Rome Film Festival // Rabbit Hole

Quello per Nicole è un amore che parte da lontano. Da Giorni di Tuono probabilmente, anche se mi piace pensare, per dare alla cosa un pò di dignità, che invece sia partito da Cuori Ribelli. Dopo la passione iniziale però, ammetto di averla seguita un pò da lontano..apprezzandone, lo dico in tutta onestà, l’aspetto fisico più che la recitazione. Una passione superficiale, che credevo destinata a spegnersi dopo qualche tempo come accade di frequente quando l’amore parte dagli occhi e non dal cuore.

Poi c’è stato Moulin Rouge. Sarà stato il suo viso così dannatamente vicino alla perfezione, quella presenza scenica che ti fa urlare DIVA come poche volte succede o il fatto che interpretasse Satine ovvero uno dei personaggi femminili più belli dai tempi di Via Col Vento, ma alla fine del film era ossessione allo stato puro. Le inquadrature buie di lei sul “trapezio” mi hanno perseguitato per mesi, quei lineamenti perfetti, quella luce. E ad aggiungersi a tutto questo una performance strepitosa e ingiustamente ignorata dall’Academy, performance con la quale scopro che non solo è meravigliosa ma balla, canta, fa ridere. Come non esserne rapiti?

Poi ci fu The Hours, aspettato per mesi, e quello sguardo sulle scale che nonostante il trucco ti fa dire che è lei, è Nicole, è Virginia.. è grande. Cosa che continui a ripeterti ogni singola volta che appare sullo schermo in un crescendo che esplode alla stazione in una delle scene più intense ed emozionanti alle quali mi sia capitato di assistere. The Hours fu la consacrazione, quasi che quel recitare “coprendosi” il viso fosse un gesto di sfida nei confronti di chi la giudicava bella, MA.

La prima edizione della Mostra del Cinema mi regala l’occasione, insieme a Beps, di incontrarla anche se solo per qualche secondo. Brilla di luce propria, si ferma per firmare autografi a TUTTI. Noi compresi.

Ci è parso dunque normale una volta appreso che il film da lei prodotto e interpretato del quale eravamo riusciti giusto a capire la trama e il cast (niente trailer, niente foto promozionali, niente di niente)  sarebbe stato presentato di nuovo lì, a Roma, comprare i biglietti per la proiezione e quelli del treno: andata e ritorno nello stesso giorno per un totale di 7 ore di viaggio “per vedere un film?”. Esattamente. Niente di più semplice, nonostante la sua presenza fosse data per improbabile se non impossibile fin dall’inizio, non potevamo rischiare di vedere il film tra un anno e doppiato, per giunta.

E Dio, se ne è valsa la pena.

Rabbit Hole è un gioiello, uno di quei film che nonostante siano low budget non si fanno mancare nulla in nessun settore: fotografia, colonna sonora, i coprotagonisti (a cominciare dall’adorabile Dianne West), la delicatezza della regia di John Cameron Mitchell ma anche e soprattutto la sceneggiatura. Il film è tratto da pluripremiata piece teatrale di David Lindsay-Abaire e il tema è piuttosto semplice: il lutto, l’elaborazione della perdita di un figlio e le ripercussioni sul rapporto tra i genitori. Plain and simple.

Semplice come sarebbe stato trattare questo tema usando forti dosi di overacting e conversioni religiose e mezzi più o meno spudorati per farti mettere mano al fazzoletto dal primo minuto, cosa che per fortuna non avviene. Ho adorato questo film proprio perchè Becca e Howie reagiscono a questa perdita come farei io, respingendo dio e l’ottimismo da “ora-è-felice-nella-casa-del-signore”, odiando e sì, probabilmente anche diventando un pò cattiva.

I dialoghi sono crudi, ironici, di quell’ironia che non ti fa sorridere ma piegare leggermente le labbra lasciandoti in bocca un gusto amaro e doloroso: sono dialoghi veri. Nessuno dei protagonisti ha risposte da dare, sentenze da emettere. E procedono a tentativi, cercando un modo di rendere il dolore sopportabile: succederà forse eliminando la presenza del figlio dalla casa? Vendendola addirittura? Portando via il cane che ha provocato l’incidente? O perchè no, incontrare il ragazzo che quel giorno ha ucciso mio figlio pur non avendone colpa?

