Miele // Valeria Golino

Miele_Poster

E’ un film coraggioso, Miele. Lo sarebbe comunque, ma se si tiene in considerazione che è il film con cui Valeria Golino esordisce alla regia, la dimensione di questo coraggio aumenta in modo esponenziale.

E’ un film coraggioso perchè non cede alla tentazione di schierarsi che verrebbe piuttosto naturale con un argomento forte e controverso come quello del fine vita, ma pone questioni oggettive e dubbi legittimi laddove invece utilizzando casi ad effetto sarebbe stato molto più facile ottenere il plauso certo di almeno una parte del pubblico.

La protagonista è Irene (nome “in codice” quando è in servizio: Miele), che – probabilmente – segnata dalla morte per malattia della madre si occupa di aiutare i malati a porre fine alle loro sofferenze. I malati. O così credeva. Perchè le circostanze ad un certo punto la pongono di fronte ad una possibilità che non aveva preso in considerazione: e se non fossero malati, non nel senso fisico del termine, le persone che aiuta.. cosa farebbe?

Non le aiuterebbe, questa è la sua risposta più immediata. Perchè l’eutanasia è l’eutanasia, ma se uno è depresso è omicidio. E’ davvero così?
Chi sceglie “quanto” è troppo da sopportare, e per chi? E’ una domanda forte, che può far vacillare chi sostiene questa pratica superficialmente e senza tenere conto dei risvolti che vanno oltre i casi eclatanti.

Quello di Miele è un lavoro di routine, ripetitivo. Va in Messico, acquista i farmaci da noi illegali, torna e si reca dai pazienti. E’ un rito freddo e schematico quell’ultimo passo, perchè ormai la decisione è presa e i contatti precedenti nei quali Irene si confronta con i malati, chiarisce loro dubbi e paure e spiega la procedura da seguire nel dettaglio non vengono mostrati, ed è questo forse che lascia intontiti e spiazzati.

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In questo schema lineare si inserisce però l’ing. Grimaldi interpretato magnificamente da Carlo Cecchi, che “distrugge” il sistema di valori che rendevano tollerabile, quasi come fosse una missione, il lavoro di Irene. E’ uno dei rapporti più interessanti che si siano visti nel cinema italiano (ma non solo) in tempi recenti: un rapporto fisico ma non sessuale ne sensuale, aggressivo, paterno in entrambe le direzioni. Grimaldi è un malato invisibile, depresso, stanco della vita, e questo risulta inaccettabile a Irene perchè toglie quella giustificazione e quell’aurea di giustizia che erano  alla base della sua scelta, della sua vita. Cecchi si inserisce con sagacia, intelligenza e regala sorrisi con giudizi taglienti sulla modernità che rifiuta (i reality in tv, il piercing di Irene) nella seconda parte del film, quando ormai lo spettatore ha lo stomaco in una morsa e crede di sapere già quale sia la morale. Arriva, e ribata completamente la situazione, toglie certezze e costringe a pensare non solo a come ci si comporterebbe nei panni di Irene, ma anche in quelli dell’ingegnere. Reagiremmo in altro modo? E’ pigrizia la sua? E’ la sua scelta altrettanto giustificabile rispetto a quella di un malato terminale?
Non so se arriverei addirittura a dire che è un film che dà speranza perchè dipende sempre dallo spettatore e a me personalmente non ha lasciato questa sensazione. Non l’ho vissuto come un film che vuole spronare a vivere più pienamente la propria esistenza ma come un film che ci mette di fronte ad un tema quasi sacro come quello della vita (e della fine di essa) ci dà i mezzi per riflettere.

Per questo non è per niente ruffiana Valeria Golino, perchè anche quando potrebbe riempire di lacrime lo schermo e attirarsi le simpatie del pubblico che chiede sentimenti più immediati e visibili si ferma. Sempre un passo prima. Mantenendo un’inquadratura fissa su Irene (una Jasmine Trinca straordinaria e bellissima), uscendo dalla stanza, tenendo magari solo in sottofondo gli addii più strazianti. E’ una regia delicata ma decisa, fatta anche di dettagli e silenzi preferiti spesso alla retorica, facendo pensare lo spettatore piuttosto che indirizzarne l’opinione.

Un inizio ottimo insomma, che fa ben sperare.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su maggio 4, 2013.

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