A tribute to the Chelsea Hotel.

Che tristezza infinita. Ero ad un passo, un passo dal sogno di alloggiare nel posto che, per chi è cresciuto con un certo immaginario, equivale al Plaza, al Ritz di Parigi.. o meglio ancora, a San Pietro per i cattolici.
Un posto che riassume una città, un’epoca, uno stile di vita. L’arte, che si mischia con la vita e ci si paga l’affitto.
L’hotel Chelsea.

 

 

Un passo, dicevo. E invece niente. Pochi giorni fa il Chelsea Hotel è stato chiuso, ha cambiato proprietari, e non si sa quando riaprirà nuovamente i battenti. Certo è che non sarà più “quel” Chelsea Hotel, descritto così bene da Patti Smith nella sua bio “Just Kids”:

“Sono in modalità Mike Hammer, sbuffo il fumo dello Kool leggo gialli da quattro soldi, sto seduta nell’atrio in attesa di William Burroughs. Entra vestito di gabardine nero e cravatta, abito grigio. Resto seduta qualche ora al mio posto a scribacchiare poesie. Lui riemerge dall’ El Quixote incespicando, scarruffato e un pò sbronzo. Gli raddrizzo la cravatta e gli chiamo un taxi. E’ la nostra routine silenziosa.

Nel mentre registro l’attività. Tengo d’occhio il traffico che circola nell’atrio adorno di pessime opere d’arte. Robaccia davvero invasiva scaricata addosso a Stanley Bard a mò di pigione. L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qui è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.

L’ascensore è fiacco. Salgo al settimo piano per vedere se c’è Harry Smith. Poggio la mano sul pomello della porta, origlio soltanto silenzio. Le pareti gialle hanno un’aria istuzionale, da prigione scolastica. Infilo le scale e torno in camera nostra. Faccio pipì nel bagno in corridoio che condividiamo con altri sconosciuti pensionanti. Apro la porta. Non c’è traccia di Robert, a parte un bigietto sullo specchio.
Vado sulla quarantaduesima. Ti Amo. Blu.
Ha sistemato le sue cose, a quanto vedo. Riviste maschili impilate con cura. La rete di metallo arrotolata e legata, e le bombolette di vernice spray allineate sotto il lavandino.

Accendo il fornello elettrico. Prendo dell’acqua del rubinetto. Bisogna lasciarla scorrere un momento perche all’inizio scende marrone. Soltanto un pò di ruggine e  di deposito, dice Harry. La imia roba è nell’ultimo cassetto. Tarocchi, fiocchi di seta, un barattolo di Nescafè e la mia tazza – una reliquia della mia infanzia col ritratto di Uncle Wiggily, coniglio gentiluomo. Estraggo la Remington da sotto il letto, sistemo il nastro e inserisco un foglio di carta a protocollo. C’è molto da raccontare.”

In inglese:

From “Hotel Chelsea” in Just Kids by Patti Smith

I’m in Mike Hammer mode, puffing on Kools reading cheap detective novels sitting in the lobby waiting for William Burroughs. He comes in dressed to the nines in a dark gabardine overcoat, gray suit, and tie. I sit for a few hours at my post scribbling poems. He comes stumbling out of the El Quixote a bit drunk and disheveled. I straighten his tie and hail him a cab. It’s our unspoken routine.
In between I clock the action. Eyeing the traffic circulating the lobby hung with bad art. Big invasive stuff unloaded on Stanley Bard in exchange for rent. The hotel is an energetic, desperate haven for scores of gifted hustling children from every rung of the ladder. Guitar bums and stoned-out beauties in Victorian dresses. Junkie poets, playwrights, broke-down filmmakers, and French actors. Everybody passing through here is somebody, if nobody in the outside world.
The elevator is slowgoing. I get off at the seventh floor to see if Harry Smith is around. I place my hand on the doorknob, sensing nothing but silence. The yellow walls have an institutional feel like a middle school prison. I use the stairs and return to our room. I take a piss in the hall bathroom we share with unknown inmates. I unlock our door. No sign of Robert save a note on the mirror. Went to big 42nd street. Love you. Blue. I see he straightened his stuff. Men’s magazines neatly piled. The chicken wire rolled and tied and the spray cans lined in a row under the sink.

I fire up the hot plate. Get some water from the tap. You got to let it run for a while as it comes out brown. It’s just minerals and rust, so Harry says. My stuff is in the bottom drawer. Tarot cards, silk ribbons, a jar of Nescafé, and my own cup—a childhood relic with the likeness of Uncle Wiggly, rabbit gentleman. I drag my Remington from under the bed, adjust the ribbon, and insert a fresh sheet of foolscap. There’s a lot to report.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su agosto 12, 2011.

2 Risposte to “A tribute to the Chelsea Hotel.”

  1. come ha chiuso ??? Ci sono passato davanti un’ora fa e mica c’era scritto niente !!!
    Cmq fortunatamente il doughnut plant che c’e’ sotto e’ senz’altro ancora aperto. Certo sara’ meno poetico ma sono comunque soddisfazioni

  2. Pare di sì, all’improvviso. Tra l’altro nessun’avviso nei siti di prenotazioni, semplicemente non dava posto.

    Prendo nota, tanto un salto lì l’avrei fatto comunque, grazie!

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