An anthropologist on Mars // Temple Grandin

 

 

Ammetto la mia più totale e assoluta ignoranza.

Non è un bel punto di partenza ne sono consapevole, ma è così. Come capita spesso e volentieri qui nella provincia dell’impero statunitense i personaggi che ci raggiungono sono quelli con connotati negativi: serial killers in particolare, ma anche i politici peggiori e la satira più becera. I personaggi che hanno sul serio cambiato gli Stati Uniti e il modo di pensare comune quelli no, ci sono preclusi.

In questo caso si parla di Temple Grandin. Come dicevo non l’avevo mai sentita nominare, finchè una sera, su Sky, assistendo alla cerimonia degli Emmy mi accorgo di non avere la minima idea di chi sia (o cosa sia) quel “Temple Grandin” che sta vincendo praticamente tutto nelle categorie principali e di chi sia quella tizia (“sarà la produttrice”) vestita da cowgirl che sale sul palco con attori e regista.

Resto convinta che sia qualcosa di francese, qualcosa su un tempio, e rimuovo completamente. Ebbene sì, nonostante Claire Danes e la più bella arcata dentaria del creato.

Ma Sky evidentemente sente di dovermi ripagare in quanto abbonata dal primo giorno della sua esistenza, e da questo mese ha iniziato a trasmettere questo film (con la possibilità di avere l’audio originale e sottotitoli, come d’abitudine).

Così scopro che effettivamente Temple Grandin non è il nome di un tempio, bensì di una donna, e che il film non parla di amori francesi ma della sua vita che è quanto di più lontano ci possa essere da quella che mi aspettavo fatta di pizzi e lustrini.

Temple Grandin è una donna autistica, ora professoressa all’università del Colorado, che da bambina sembrava destinata a finire in una comunità come tante altre persone con lo stesso problema e che invece è riuscita grazie ad una razionalità che mi ha colpito molto vedendo questo film e che poi ho ritrovato nelle sue interviste, a domare le sue paure sfruttandole anche per aiutare non solo le altre persone affette da autismo ma anche gli animali destinati alla macellazione, e in particolare le mucche.

La Grandin è infatti la creatrice dei recinti e percorsi che portano ai mattatoi dei maggiori allevamenti di bestiame del nord america, che ha studiato e creato immedesimandosi in quelle creature “sfruttando” la forma di autismo (leggendo ho infatti scoperto di essere terribilmente ignorante ANCHE in questo campo, e che ne esistono una varietà infinita di forme) che l’ha colpita, studiando modi di condurre il bestiame che permettessero di dare alla loro morte la giusta dignità. Aggiungendo curve, eliminando riflessi e ombre, utilizzando nastri trasportatori per aiutarle a procedere, eliminando insomma ogni forma di distrazione o “preoccupazione”, perchè il fatto che la morte di questi animali fosse inevitabile a suo dire (e io concordo insieme alla maggior parte degli allevatori d’america) non significava necessariamente che era lecito brutalizzarle.

La sua affinità con gli animali e le mucche in particolare le ha anche permesso di intuire, osservandone un esemplare che una volta “stretto” all’interno delle grate per la vaccinazione si tranquillizzava che forse anche nel suo caso un “abbraccio” avrebbe potuto alleviare i suoi attacchi di panico, così si costruì una “macchina per gli abbracci” che ha utilizzato per gran parte della sua vita.

Il film è bellissimo, racconta una storia come solo i film della HBO sanno fare, senza facili mezzucci che farebbero facilmente commuovere ed evitando la furbizia di concentrarsi solo sulla parte negativa della vita della Grandin.

La Danes è immensa, finalmente protagonista anche se solo in un film per la tv, anche se mi auguro che questa performance e i premi che ha ricevuto l’aiutino ad avere più offerte in tal senso.

Un film che consiglio dunque, perchè tratta un personaggio eccezionale, uno di quegli eroi che meriterebbero di essere inseriti nei libri di scuola come fonti di ispirazione per generazioni. E soprattutto un film che meriterebbe più spazio, magari al posto di quelle fiction tutte italiane che riabilitano i killer politici o peggio ancora, i Papi.

 

Durante la chiacchierata [con Panorama] Grandin talvolta esclama: «Perché mi fai domande così astratte? Io non ragiono così. Googlami!». In che senso? «Usami come Google: di’ una parola e io traduco in immagini cosa mi viene in mente». Va bene: responsabilità… «Vedo persone che hanno fatto cose sbagliate e ne hanno pagato le conseguenze: Tiger Woods, Bill Clinton». Amore… «Herbie, la Volkswagen del Maggiolino tutto matto. Mia madre che si prende cura di me…».

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~ di muchadoaboutnoth1ng su novembre 3, 2010.

6 Risposte to “An anthropologist on Mars // Temple Grandin”

  1. Sono riuscito a reperirlo e non vedo l’ora di vederlo, spero questo week end!^^

  2. BELLISSIMO.

  3. Visto.
    Che dire, quoto tutto, ogni singola parola.
    Claire Danes è immensa, un ruolo meraviglioso e un’interpretazione da Oscar.Spero che questo film tv le dia il via libera per altri ruoli da protagonista al cinema perchè se li merita.
    Sceneggiatura intelligente e una regia delicata e molto bella.
    Colonna sonora di chiara impronta glassiana, soprattutto nei momenti drammatici, quindi adoro.

  4. Contenta ti sia piaciuto! Sai che non ci ho fatto caso alla colonna sonora? Davvero incredibile, di solito è la prima cosa che noto.

    E concordo, spero la Danes venga “lanciata” da questo ruolo perchè è proprio brava ed è assurdo vederla limitata in ruoli da comprimaria.

  5. Vero!E coraggiosa la HBO ad averle offerto questo film tv, in cui è praticamente in ogni inquadratura!
    ps: ma il guardaroba?Che camicie meravigliose non aveva???ahahhahahahahhahah!

  6. Ahahahahahaha sono stupende!! Che paese meraviglioso quello in cui puoi vestirti così e mettere simpatiche salopette ahahahaha

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