Mal d’America.

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Ho il mal d’America.

Ho sempre sentito parlare del mal d’Africa, ma del mal d’America mai.

E intendo America del Nord, Stati Uniti, lo dico per i puristi che “l’America è tutto il continente”. Lo so, ma dire “Ho il mal d’America del Nord” non è proprio la stessa cosa, non credete?

Io ce l’ho, ne sono certa. Credo di avere tutti i sintomi, se esistono.

Tipo inziare ora, nel mese di dicembre, a pianificare il viaggio successivo.
Tipo iniziare conversazioni random con la frase “Eh.. ma in America” e continuandole come le nonne ovvero “il latte costa meno.. la benzina costa meno… gli alberghi costano meno… il cibo costa meno….”

In America scopri che quella degli italiani ospitali è una menzogna. Loro sono sinceramente gentili. Se sei fermo come un pirla in mezzo alla strada fissando, che so, il vapore che esce da un tombino, l’americano non ti urla contro “fora di ball” ma ti chiede se hai bisogno di indicazioni. E se ti servono, cosa che sembrerà assurda a voi stronzi che sogghignate dopo aver mandato un turista a Palestro invece che in Piazza Castello, te le da giuste, a costo di accompagnarti a piedi.

Le cassiere iniziano le conversazioni con “salve, tutto bene?”, non con un grugnito seguito da “ce l’ha la fidaty?”. In America.
Certo hanno anche i serial killer in America ma si sa, in quel caso è colpa della madre che gli ha dato poco affetto da piccoli.. probabilmente perchè faceva la cassiera e lo dava tutto ai clienti.

In America in mezzo al deserto c’è un posto che consuma più elettricità della Lombardia, e in questo posto c’è una piccola Ny, Venezia, e c’è la Tour Eiffel. Ci sono la Piramide e la Sfinge. Perchè? Perchè non sono mica come noi che perdiamo interi stipendi in luridi bar di periferia, loro se devono diventare poveri almeno hanno bisogno dell’illusione di averlo fatto divertendosi. Possibilmente sposando totalmente ubriachi degli sconosciuti.

Sono obesi, ok, ma vuoi mettere la soddisfazione di non dover leggere tutte le mattine:  “La colazione ideale: 4 tarallucci, un bicchiere di latte e un frutto” sulla confezione dei biscotti? Lì ci sarà scritto un enorme “STI CAZZI, LIFE’S TOO SHORT NOT TO EAT BACON”.

Mi mancano tante cose degli USA, alcune veramente stupide come i supermercati che sono luna park se visti con i nostri occhi, altre così personali che a descriverle si fa una gran fatica.

Cosa si provi, ad esempio, quando si parte una mattina dalla sabbia del deserto e si riapre la portiera della macchina all’Inspiration Point a Bryce Canyon, a 2.500 metri.

O a sedersi sul bordo di uno dei punti di osservazione del Grand Canyon nella totale incapacità di pronunciare parole con un senso compiuto perchè tutto è troppo grande, troppo profondo, troppo libero. Arrivare fino a Desert View in una giornata dal cielo limpido con lo sguardo che si perde per chilometri verso l’orizzonte e quando si abbassa incontra il fiume Colorado che sembra così piccolo che ci si ferma a pensare: wow, certo che hai fatto proprio un bel casino. Sedersi su una panchina ad ascoltare il ranger aspettando il tramonto.

Schivare un serpente a sonagli, passeggiare con un cervo.

Ricoprirsi di sabbia rossa nella Monument Valley e scoprirsi esperti guidatori 4×4 perchè il pulmino scoperto fa troppo turista, pregando poi ad ogni buca che all’autonoleggio non ci facciano pagare i danni.

Il calore mai sentito della Valle della Morte a qualsiasi ora, quel brivido di terrore che ti percorre il corpo quando ti allontani dalla macchina e tra i 50 gradi e il vento pensi che non ce la farai a tornare. I 4 litri d’acqua bevuti in poche ore, nelle quali non hai incontrato nessuno, se no il più totale e assoluto e meraviglioso nulla. Zabriskie Point al tramonto. Il pensiero, nella sera in cui muore Neil Armstrong, che in un posto più vicino alla luna non potresti essere.

Guidare nel west.

Può sembrare una di quelle cose ingigantite dal mito, che poi che differenza potrà mai esserci, guidare è sempre guidare, a Cormano come a Kingman.
No.

Dai, che uno poi arriva lì e le strade sono tutte uguali in fondo, sai che palle.
Oh no.

Certo uno deve crescere con quel mito della polvere e delle strade senza tempo che gli scorre nelle vene al posto del sangue per capire la necessità di prendere un aereo e dopo una media di 15 ore di volo fuggire a gambe levate dalla civiltà per finire nel nulla più assoluto, non è una cosa apprezzabile da tutti.

