Selma // Ava DuVernay

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Avrei messo volentieri questo film tra i miei preferiti in assoluto, nonostante gli evidenti problemi di inesperienza della regista che un pò ne minano la potenza (ralenti tecnicamente imperfetti, scene un pò piatte e statiche, mancanza di sfumature) perchè per me è un film importante quanto necessario, che racconta uno dei momenti fondamentali e più affascinanti della storia Americana recente: quello del movimento per i diritti civili, dei freedom riders, di Martin Luther King.
Ero terrorizzata al pensiero di come e da chi sarebbe stato interpretato, nel timore che ne venisse fuori una caricatura o peggio ancora un personaggio anonimo e irriconoscibile come uno qualsiasi dei presidenti di The Butler.
E invece – sorpresa – David Oyelowo è la cosa migliore del film, ha fatto un lavoro sulla postura e sulla voce che in alcune scene fa venire i brividi.

Non sprecherò parole su quanto sia scandalosa la presenza di Bradley Cooper tra i nominati a suo discapito, perchè è inutile discutere quando la differenza è così evidente quanto oggettiva.

La sua performance è credibile, potente e allo stesso tempo non forzata, traspare l’impegno, l’immedesimazione e l’inevitabile amore nei confronti di quello che è uno dei personaggi più grandi della storia americana.

C’è sempre un pò di timore reverenziale al contrario quando si parla di film che riguardano la storia degli afroamericani, che negli ultimi anni si è andata accentuando in modo sproporzionato e incomprensibile. Quasi si pensasse che in quanto minoranza, in quanto vittime della storia gli vada concesso (o meglio, che gli sia dovuto) un riconoscimento a prescindere dalla qualità oggettiva della pellicola e come reazione a questa supposizione si è creato nei confronti di questi film il pregiudizio sulla ruffianeria, la ricerca della lacrima facile o l’esagerazione della violenza a seconda dei casi. E’ successo anche lo scorso anno, quando 12 Anni Schiavo venne bollato come “esageratamente violento e ricattatorio” ma semplicemente mostrava episodi raccontati da Northup (e non solo da lui) e la violenza quotidiana che in quel contesto era normale e socialmente accettata.

Si farebbe mai un discorso del genere giudicando o parlando di un film sull’Olocausto? L’esagerazione della violenza, ad esempio? No, e giustamente aggiungerei. I film non possono e non devono ricalcare la realtà al 100 % ma neanche nascondere o alleggerire il peso di una tragedia di tali proporzioni per il semplice motivo che fare una cosa del genere consisterebbe in una mancanza di rispetto nei confronti di chi di quegli eventi è stato vittima e tutt’ora ne porta le cicatrici sul corpo e nell’anima.

Nel caso di Selma questi timori si sono rivelati ancora meno giustificati perchè per quanto sia potente la sequenza della “bloody sunday” basta dare un’occhiata ai filmati d’epoca disponibili per comprendere che niente è stato esagerato per generare lacrime ed empatia. Come se ce ne fosse bisogno poi, di un pretesto per provare empatia. Siamo diventati davvero così cinici?

Insomma non è facile, almeno per quanto mi riguarda, non emozionarsi davanti a tanto coraggio e tanta determinazione.
Chi ha combattuto in quegli anni rischiando tutto e preferendo la morte ad un altro giorno di privazione dei diritti fondamentali, chi ha preferito subire umiliazioni e pestaggi alla “serena” ignavia di una vita senza diritti e senza dignità è per me una fonte quotidiana ed inesauribile di ispirazione.

Selma non è un’agiografia, Luther King non viene rappresentato come eroe perfetto e senza macchia ma come un leader pervaso dal dubbio e che per questo viene giustamente criticato da chi partecipa insieme a lui a quella lotta. Ma è anche un uomo, un uomo che sente il peso della responsabilità, un uomo che ha paura e difetti come tutti gli uomini.

Quello che mi impedisce di promuoverlo a pieni voti è l’inutile ma consolidata (soprattutto in questa stagione cinematografica affollata da biopic) abitudine di modificare storie che non hanno alcuna necessità di essere modificate.
E non parlo di semplificazioni che favoriscono la scorrevolezza e la comprensione di quanto accade per evitare di produrre film di 6 ore ma di cambiamenti sostanziali che non aggiungono nulla anzi privano il film di credibilità.

E’ successo con Alan Turing e The Imitation Game, succede anche qui.

Storie e personaggi così ricchi di dettagli e sfumature interessanti, di importanza estrema, collegati ad accadimenti che fanno parte della Storia con la S maiuscola che si sente il bisogno di abbellire, decorare, falsare e in modo piuttosto grossolano tanto che bastano un paio di ricerche superficiali per scoprire la verità.

Purtroppo o per fortuna viviamo in un’epoca in cui difficilmente ci si accontenta di quello che si vede sullo schermo senza approfondire soprattutto se si tratta di storie vere. E’ bene che a Hollywood inizino a rendersene conto.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su febbraio 13, 2015.

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