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E’ da un po’ di tempo che non entro in questa casetta virtuale e come dire, questo inizio d’anno spumeggiante mi ha incoraggiata a tornarvi per descriverlo in due righe (beh forse saranno di più, molte di più).

Non che sia successo granché, parlando di vita vera, di intrecci cose fatte viste gente incontrata amici, no, nulla di questo genere. Anzi. Una non-vita.

No no, è tutto successo all’interno del mio corpicino, dove il Lupus ha deciso di risvegliarsi e ragazzi, quando si risveglia questo è più incazzato di quando è domenica mattina e ti svegliano le campane alle sette e mezza del mattino. Incazzato nero. Così a sorpresa mi ritrovo a passare qualche mese in cui non mi era facile ricordare che giorno fosse, addirittura il mese, ad un certo punto.

Mi accorgo subito quando la situazione è davvero grave, perchè mia madre inizia ad andare a messa sempre più spesso anche se vorrei dirle che mamma forse non funziona così, che andare a chiedere aiuto insultando il supposto aiutante non facilita le cose. Ma non le dico niente, ognuno ha bisogno di gestire la rabbia come preferisce, e anche la speranza.

Io mica la gestisco la speranza, non mi sono mai trovata a sperare di uscirne ma piuttosto a sperare che fosse una cosa breve, in un modo o nell’altro. Gli anziani pregavano, di notte. Chiamavano la mamma, piangevano, chiedevano a dio di porre fine alle loro sofferenze. Non l’ho mai fatto, ma è una delle cose più tristi che possa capitare di sentire. Un coro di voci che si liberano del diurno pudore e nel buio comunicano la loro sofferenza. Di giorno no, venivano i parenti e tutto era a posto. Non è forse ancora più triste?

Non è stata breve e va ancora avanti, andrà ancora avanti e la sorta di effetto buco nero che questo provoca al resto della mia non-vita andrà avanti solo per peggiorare così ho pensato che diamine, non lo vuoi fare “l’ultimo viaggio”? Che detta così sembra una stronzata fatalista e drammatica senza senso ma vi assicuro che si arriva a pensarlo. E non è tendenza al dramma o all’esagerazione è puro e semplice realismo.

Con una malattia che si appropria del tuo corpo e te ne toglie il controllo un pezzo alla volta è inevitabile che arrivi il momento in cui i limiti raggiungono il livello in cui si passa da “viaggiatore” a zavorra.

Ho pianto rendendomene conto sul volo che mi portava a Los Angeles, benché sentissi solo qualche disturbo nella mia testa era chiaro. E’ l’ultima volta.

Una volta messo piede a LAX però, tutto è cambiato.

Riconoscere i luoghi, correre da Alamo e scegliere l’auto che ti accompagnerà per i migliaia di chilometri che cercherai di macinare, prendere con il classico terrore la mega tangenziale losangelegna e pregare di uscirne indenne ma con questa macchina bisogna abituarsi alla tecnologia mancante nella tua smart modello primo ovvero bip che suonano quando ti si avvicinano a destra, a sinistra, allarmi luminosi sugli specchietti……..il delirio!

E finisce che ce la fai, arrivi al primo motel e il bello dei motel è che ti aspetti sempre il peggio e poi trovi camere gigantesche tavoli sedie microonde bollitore… e canali coreani. A questo intoppo purtroppo non c’è stato modo di porre rimedio: per tre giorni solo due canali in inglese di cui uno trasmetteva ininterrottamente speciali sugli abiti del MET gala.

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Il cartello di Hollywood non ti è mai sembrato così bello, la tomba di Marilyn così triste, la via delle stelle così falsa, come i sorrisi dei – bellissimi – commessi dei caffè. A questo punto meglio immergersi nell’oasi fasulla del parco Universal, a bere Burrobirra, trattenere a stento la colazione nella giostra 4D di Harry Potter, passeggiare per Hogsmeade e fare foto storiche con Beetlejuice, Beetlejuice, Beetlejuice. Il tour degli studios è sempre da brividi, osservare quelli Warner in lontananza anche. Chiudiamo con l’orrenda attrazione che ha sostituito la casa degli orrori ovvero The Walking Dead (che se mi segui con la motosega ma poi c’è la tua collega che sbadiglia in divisa è un po’ dura essere pervasi dal terrore) e con Waterworld. Ok il film è orrendo ma lo spettacolo che riescono a mettere su gli attori merita più di una visione.

Next – Vegas. Tralascerei il tutto trattandosi di uno dei posti che detesto maggiormente ma devo obbligatoriamente menzionare che lo spettacolo della fontana del Bellagio con Cher in sottofondo raggiunge livelli di gayezza difficilmente superabili.

