Un sapore di Ruggine e Ossa

 

Aspettavo con ansia il ritorno della Cotillard in una performance degna di questo nome, con il sommo terrore che finisse come tante prima di lei che una volta raggiunto l’obbiettivo Oscar sono state colpite dalla maledizione della carriera che precipita da un burrone in Mulholland Drive, lasciando la malcapitata ancora in vita ma destinata a cameo (opzione A) o ruoli da protagonista assoluta in film mediocri (opzione B, la più comune).

Scampato pericolo.

Un sapore di ruggine e ossa (di Jacques Audiard, regista del meraviglioso Il Profeta) è un film bellissimo, struggente e la sua parte è una di quelle che lasciano il segno nell’anima e non si dimenticano tanto facilmente.

Parla di due vite lontane che si intrecciano per caso, dopo un incidente, e si salvano a vicenda.
Parla della disabilità, fisica da una parte, emotiva dall’altra.
Parla dell’amore, ma non è una storia d’amore.
Parla dell’amore per se stessi, dell’arrivare a pretendere e dare di più, del prendere coscienza di sé solo dopo avere perso, letteralmente, un pezzo di noi.

Stephanie (Marion Cotillard) fa l’addestratrice di orche in un parco acquatico. E’ bella, bellissima, e provoca per il gusto di farlo, per il potere che le garantisce.
Ali (Matthias Schoenaerts) si trova costretto a scappare nella città dove abita sua sorella che non vede da tempo, insieme al figlio che deve gestire dopo che è stato abbandonato dalla madre. Fa qualsiasi cosa: dal buttafuori in una discoteca dove conosce Stephanie che riaccompagna a casa dopo una rissa, per poi occuparsi della sicurezza notturna, dove incontra l’uomo che segretamente installa le telecamere per spiare i dipendenti dei supermercati e che nel bene e nel male gli cambierà la vita, organizzando gli incontri clandestini che lo faranno tornare sul ring e diventare professionista.


In seguito ad un incidente al parco acquatico Stephanie perde entrambe le gambe e con esse la voglia di continuare a vivere.
Il terrore del cambiamento, una vita passata a correre e a ballare che diventa un ricordo doloroso e lontano, sostituito da una sedia, un divano, un bastone. La vergogna e quella depressione che ruba qualsiasi forma di bellezza, di cura e amore per se stessi hanno il sopravvento. Come ricostruire una vita quando tutte le basi sono state spazzate via?

Impossibile.
Perchè scacciare il pensiero che da lì in avanti si verrà considerati solo ed esclusivamente partendo dalla (e in funzione della) propria disabilità è impossibile se non c’è qualcuno che anche con la forza ci convinca a farlo.

A cosa serve agghindarsi, uscire di nuovo tra la gente quando l’atteggiamento di chi si ha di fronte cambia non appena lo sguardo si abbassa?

Decide di contattare Ali perchè forse è più facile accettare uno sconosciuto nella propria vita quando chiunque altro ricorda e le ricorda chi era “prima”, e lui con la sua brutalità la costringe fuori, la porta al mare, la spinge al più semplice dei gesti con il più grande dei significati: farsi una doccia.

E quasi per scherzo le fa ritrovare ciò che forse più di tutto la fa ritornare in vita ovvero la femminilità, il desiderio, lo scoprire che “funziona ancora”. Che è ancora lei, ed è ancora viva, nonostante tutto.

Non si fidanzano, no, non è una storia d’amore così facile. Lui continua a fare la sua vita e a considerarla un’amica a cui quando è disponibile concede del sesso come fa con tante altre donne.
L’unica cosa che lo fa sentire vivo è combattere, sentire il rumore e l’odore di quelle ossa che si spezzano e gli fanno dimenticare di essere un reietto, qualcuno che la società ha scartato perchè fallito.

A farne le spese è anche Sam (il bravissimo Armand Verdure, che porta l’innocenza e la purezza in un film in cui ce n’è bisogno) che è vittima non solo della madre che lo ha abbandonato ma anche dell’incapacità del padre non solo di dimostrare ma anche di dare amore perfino a suo figlio, che considera senza fare troppi sforzi per nasconderlo poco più di un impegno, un impiccio. Fino a quando.. Non ho intenzione di rivelare il finale, questo è un film che va visto con tutta la sorpresa e l’ignoranza possibili perchè faccia ciò che deve ovvero scavarti dentro, tentare di farti distogliere lo sguardo per la troppa sofferenza, e infine fartela accettare come normale.

Mi limiterò quindi a dire che non sarà solo Stephanie a superare e a convivere con la sua disabilità rispondendo alla vita trovando un modo alternativo per gestirla, ma anche Alì riuscirà a liberarsi dell’impossibilità di concedersi, di amare. Un finale che può essere interpretato come buonista, ed è stato così definito in molte delle recensioni che ho letto. Non lo è. Non è buonista dare una tregua a un gruppo di personaggi distrutti e pretendere il finale negativo lo trovo inutilmente cinico.

 

E’ un film che parla di persone che sono come mani fratturate in apparenza guarite, ma che non guariranno mai del tutto.
Persone che soffrono ma che ad un passo dalla sconfitta si rialzano, e vincono. Certo uscendone ammaccate, con quel male sempre in agguato che torna sempre anche quando si è convinti che se ne sia andato via, per sempre.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su ottobre 29, 2012.

3 Risposte to “Un sapore di Ruggine e Ossa”

  1. […] fine lo vedrò perchè, dai tempi de La Môme, amo tanto quella povera crista di Marion Cotillon. Cotillard. Ma sappiamo benissimo che non è […]

  2. Splendida recensione. Me ne sono biecamente appropriato.

  3. Che splendido commento tes <3…Il finale, con quella splendida metafora mi ha toccato tantissimo…
    Ho ancora daventi agli occhi la sequenza di Marion con l'orca, davanti a quella vasca.
    Io ho amato tantissimo Schoenaerts..mamma mia che interpretazione e che personaggio…Audiard si dimostra un fantastico pittore di personaggi maschili: il suo cinema è una sferzata di fantastica virilità all'interno di un cinema europeo sempre più femminile.

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