True Grit // The wicked flee when no man pursueth

 

You must pay for everything in this world, one way and another. There is nothing free except the grace of God.

Ho visto questo film un paio di mesi fa, ma ho deciso di proposito di non scriverne finchè non l’avessi visto come un film del genere va visto: in sala.

Immaginando anche come doveva essere quando mio padre andava al cinema a vedere i film western: la sala buia e nebbiosa, lo schermo che si vedeva appena per via del fumo, le urla, il tifo, l’ovazione finale. Ed è con quello spirito che sono andata a rivederlo.

Certo, essere in pieno centro a Milano in una sala con un età media di 65 anni e signore rigorosamente impellicciate non aiutava creare la giusta atmosfera, ma con un pò di immaginazione e con l’aiuto dei Coen eccomi lì: nel selvaggio west, impolverata, a sbattere gli stivali contro un muro per scrollarmi di dosso lo sterco di cavallo sul quale ho accidentalmente quanto inevitabilmente messo il piede.

La storia (il film è un remake di un film omonimo con John Wayne del 1969, e sono entrambi ispirati dal romanzo di Charles Portis) e quanto di più classico si possa immaginare: una ragazzina tenace e sveglia (Hailee Steinfeld) vuole vendicare la morte del padre e per cercare e arrestare l’assassino (Josh Brolin ottimo nonostante il suo sia poco più di un cameo) assolda uno sceriffo federale e non ne sceglie uno qualsiasi, sceglie il più cattivo e spietato (Jeff Bridges). A loro si aggiunge un ranger texano che è l’opposto dello sceriffo, e i cui battibecchi con quest’ultimo scatenati dalla differenza enorme di vedute circa la vita e l’onestà sono da antologia (Matt Damon).

I Coen non mi hanno mai deluso. Non hanno mai rivoluzionato nessuno dei generi che hanno toccato ma che diamine, ogni loro film è un capolavoro a se stante. Riescono a mischiare ironia, cinismo, dramma usando la religione come se pur non facendo parte del film pendesse come una spada di damocle sulle sorti dei protagonisti.

 

 

Le differenze con l’originale si notano subito, ed è Hailee Steinfeld a rappresentarle. E’ forte, rigorosa anche nell’aspetto, il film si regge quasi interamente sulle sue spalle ed è proprio lei a regalare una delle sequenze più belle e emblematiche del film ovvero l’attraversamento del fiume in groppa al suo cavallo: lo sguardo di Bridges / Cogburn quando finalmente arriva dall’altra parte e li fissa con orgoglio dice più di quanto possano dire anche i più profondi dialoghi. Io spero proprio che sarà a lei a tornare a casa con la statuetta domenica perchè tutto ciò che fa in questo film è impressionante: dalla trattativa con il mercante di  Fort Smith, alla forza fisica e mentale che traspare in ogni scena, e anche e soprattutto per l’enorme sforzo linguistico dietro ogni battibecco o battuta sprezzante che pronuncia. Per questo consiglio la visione in lingua originale, con il doppiaggio è praticamente impossibile cogliere qualsivoglia sfumatura.

 

 

Benchè Matt Damon sia di nuovo tornato in pista con una grande performance (dopo Hereafter, un grande sollievo), è Jeff Bridges ancora una volta a regalare una prova immensa. Immensa. Nell’attesa di vedere 127 ore, l’ultimo film dei nominati ad uscire, il mio voto va senz’altro a lui. Se c’è qualcosa a cui non so resistere è quando un attore interpreta fisicamente un personaggio rendendosi invisibile, e qui Bridges lo fa così bene che quasi ne riusciamo a sentire l’odore: è zoppo, barcolla per questo ma anche perchè è perennamente ubriaco, vede da un occhio solo e tutto il suo volto diventa una maschera di sofferenza.