D’istinto riprendi l’auto e scappi verso l’Arizona, verso Williams, così familiare, così rannicchiata e sonnolenta di sera, ma con il fidato supermercato aperto fino a tardi dove prendere la cena da scaldare al Country Inn, il motel degli orsetti che trovi ovunque, sui letti, nei comodini, sulle scale OVUNQUE. Perchè? Chi può dirlo. E’ diventato il loro marchio di fabbrica e fa così casa che non mi pongo il problema.

Grand Canyon. Il fiato che si spezza. La bellezza a cui non ti abitui mai, che ti fa chiedere come sia possibile che solo il tempo il vento e l’acqua abbiano creato tutto questo. E’ la natura, bellezza. E finalmente. E la natura la becchiamo tutta, neve, chicchi di grandine come proiettili, diluvio, sole.

E’ tutto, è bello, la stanchezza non esiste.

On the road again. Horseshoe Bend mi spezza le gambe, io che mi aspettavo di parcheggiare e affacciarmi. Non importa, è parte del gioco e cazzo, sono qui apposta per capire se sono viva.

E lo sono, anche se alla fine di tutto mi siedo con i pensionati cinesi a riprendere fiato e a cantare O’ Sole Mio. Horseshoe Bend è un sogno, una pennellata di Dio.

Monument Valley, non aspettavo altro. Arriviamo al tramonto, la luce è pazzesca, non riesci a toglierti dalla strada, allontanarti dai cavalli selvaggi. Guidiamo ancora un po’ fino alla Valley of Gods e poco dopo troviamo il nostro bungalow da sogno. Dalle foto sembrava Tremors, dal vivo è magnifico. Silenzio totale, nessuna luce. Non c’è la tv e non ne sentiamo la mancanza.

Ripetiamo il percorso al contrario, le foto in mezzo alla strada, insieme a decine di presunti Forrest Gump ma hey, solo io sono così preparata da avere lo zaino con scritto RUN FORREST RUN.

Corri Chiara, corri.

Poi dentro la valle con i Buttes che ti paralizzano nella loro ferma, immobile, imponente bellezza. Inoltrarsi tra la polvere, vederli da vicino sotto luci diverse, sporgersi sul John Ford Point ti fa tornare indietro nel tempo. Se poi ti siedi su un cavallo allora, sei subito in Ombre Rosse.

Potrei tranquillamente passarci una settimana in questo posto, se il mondo andasse come deve andare, ma con due settimane di ferie siamo già in macchina per raggiungere Page prima di sera.

Antelope Canyon. Sono passati sei anni dall’ultima volta e nel frattempo è cambiato tutto.

Dal nulla più assoluto (il canyon e un baracchino di legno dove pagare) ad un’organizzatissimo locale con cibo, souvenir di ogni tipo e biglietteria. Ombra divani e ingresso dalla parte opposta rispetto a prima. Il turismo di massa è arrivato anche qui e sono contenta per i Navajo. Un po’ meno per me perchè visitare uno slot canyon pieno di gente è una sfida non facile.

Ma è qualcosa di miracolo e basta alzare la testa per dimenticarsi completamente di essere circondati da persone, basta toccarne i lati per immaginarne la creazione.

Vediamo sia upper che lower e ci mettiamo in viaggio per la prossima tappa: Zion.

Non ci sono mai stata ed è diverso da tutti i parchi visti fino ad ora. Rocce altissime, tanto verde, trails e visuali pazzesche. Va visto, forse con più calma, forse con un fisico un po’ più allenato del mio. Ma a me basta poco e mi accontento di osservare da vicinissimo un gruppo di Bighorns sfidarsi a cornate, mangiare ed allattare in mezzo alla strada per poi saltare su pareti ripidissime come è loro caratteristica.

Tra i drammi dei parchi nazionali americani che drammi non sono di sicuro c’è l’orario di chiusura delle cucine ed è un bel problema. Per fortuna in mezzo a tutta questa natura e americanità c’è il Santo Ristorante Cinese che ci salva ancora una volta.

E ora la Valle della Morte, credo il luogo che attendevo di rivedere con maggiore ansia.

Durante l’ultimo viaggio qui fu il parco che mi affascinò maggiormente, quello che mi diede la sensazione di essere su un altro pianeta, sulla luna, a schivare raggi di sole potenzialmente letali e a respirare calore. Ho amato particolarmente la sensazione chiara e distinta di trovarmi in un luogo estremo, pericoloso, in cui nonostante possa sembrare impossibile la vita questa trionfa. Girini in una pozzanghera, lucertole bianche, asini, fiori, insetti stranissimi sopravvivono comodamente in questi luoghi all’apparenza inospitali.

