Beps :-*** anche il tuo post è bellissimo.

  6. Questo post è bellissimo.. voi siete meravigliosi.. ho pianto come un cretino.. e sto scrivendo questo commento con gli occhi ancora lucidi. E’ tutto il giorno che attraverso le tue foto e le tue parole rivivo i sogni di quando ero piccolo e che avevo volutamente messo da parte

  7. @ Grazie Jimmy :-***

  8. uuuuuuuuuuuhhh ma io ne voglio ancora…perchè mi è sembrato di leggere un libro, vedere un film o ascoltare un disco…
    che cosa meravigliosa deve essere stato questo viaggio…

    corro a leggere la seconda parte!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  9. Io credo che ai canyon sarei morto una volta per tutte.
    Che meraviglia!

  10. Da togliere il fiato, e la parola. Ancora adesso faccio fatica a descrivere!

    Grazie Isa 😉

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