Howl // L’Urlo

Ci ho messo un pò a maturare un’opinione su questo film e credo che il motivo sia che non è un film come tutti gli altri, nonostante nel trailer abbiano infilato scene del processo per  dare un senso di Biopic classico, per non allontanare spettatori probabilmente, che si sarebbero forse tenuti lontani se il film fosse stato descritto per ciò che è ovvero un lungo, poetico, confuso e meraviglioso grido.

Un insieme di cose, un flusso di pensieri costante, è storia, è voce, è musica, è animazione, proprio come tutte queste cose sono Howl, il poema di Ginsberg da cui è tratto.

E’ un film che regala ottimismo nonostante tutto, perchè non è passato molto tempo da quei giorni e forse ancora si può recuperare qualcosa di quello spirito e di quella libertà. Certo non siamo a San Francisco qui, e al contrario il nostro premier si premura di ricordare al suo popolo appena può che l’unica via giusta e corretta è quella della famiglia, dell’uomo e della donna che lavorano, comprano casa e producono prole.

Quello invece era il tempo delle idee, il tempo in cui la cosa figa era avere qualcosa da dire, anche se questo poteva costarti la libertà, e da questo punto di vista come tutti sappiamo è un film a lieto fine, perchè il bigottismo fu battuto e Howl è diventata una delle opere più famose della poesia Americana.

Franco è strepitoso, anche se inizialmente ammetto di aver avuto dei dubbi perchè dal trailer mi sembrava tutto troppo enfatizzato. E invece no, lo staresti ad ascoltare per ore ed è proprio lui a renderti invidioso di chi ha avuto la possibilità di stare seduto, una sera, a sentire Ginsberg leggere, recitare, urlare Howl, l’urlo di dolore e ringraziamento a chi ha contribuito a rendere la società e la cultura americane quello che sono oggi.

Ed è così che vi consiglio di leggerlo, ad alta voce, quasi urlando.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked,
dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,
angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night,
who poverty and tatters and hollow-eyed and high sat up smoking in the supernatural darkness of cold-water flats floating across the tops of cities contemplating jazz,
who bared their brains to Heaven under the El and saw Mohammedan angels staggering on tenement roofs illuminated,
who passed through universities with radiant eyes hallucinating Arkansas and Blake-light tragedy among the scholars of war,
who were expelled from the academies for crazy & publishing obscene odes on the windows of the skull,
who cowered in unshaven rooms in underwear, burning their money in wastebaskets and listening to the Terror through the wall,
who got busted in their pubic beards returning through Laredo with a belt of marijuana for New York,
who ate fire in paint hotels or drank turpentine in Paradise Alley, death, or purgatoried their torsos night after night
with dreams, with drugs, with waking nightmares, alcohol and cock and endless balls,
incomparable blind streets of shuddering cloud and lightning in the mind leaping towards poles of Canada & Paterson, illuminating all the motionless world of Time between,
Peyote solidities of halls, backyard green tree cemetery dawns, wine drunkenness over the rooftops, storefront boroughs of teahead joyride neon blinking traffic light, sun and moon and tree vibrations in the roaring winter dusks of Brooklyn, ashcan rantings and kind king light of mind,
who chained themselves to subways for the endless ride from Battery to holy Bronx on benzedrine until the noise of wheels and children brought them down shuddering mouth-wracked and battered bleak of brain all drained of brilliance in the drear light of Zoo,
who sank all night in submarine light of Bickford’s floated out and sat through the stale beer afternoon in desolate Fugazzi’s, listening to the crack of doom on the hydrogen jukebox,
who talked continuously seventy hours from park to pad to bar to Bellevue to museum to the Brooklyn Bridge, a lost batallion of platonic conversationalists jumping down the stoops off fire escapes off windowsills off Empire State out of the moon
yacketayakking screaming vomiting whispering facts and memories and anecdotes and eyeball kicks and shocks of hospitals and jails and wars,
whole intellects disgorged in total recall for seven days and nights with brilliant eyes […]

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude
strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia hipsters testadangelo bramare l’antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte,
che povertà e stracci e occhiaie fonde e strafatti stavan lì a fumare nel sovrannaturale
buio di case con acqua fredda librati su tetti di città contemplando jazz,
che il cervello spogliavano al Cielo sotto l’Elevata vedendo angeli maomettani barcollare su tetti di condomini illuminati,
che in università eran di passaggio con occhi raggianti e cool allucinando Arkansas e Blake-lumilievi tragedie tra studiosi della guerra,
che erano espulsi da accademie per pazzo e osceno pubblicare odi sulle finestre del cranio,
che in camere non sbarbate impauriti s’acquattavano in mutande, bruciando i soldi nella carta straccia e ascoltando il Terrore di là dalla parete
che si facevan beccare con barba pubica tornando via Laredo con cintura di marijuana per New York,
che mangiavan fuoco in hotel ridipinti o bevevan trementina in Paradise Alley, morte, o si purgatoriavano il torace notte dopo notte con sogni, con droghe, con incubi a occhi aperti, alcol e cazzo e balle-sballi senza fine, incomparabili strade cieche di nube rabbrividente e fulmine nella mente saltando verso Canada e Paterson i poli, illuminanti tutto l’immoto mondo dell’Intra-tempo,
solidità peyotiche di sale, retrocortiletti verdi alberi albe da cimitero, sbronza di vino su tetti, quartieri di vetrine in corsa da cannarolo su macchina rubata neon intermittente semaforo, sole e luna e
vibrar d’alberi nel frastuono invernale dei crepuscoli a Brooklyn, comizi in cima a pattumiere e sottile sovrana luce della mente,
che si incatenavano alla metro in corsa senza fine da Battery a santo Bronx fatti di benzedrina finchè
il rumor di ruote e bambini li buttava giù tremolanti bocca autotorturata e il tetro del cervello spremuto d’ogni brillanza nella luce cupa dello Zoo,
che sprofondavan tutta notte in luce sottomarina da Bickford, tornando a galla per pomeriggi
birra stantia nel desolato bar Fugazzi, ascoltando lo scoppio del giudizio finale al hydrogen-jukebox,
che parlavan di continuo settanta ore da parco a casetta a bar a manicomio Bellevue a museo a Brooklyn Bridge,
un battaglione perso di conversatori platonici che si buttan giù da scalini giù da scale antincendio da davanzali dall’Empire State
piombando sulla luna, ciacolando strillando vomitando sussurrando fatti e memorie e aneddoti e sballi ottici e shock d’ospedali e galere e guerre, interi intelletti rigurgitati con assoluta precision di memoria per sette giorni e sette notti con occhi lucidi […]

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~ di muchadoaboutnoth1ng su novembre 19, 2010.

2 Risposte to “Howl // L’Urlo”

  1. è così che l’ho visto.. un lungo meraviglioso grido.. se di biopic si tratta, riguarda non tanto ginsberg quanto i suoi versi.. con tutto ciò che ne consegue

  2. Un altro film da aggiungere alla lista. Franco mi è piaciuto moltissimo in Milk, non vedo l’ora di vedere Howl per poterlo rivedere… e pensare che inizialmente non gli si davano due soldi. Secondo me è bravo!

    E poi io adoro quel periodo (e quei posti… tanto NY quanto San Francisco)… mi fa morire l’ultima frase del trailer: “There is no beat generation… only a bunch of guys trying to get published”

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