L’alloggio questa volta è un motel ispirato dalla vicinanza della leggendaria Area 51. Alieni da tutte le parti, luci verdi decorano il portico. L’esperienza nella cittadina di Beatty, letteralmente ad un passo dall’ingresso della Valle, è quanto di più vicino ci possa essere a quell’America chiusa che difficilmente si incontra. Armi ben esposte, bar dove fumare è la regola, richiami ovunque al secondo emendamento, sguardi truci allo straniero all’ingresso. Anche se va detto, i gestori di bar e locali sono disponibili ed educati come sono ovunque. Certo la mentalità in generale è un po’ più vicina a quella parte del Paese che vota e basta senza proclami sui social, la parte patriottica e più legata al territorio e al “glorioso” passato sudista.

Partiamo dunque, ancora intontite dal vento incessante e potentissimo che ci ha perseguitate per tutta la giornata precedente, sotto una leggera pioggerellina che fa strano nella Valle della Morte.

Il Joshua Tree National Park è stupendo, sereno, colorato nella nostra fortunata visita in questa strana stagione che ci regala fiori ovunque, boccioli nella Monument Valley e qui cespugli viola bellissimi, uccellini e ragazzi, Beep Beep! Una mamma Roadrunner con tanti piccoli al seguito stava per attraversare correndo la strada quando – per fortuna – si è fermata ma che emozione!

Il bello di fare un viaggio del genere è proprio avere la possibilità di vedere ecosistemi diversi, animali diversi che appartengono ad ambienti e altitudini diverse, piante che si sono adattate per sopravvivere al deserto e altre che hanno fatto lo stesso ma per sopravvivere al gelo invernale. E’ qualcosa di incredibile avere modo di guardare con i propri occhi quello che la natura può fare ed immergersi totalmente in essa.

L’ultima tappa del viaggio a poco a che fare con la natura quanto invece ha a che fare con la passione, con la libertà e l’amore.

Dopo chilometri di deserto (per nulla attraente, in questo caso), il Salton Sea da una parte lasciato alla sua misera fine di discarica a cielo aperto eccola lì: SLAB CITY.

Chiunque abbia visto Into The Wild la conosce e per chi quel film lo ama visceralmente è quasi un luogo di culto, l’ultimo “luogo libero”. Wow. E’ una parola forte “libertà” anche se ormai viene usata un po’ a sproposito ma dopo aver parlato con alcuni degli abitanti che la libertà ha un significato che si rivolge più ai legami e ai dettami sociali, ad una sorte di ribellione rispetto a come la vita andrebbe vissuta per chissà quale regolamento non scritto. Parlo con Noah che ha lasciato tutto pensando di passare lì qualche mese ma è bravo a dipingere e ora gli altri abitanti gli chiedono dei lavoretti e quindi.. perchè no?

Parlo con un signore alla Salvation Mountain (che merita un capitolo a parte), che piuttosto che attendere un grosso lavoro a portata di mano come costruttore, ha preferito venire qui ed occuparsi della difficile manutenzione dell’opera d’arte di Leonard Knight all’interno di Slab City. E’ un lavoro duro ma gratificante, che fa bene all’anima, dice lui.

Un’altra abitante mi racconta di come arrivata alla pensione ha lasciato New York e i suoi figli perchè il clima del deserto l’avrebbe aiutata ed è così. E’ contenta, aiuta chi non ha l’auto a recarsi in città, sta bene, non prende più antidolorifici.

Al negozio di souvenir facciamo il nostro ultimo incontro per portare a casa qualcosa di questo avamposto di libertà e per lui venire qui era il solo modo di potersi dedicare alla sua arte al 100 %, cosa che fa, oltre a cantare per i passanti in città insieme al suo cane che ha salvato da tempeste e violenza.

Infatti qui vicino sorge East Jesus, un museo a cielo aperto dove gli artisti lavorano ed espongono le proprie opere.

La grande attrazione di Slab City è però Salvation Mountain. Un’enorme opera d’amore universale che per quanto parli di Dio nella sua forma esteriore (la frase God is Love è ripetuta più volte, come le citazioni perdono e redenzione) la sensazione che si prova vedendola e toccandola è qualcosa di più grande, universale appunto.

Qualcosa che si avvicina più all’amarsi in generale che non nell’amare Dio in particolare.

Non farsi del male, rispettarci, rispettare la natura che ci ospita. Amare. Amare. Amare.

E’ questo che predicava Leonard in fondo, l’amore. E che sia riuscito a dargli una forma così spettacolare e imponente mettendoci più di 28 anni è un’ulteriore messaggio, un’ulteriore prova che è possibile amare così tanto.

E’ emozionante starle davanti, toccarla, passarci attraverso e guardare il memoriale con i bellissimi occhi di Leonard che ti guardano, sapendo – sentendo – che si trova lì da qualche parte con un sorrisone enorme, perchè sa che hai capito, perchè sa che chi è lì con me, chi si occupa di sistemare l’opera o di offrire acqua gratis ai turisti ha capito.
Ha raggiunto il suo scopo ed io gliene sono infinitamente grata.

~ di muchadoaboutnoth1ng su Mag 28, 2019.

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