Three Billboards Outside Ebbing, Missouri // Martin McDonagh

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Sarà il Missouri, che come ogni stato americano apparentemente del tutto insignificante (vedi Nebraska, North Dakota) mi attrae irrimediabilmente. Sarà che Frances McDormand la trovo una magnifica attrice, nella quale riesco a rivedermi molto più che in altre.
Non so quale sia esattamente il motivo dunque ma Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, lo attendevo come la manna dal cielo e a quanto pare, avevo ragione.

Non è un film patinato né perfetto né con tutte quelle intenzioni di risultare poetico o “artsy” che molto spesso appesantiscono i film indie rendendoli quasi ridicoli nel loro prendersi sul serio.
E’ un film reale, fatto di persone reali che parlano in modo reale e fanno cose cattive anche se non vorrebbero, proprio come le persone reali. Anche i personaggi “buoni” commettono errori perché benché ci si possa sforzare e convincersi di esserlo la perfezione nell’essere umano semplicemente non esiste.

Non c’è perdono e non c’è redenzione a Ebbing, Missouri. C’è la sofferenza di chi ha perso qualcuno e reagisce a modo suo, con rabbia, facendo finta che nulla sia successo o sostituendo la persona amata con una molto simile e c’è lo scontro tra queste modalità di gestione del lutto che sono inevitabili. C’è la sofferenza di chi invece sta perdendo se stesso e cerca di mantenere il controllo sull’unica cosa su cui può ancora decidere.  E’ così anche nella vita di tutti i giorni, quante volte si viene giudicati per come si affronta un dispiacere o una perdita? Quasi ci fosse un modo “giusto” di reagire alla vita e agli ostacoli che ti pone davanti.

Nessuno dei personaggi è simpatico, non lo è neanche la protagonista Mildred Hayes. E’ una donna che soffre, sì, ma non di quel dolore di cui è facile farsi carico, che rende semplice l’empatia. E’ oltre la rabbia, oltre il perdono, oltre la speranza e l’ultima cosa di cui si preoccupa sembrano essere proprio i rapporti umani, anche quelli delle persone a lei più vicine. Per questo ritengo che quello interpretato da Frances McDormand sia un personaggio in cui è più facile (almeno per quanto mi riguarda) identificarsi: perché non sempre la sofferenza è bella da vedere, non sempre la rabbia centra il bersaglio a cui è destinata, non sempre c’è tenerezza nel modo in cui una persona sofferente si pone.

C’è parecchio grigio in questo film, non solo il bianco e nero che spesso rende i personaggi monodimensionali come figure ritagliate da un giornale. Non c’è redenzione ad Ebbing e non ce n’è per nessuno, neanche per il personaggio interpretato da Sam Rockwell, Dixon, che tante polemiche ha causato per le sue battute razziste e per il fatto che si diverta a picchiare i “negri”. Nonostante le sue azioni e nonostante cerchi di redimersi la sua condizione non cambia, anche se forse grazie alla lettera ricevuta dallo sceriffo Willoughby si può intuire che in futuro diventerà meno stronzo.

Ma non ne sarei così certa.

Per buona parte del film si è costretti ad analizzare anche se stessi, mentre ci vengono tirate addosso battute insulti e violenza a volte ad una velocità tale che non è facile rendersi conto del perché si sta ridendo.
Perché ridiamo ad una determinata battuta, siamo in fondo d’accordo con quello che sta succedendo? Cosa avremmo detto o fatto noi?

Credo sia questo in parte il bello dei film che di politicamente corretto non hanno nulla: ti fanno scendere dal piedistallo di persona perbene e ti mettono nella condizione di porti delle domande e far vacillare qualche certezza. Sempre che si sia pronti a farlo, ovviamente.

~ di muchadoaboutnoth1ng su gennaio 13, 2018.

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