The Danish Girl // Tom Hooper

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E’ vero, durante l’ultima mezz’ora di film e per una buona dopo ho pianto singhiozzando come non mi succedeva da tempo al cinema.
Questo mi ha indotta a pensare, uscita dalla sala con una certa confusione in testa che il film dovesse dunque essermi piaciuto. Per forza, altrimenti non avrei avuto quella reazione.

Ma non ne ero convinta, c’era qualcosa che mancava. Mi sentivo quasi ricattata da Hooper e ho deciso quindi di riflettere e analizzare quanto avevo visto mettendo da parte le implicazioni emotive e sono arrivata alla conclusione che semplicemente ho pianto perché Hooper voleva che piangessi.
Mi sono fatta fregare dal sentimentalismo che permea tutto il film, dall’indubbia perfezione estetica, dall’insistente fino al fastidioso colonna sonora di Desplat (una delle sue peggiori).

Sono tra le persone che il libro da cui è tratto il film lo hanno letto e amato come pochi altri ma non ne farò un paragone dal punto di vista delle mancanze o degli adattamenti rispetto al film, lo farò piuttosto per quanto riguarda la differenza abissale tra la delicatezza alternata a ferocia con cui è trattata la storia.

The Danish Girl è basato sulla vera storia di Einer Wenegar, pittore danese sposato con Gerda Gottlieb che decide di affrontare da pioniere un intervento per uccidere quell’uomo che non riconosce non vuole essere e diventare a tutti gli effetti Lili, il suo vero io.

Le scenografie sono bellissime, così come lo è la fotografia che incornicia il percorso il Einer verso Lili e il rapporto con una moglie complice e amica (un’incredibileAlicia Vikander) in modo perfetto, forse troppo perfetto.
Quello che è più evidente infatti è la scelta di Hopper di rendere questo film un melodramma patinato che presenta una storia nella quale non fa immergere completamente lo spettatore, lasciando tutto in superficie. Una bellissima superficie per carità, ma nient’altro.
Come molti dei film degli ultimi tempi che tendono a puntare all’oscar un po’ facile usando le interpretazioni (La teoria del tutto ne è un esempio lampante, grandissima performance per un film banale e superficiale) degli attori, anche The Danish Girl mette da parte la storia, la profondità dei personaggi, le sfumature per puntare tutto sulle performances concentrando momenti drammatici ed esasperando alcune volte eventi minori sacrificandone altri che aiuterebbero maggiormente a comprendere una transizione lunga e complessa come è stata quella di Lili.

E gli va bene almeno per quanto riguarda Alicia Vikander che è la vera sorpresa e quella che meriterebbe di essere premiata ovunque, Eddie Redmayne Invece alterna momenti altissimi di intensità (la scena in cui va ad osservare una donna nuda in uno spettacolo a pagamento copiandone i movimenti o quando scopre il suo corpo davanti allo specchio nascondendone la parte che detesta sono esempi di quello che il film poteva essere ma non è) a smorfie esagerate soprattutto dal momento in cui Lili prende definitivamente il posto di Einar.

Ma per il resto Hooper non cerca neanche lontanamente di farci provare il dolore di Einar e nasconde il percorso che porta alla definitiva presa di coscienza dietro ad un semplice travestimento, al tocco di una calza di seta e un paio di scarpe troppo strette, un modo di rappresentare la realtà che definire didascalico è un eufemismo. Un modo di rappresentare la realtà facile da capire per tutti senza bisogno di alcuno sforzo che si nasconde anche dietro a dialoghi e battute al limite dell’accettabile, il tutto per rendere BELLO qualcosa che dannazione, non lo è per niente. E non è nemmeno divertente, benchè nella sala in cui ho visto il film gli spettatori ridessero ripetutamente in momenti che avrebbero dovuto essere tutto tranne che esilaranti.

Forse nelle mani di un regista più coraggioso, soprattutto in un anno come questo in cui la televisione (con Transparent e Laverne Cox in Orange is the New Black ad esempio) ha come sempre più spesso succede anticipato i tempi e aperto la strada al cinema affrontando la tematica transgender, questa storia sarebbe stata trattata con il dovuto rispetto, senza ricorrere ad espedienti e abbellimenti non necessari, mostrando la brutalità di un processo lungo e doloroso e avrebbe forse evitato la banalità di un finale con metafora telefonata che questa storia non meritava.

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~ di muchadoaboutnoth1ng su settembre 22, 2015.

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