Probabilmente un cast del genere spiegherebbe da solo perchè ho adorato questo film ma non è tutto, oh no. La fotografia è strepitosa, aiutata da quell’America che è un immenso set naturale ma anche dalla bravura di Roger Deakins che regala alcune delle scene più belle degli ultimi anni ( qui una splendida intervista a Vanity Fair), e il copione, ispirandosi più al libro di Portis più che al film del 69 è come al solito il punto di forza dei Coen.

 

 

E’ una storia di maturazione e crescita, una storia di vendetta ma anche di solitudine, una storia dove tutto ha un prezzo, un monito su come la vita sia spietata, su come tutto può cambiare anche quando ci sembra di avercela fatta. Una storia pessimista tutto sommato e questo la rende particolare nonostante, seguendo i dettami del western più puro, i personaggi siano schematizzati in buoni e cattivi. Cogburn è buono, è IL BUONO del film ma neanche per un momento viene innalzato su un piedistallo o dipinto nei colori dell’eroismo. E’ sporco, violento, rude, alcolizzato e quanto di più lontano ci possa essere dall’uomo di legge dell’immaginario collettivo, ma nonostante tutto ci si affeziona a lui, si tifa perchè riesca a salvare la ragazza, ci si alza in piedi pregando che riesca a fare quell’ultimo, fondamentale passo.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su febbraio 20, 2011.

6 Risposte to “True Grit // The wicked flee when no man pursueth”

  1. Bellissimo commento!
    Grandissimo film. I Coen non si smentiscono e riescono nell’impresa di dotare di sfumare un genere che molto spesso viveva solo di colori primari. Personaggi dotati di sfacettature, eroi sostituiti da antieroi scorbutici e goffi, antagonisti ancora più goffi.
    E anche dietro alla cinepresa mi fanno esaltare:

    Amo. Può sembrare una sciocchezza ma questi omaggi mi fanno andare in tilt. Perchè un film western non è un film western per me senza questa inquadratura strepitosa.
    Parlando di Oscar, ogni nomination è meritata ma nel mio cuore rimane il cigno nero. Ma Deakins stavolta deve vincere, il lavoro sulle luci in questo film è pazzesco!!!!
    Bridges e Steinfeld sono meravigliosi. Il mio tifo è per voi.

  2. Io ho qualche problema coi western e coi Cohen, ma mi fido di te e andrò a vederlo. Se nno altro perchè la locandina è meravigliosa. Per non parlare della frase di lancio, che è il genere di frase che mi farei scolpire sulla porta di casa: punishment comes one way or another

  3. io l’ho trovato un film un po’ incostante con delle punte altissime e tanti momenti cosi’ cosi’..magari perche’ sono io che il genere western non lo digerisco proprio o magari perche’, a sorpresa, questa volta mi sentirei quasi di consigliare la visione doppiata (o quantomeno con un sottotitolo scritto bello grosso) perche’ con quell’accento del sud certi dialoghi li ho solo vagamente intuiti
    Pero’ cacchio, quella cavalcata finale…veramente da antologia !!!

    PS: 127Hours e’ un film ecceziunale veramente !

    • Bellissimo il finale, concordo! E mi sa che doppiato lo hanno peggiorato un pò… contavo sul fatto che mio padre adorasse, per ovvi motivi, invece ha trovato insopportabile proprio il modo in cui hanno doppiato Bridges. Forse dei sottotitoli belli grandi sono da preferire 🙂

      Sì, 127 ore mi è piaciuto molto, anche se ero convinta che mi sarei emozionata di più.

  4. Un western con al centro una ragazzina credo non si fosse mai visto e questo lo rende speciale, però diciamo che non mi ha colpito più di tanto.
    Per Bridges invece io penso che la nomination sia davvero troppo. Non parlo della sua voce – l’ho visto doppiato e non posso giudicare la sua parlatina del Sud, ma in quanto a espressioni mi è sembrato decisamente monocorde..

    • Addirittura no nomination? Non so, a me ha stregato, forse proprio a causa della parlantina, e per il fatto di essere un’eroe estremamente atipico.
      Che mi dici della ragazzina invece?

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