Ma per chi da questa malattia chiamata on the road è irrimediabilmente affetto, non c’è niente di più lontano dalla verità.

Nel west puoi guidare per 6 ore consecutive senza rendertene conto, ringraziando quelle che ti aspettavi essere delle noiosissime strade che continuano dritte per l’eternità, perchè grazie a loro puoi guardarti intorno con gridolini di meraviglia e fotografarle ad ogni microcambiamento senza rischiare di sfracellarti contro qualcosa. E’ l’unico posto in cui non parlare, in macchina, è a volte inevitabile. E’ il posto in cui quando partono Sweet Home Alabama e Take Me Home, Country Roads ci credi davvero, anche se sei in Arizona, nonostante il titolo della prima e nonostante la seconda dica “Almost heaven, west virginia, Blue ridge mountains, shenandoah river . Life is old there, older than the trees. Younger than the mountains, blowing like a breeze”. Insomma, la seconda parte va bene lo stesso, la prima è un dettaglio.

E’ difficile imbattersi contro alcunchè, in verità, ma il west è quel posto in cui il cielo prende vita e diventa qualcosa che fisseresti per sempre, non ti fa sentire nostalgia dell’umanità e ti permette di distaccarti dalla necessità della compagnia del cemento.

Il cielo. E’ enorme, sembra non finire mai, tanto che a guardarlo da sinistra a destra a volte se sei particolarmente fortunato capita di vederci 3 tipi di climi diversi: sole, pioggia, arcobaleno. Abbraccia la terra in un punto talmente lontano che è impossibile metterlo a fuoco.

Lo spazio. C’è tanto spazio nel west. C’è talmente tanto spazio che guidando abbastanza a lungo puoi tranquillamente girare un film nella tua testa mettendoci dentro qualsiasi cosa senza che questa venga intralciata dalla realtà. Il west è quel posto in cui puoi inventarti di tutto, e dimenticarti la tua vita.

Il tempo. Potrebbe essere il 1800, come il 2001. Guardando bene dietro una roccia potrebbe essere nascosto un indiano, ma dietro la collina ecco comparire un pannello solare. Non credo capiti molto spesso ai vecchietti nel west di dire “ah mi ricordo quando ero bambino e qui c’erano solo campi e nient’altro”, perchè lì è tutto come quando erano bambini. Spesso non sono cambiati neanche i diners che della loro immutata rozzezza vanno orgogliosi. Est. 1870 strillano le insegne ed è lì che il malato di America si fionda per un caffè, un pasto, una sosta.

Apre quelle porte sudice e malandate e trova quel classico pezzo country che suona al jukebox, proprio come ha sempre sognato, i divanetti di pelle uno di fronte all’altro e la cameriera incazzata che ti riempie la tazza, che essa sia piena oppure no poco importa.

Un approdo sicuro nell’immensità del deserto, ecco cosa sono i diners. Posti in cui puoi trovare la familiarità e il calore che quando tutto è così grande ti fanno una strana impressione, perchè sono cose che ti aspetteresti da quella provincia italiana fatta di case appoggiate l’una all’altra e parenti e chiacchiere, non in un luogo in cui il vicino più vicino dista un paio di km.

La polvere. Non mi è mai capitato di essere così contenta di essere sporca alla fine di una giornata, di sedermi per terra, salire su pietre dune sabbia con tanta disinvoltura, e contare i lividi con in bocca il sapore della vittoria. In America, succede. Succede ad esempio di camminare, scalare, scendere e salire più di quanto non si abbia fatto negli ultimi 5 anni messi insieme, perchè niente come l’America ti fa dire “ma sì, andiamo ancora un po’ più la”.

Poi questo “la” è talmente grande che ci si deve arrendere, purtroppo, almeno finchè saranno solo vacanze. Ma anche lì, l’America premia la tua fatica e sa salutarti a dovere.
Da un lato o dall’altro alla fine c’è sempre l’oceano ad attenderti per coccolarti prima di ripartire con le sue spiagge immense (e libere..), la gente sempre in costume, gli skateboard, il surf, le torrette dei bagnini. E’ sempre meglio passarlo lì l’ultimo tramonto americano, o almeno.. a me piace così.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su dicembre 31, 2012.

7 Risposte to “Mal d’America.”

  1. T_T

  2. ho cercato su Google “mal d’America”, perché ne sono grandemente affetto, e come primo link ho trovato questo intervento, che mi ha commosso, perché descrive tutte le sensazioni che provo io (quando poi si cita Kingman, dove sono stato per cinque giorni…). Grazie per aver saputo trascrivere le mie emozioni!

    p.s. è appena metà settembre eppure sto già pianificando anche io la vacanza del prossimo anno, non riesco a stare senza USA!

