Books to Remember // Educazione Siberiana

 

“Senza pensare ho preso la mitica Tokarev di mio nonno e sono corso dietro ai poliziotti. L’unica cosa che sentivo era una specie di gioia di esistere. Mi sono fermato davanti a uno di loro, i suoi occhi erano stanchi e tristi. Ho mirato alla faccia, ho cercato di premere il grilletto con tutte le mie forze, ma non riuscivo a muoverlo di un millimetro. Mio padre ha cominciato a ridere: – Vieni qui, piede scalzo! Non va bene sparare in casa, non lo sai? – “

Di questi tempi  trovare qualcosa che sorprenda, sconvolga e a tratti lasci interdetti per qualche minuto è difficile. Che questo succeda leggendo un libro poi, (almeno per quanto mi riguarda) è praticamente impossibile. “Educazione Siberiana” però c’è riuscito, tant’è che già ad un terzo del libro mi preparavo a scriverne, tanta era la voglia di condividere le emozioni che ha generato in me.

Nicolai Lilin è nato nel 1980 e vive in Italia dal 2003. Prima di allora ha vissuto a Bender in Transnistria e “Educazione Siberiana” è la sua autobiografia parziale, la storia della sua famiglia intesa come famiglia “allargata”, la famiglia degli Urca.

Gli Urca hanno vissuto nelle foreste siberiane per secoli, vivendo di traffici criminali ma conservando una profonda fede Ortodossa e un codice etico rigoroso. Consideravano le proprie tradizioni come la base della vita sociale e rifiutavano l’idea di ricchezza all’occidentale, ritenendo che il denaro e qualsiasi bene materiale fossero qualcosa da condividere con la propria comunità e non qualcosa da sfoggiare per rendersi più importanti. La posizione nella comunità Urca va conquistata, non bastano i soldi e nemmeno essere figli di qualcuno di “importante”.

Vennero deportati in massa in Transinistria (posto di cui devo ammettere sento parlare per la prima volta) con l’avvento del regime comunista insieme ad altri criminali ed è proprio lì che è ambientata la storia che Lilin racconta.

E’ il suo primo romanzo ed è stato scritto direttamente in italiano cosa che ogni  tanto si fa sentire, soprattutto per quanto riguarda i vocaboli che usa e la forma, ma in un libro come questo non l’ho visto come un difetto, anzi. E’ tra i libri più duri, violenti, ruvidi che io abbia mai letto e che non sia scritto in modo perfetto è inevitabile e forse essenziale.

Più che un romanzo vero e proprio è un insieme di racconti, come quando si sente parlare un anziano che inizia la sua storia e a mano a mano che entrano in scena i personaggi ferma il racconto per iniziarne un altro, tornando subito dopo a quello principale, in questo caso la sua vita da giovane criminale.

Così impariamo a conoscere gli Urca, il loro rispetto che diventa quasi venerazione nei confronti degli anziani, una vita che è un continuo ossimoro dove si può uccidere per un insulto e allo stesso tempo si difendono e si proteggono i disabili a costo della vita tanto da rendere la Transnistria una specie di oasi nei tempi in cui, per legge, in Russia era vietato tenerli nelle proprie abitazioni.

Scopriamo che si può morire per un graffito, che non si può parlare con i poliziotti (o con qualsiasi persona “infetta” dal punto di vista criminale o sociale) perchè ciò renderebbe marci, guasti, e si perderebbe il proprio posto nella società criminale. Scopriamo l’affascinante cerimonia del kefir, bevuto in assoluto silenzio passandosi la tazza bollente di mano, che le parole una volta uscite non tornano indietro e per questo nessuno dei dialoghi con persone esterne al quartiere è spontaneo, ma una sorta di recita dove anche se l’esito finale sarà l’inizio di una rissa si deve comunque augurare ogni bene al proprio nemico. Il corpo degli Urca è completamente ricoperto di tatuaggi perchè vengono considerati una sorta di libro che racconta la vita del criminale, una mappa che li rende riconoscibili all’interno del proprio mondo senza nemmeno il bisogno di presentarsi, e in uno dei passaggi più belli del libro Nicolai racconta dei suoi inizi come tatuatore, della sua passione e dedizione alla professione che viene considerata quasi sacra.

“Nonno Kuzja – scrive Lilin – non mi educava facendo lezioni, ma raccontando le sue storie e ascoltando le mie ragioni. Non parlava della vita dalla posizione di uno che la osserva dall’alto, ma da quella di un uomo che sta in piedi sulla terra e cerca di restarci il più a lungo possibile”

Kolima (così viene chiamato Lilin nel suo ambiente) viene anche arrestato varie volte e viene rinchiuso in un carcere minorile che è l’inferno sulla terra. E’ stata questa la parte più difficile da leggere per me, perchè immaginare che ragazzini di quell’età possano fare e subire determinate cose senza che chi dovrebbe sorvegliarli dopo averli messi lì dentro faccia nulla è inaccettabile per chiunque abbia una coscienza. “Educazione Siberiana” fornisce anche uno spaccato piuttosto terrificante di quello che doveva essere la vita nell’ex URSS, dove il confine tra bene e male è così sottile che non si vede, dove se queste persone sono criminali non si può certo dire che lo stato lo sia meno, tanto che pur essendo un libro che parla fondamentalmente della vita di una comunità criminale leggiamo molto spesso la parola “onesto”. Era così che si definivano gli Urca Siberiani, criminali onesti.

“C’è chi la vita la gode, chi la subisce, noi la combattiamo”

Tutto è impressionante in questo libro, e potrei continuare a citarne dei passaggi all’infinito ma non voglio togliervi il piacere di scoprire tutto per la prima volta.. già, come se fosse un thriller. Però non lo è purtroppo e più volte durante la lettura ho pensato che messo a confronto con questo libro il Padrino (e tutte le pseudo leggende sulla cattiveria e tradizioni della mafia italiana) diventa niente di più che una fiaba per bambini.

 

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~ di muchadoaboutnoth1ng su gennaio 23, 2011.

2 Risposte to “Books to Remember // Educazione Siberiana”

  1. “le parole una volta uscite non tornano indietro”.. mi hai messo una voglia assurda di leggerlo

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