Gli incontri di Becca con il ragazzo sono tra le cose più belle del film, sono silenziosi e imbarazzati, commoventi ma delicati e portano a sentirsi vicini al personaggio di Nicole nonostante faccia di tutto per farsi “odiare”, perchè potrebbe tranquillamente evitare di vederlo, dimenticarlo e detestarlo ma invece cerca quasi di consolarlo, consapevole del fatto che la vita di entrambi sarà distrutta per sempre.

La sua performance non saprei con quale aggettivo descriverla: immensa, di nuovo, probabilmente. Tanto immensa da offuscare quella seppur grande di Eckhart. Sono entrambi freddi e misurati fino a quando non arrivano al confronto regalando scintille e pugni nello stomaco che i fazzoletti, se solo ne avessimo la forza, li farebbe tirare fuori volentieri.

Invece restiamo lì immobili sperando di non emettere alcun suono pensando di soffocare da un momento all’altro e incassiamo gli ultimi pugni aspettando una risposta, una qualsiasi, definitiva e consolatoria, alla domanda ripetuta come un mantra nel finale.

Ma aspettiamo invano.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su novembre 4, 2010.

3 Risposte to “Rome Film Festival // Rabbit Hole”

  1. Con una premessa del genere mi sneto obbligato a farne una anche io prima di parlare del film.
    Il primo colpo di fulmine lo ebbi quando in tv la vidi sul red carpet a Venezia per Eyes Wide Shut: emanava luce propria. poi con Satine è esplosa la passione e con la Grace di Dogville è diventata adorazione. Il resto viene da sè.

    Rabbit Hole è un film che cresce dentro di te, gg dopo gg si insinua e non ti lascia più. E questo perchè è vero, è reale: tutto sembra così naturale che spaventa e pietrifica ancora di più.
    Aspettavo questo film da tanto, sebbene le riprese siano avvenute solo un anno fa. Ma l’esempio Margot At The Wedding (film che consiglio vivamente) bruciava ancora e la paura che anche questo piccolo film non riuscisse a vedere la luce era tanta. Non un trailer, foto col contagoccia, nessun festival che lo proiettava, una colonna sonora che è stata interamente riscritta perchè la precedente non convinceva.
    E invece dopo Toronto tutto si è sbloccato per fortuna: recensioni entusiastiche, distributore trovato e una Nicole Kidman che entra a gamba tesa nella corsa alla più ambita statuetta.

    E in questo film Nicole mette anima e corpo: ha comprato i diritti della piece, ha scelto il regista e telefonato ad ogni membro del cast personalmente, ha scelto l’amica Ann Roth per i costumi (dopo The Hours la inserisce in ogni suo film praticamente). Insomma si è buttata in un progetto rischioso e l’ha fatto personalmente.
    Di nuovo l’attrice che forse più di tutte può vantarsi di essere DIVA si conferma anche l’ANTI DIVA per eccellenza, lei che può permettersi di essere la pià grande star da red carpet e contemporameante un’attrice di cinema indie.

    Il finale di Rabbit Hole poi ti fa urlare al capolavoro. Così delicato, così feroce, così sospeso, così illusorio.

  2. che bel post. mi ha fatto piangere. pensa che lei non l’amavo.. pur avendola vista dal vivo nel 92, per caso alla prima londinese di cuori ribelli. poi mi sono innamorato con the other, e ovviamene moulin rouge. mentre come sai ci ho messo anni prima di apprezzare the hours.. pensavo pure io che il mio amore fosse finito, che la stella di nicole avesse ormai già raggiunto da un pezzo il punto di massimo splendore e che ormai si stesse offuscando, ma con le tue parole mi hai ridato speranza e messo una gran voglia di vedere rabbit hole

  3. Wow che commentone Beps!
    Non so come ho fatto a dimenticare di menzionare Dogville e Eyes Wide Shut, sono stati fondamentali!

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