    • Rispondo tardi, tardissimo! Grazie a te, innanzitutto.
      Sono contenta tu ti ci sia ritrovato, potrei riscrivere tutto in questo istante perchè le emozioni sono rimaste immutate!
      La scorsa estate ho scelto di tornarci da sola, un giro con partenza e arrivo a Seattle, la costa, l’Oregon. Posti meravigliosi, così diversi da quelli del sud e dal magnifico West.

      • Il bello dell’America è proprio la diversità immensa fra un posto e l’altro, l’unica cosa comune a tutti, secondo me, è il senso di libertà e di grandezza che c’è ovunque.
        Grazie ancora e buona America, per quando ci tornerai!

  3. Pensavo di essere l unico ad averlo e invece no ..vorrei mettermi in contatto con qualcuno che prova queste emozioni

  4. Ciao! !! Hai descritto perfettamente quel senso di malessere che mi porto dietro da quattro mesi ormai…e purtroppo non riesco a trovare una “cura”…riesco a provare solo un po’ di sollievo riguardando le foto scattate o digitando su Google “Monument Valley”, “Grand Canyon”, “Bryce Canyon”.. e immergendomi in quelle immagini, in quei panorami che mai dimenticherò…Ho passato un mese negli Stati Uniti e tutto quello che dici è vero…guidare per ore senza stancarsi mai senza parlare…sopraffatti da panorami sempre diversi minuto dopo minuto…e il cielo…è vero…sembra immenso, sembra non abbia una fine…riesci a vedere davanti, dietro, a destra e a sinistra per centinaia e centinaia di chilometri di distanza…ed è vero…capita di vedere a destra la pioggia…davanti il sole e magari a sinistra uno splendido arcobaleno…e poi quando arrivi ai parchi…beh…li davvero perdi ogni certezza che avevi nella vita…il mio unico pensiero è stato:”ho sbagliato tutto nella vita…io DEVO vivere qua…I miei figli dovranno vivere qua…” fermarsi sul ciglio del Grand Canyon, abbracciare una sequoia, osservare con timoroso rispetto l’horseshoes bend, passare sopra la Glen dam, aprire la finestra il mattino e trovarsi davanti la Monument Valley rossa alla luce dell’alba, entrare in Antelope Canyon…beh…che dire…non ci sono parole per descrivere le emozioni che ho provato…non riuscivo a parlare tanto era lo stupore…I miei occhi si riempivano di lacrime e stavo in silenzio…a contemplare i colori, gli odori, i suoni di quelle meraviglie della natura! E che dire delle spiagge…sono stata sia in California sia in Florida ma la California mi ha letteralmente rapita. ..spiagge immense e ovviamente libere e pulite, tramonti da togliere il fiato, scogliere che sembrano tuffarsi in mare…le persone tutte e ripeto tutte fin troppo gentili e disponibili. ..è vero…piuttosto ti accompagnano che darti informazioni sbagliate!!! E poi le grandi città…che dopo aver “subito” le fortissime emozioni dei parchi non ti sembrano neanche cosa grandi…ma che poi ti rendi conto della loro bellezza e maestosità solo quando torni a casa e rivivi nella mente tutti i giorni ogni singola strada ed ogni singolo palazzo delle vie che hai percorso…
    Il mal d’america (del nord) esiste ed io ne sono affetta. ..anch’io passo i miei momenti liberi a pianificare il prossimo viaggio negli States sfogliando cataloghi, navigando su internet. ..solo così riesco a trovare un po’ di conforto…grazie per avermi fatto capire che non sono sola. Jessica.

  5. Ragazzi che dire, sono appena tornato e mi sono appena svegliato dal sonno ristoratore sul divano per il jet lag…mi sono reso conto che ero tornato e sono scoppiato a piangere. Perché mi si sono rovesciate addosso tutte quelle storie in un istante, le storie che l’America ti racconta ad ogni angolo di strada, l’espressività che senti in certa gente…quel menefreghismo misto a grande senso di umanità che ti fa sentire nel mondo nuovo…e che ti fa capire che sono molto più freddi e menefreghisti qui…la gente che ti dice “come va?” “passa una buona giornata” ti lascia senza parole…la grandezza ti lascia senza parole, ti senti veramente parte di un tutto lì. Ti senti un Tom Sawyer con la sua avventura da compiere, un vagabondo nella grande Madre Terra. Per fortuna esiste l’America…God Bless America!! E adesso come faccio domani mattina ad andare a lavorare? Sto pensando solo “non volevo più tornare”

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