No Scarlett, no

•febbraio 13, 2014 • Lascia un commento

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Quest’oggi la mia più sentita standing ovation se la aggiudica Scarlett Johansson.

La nostra (ora vostra, se la volete) Scarlett, dovete sapere, è stata per diversi anni ambasciatrice nel mondo di Oxfam, un network internazionale di ong che operano in molti paesi con lo scopo di affiancarsi alle organizzazioni e alle comunità locali per combattere la povertà e favorire uno sviluppo sostenibile, come anche di sensibilizzare e lavorare per combattere le ingiustizie.

Ora, forse spinta dalla crisi economica che diciamocelo, ha colpito un po’ tutti, Scarlett ha deciso di accettare l’offerta di Sodastream ed essere il loro testimonial. Sodastream produce quel macchinario che avrete certamente visto in tv, che fa le bibite gassate e vi fa sentire fighissimi, ma che ha il non trascurabile difetto di essere prodotto Ma’aleh Adumim, insediamento israeliano illegale nei territori palestinesi occupati. Illegale non per qualche mucchio di comunisti antisemiti, badate bene, illegale secondo il Diritto Internazionale.

Ma ci sta che non lo sappia la povera Scarlett mentre posa per il serviazio fotografico con la cannuccia in bocca, non si può sapere tutto.

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Ma dopo le polemiche di queste settimane in cui Oxfam le ha fatto giustamente presente che esiste un problema di coerenza, nell’essere loro ambasciatori e farsi pagare contemporaneamente da un’azienda che viola i diritti umani che loro combattono, lei ha fatto la sua scelta: Fanculo OXFAM. Che sono tutte ste cazzate di diritti umani, salviamo i poveri ecc,, non è  che si può proprio essere rigidi su tutto, soprattutto davanti ad un assegno che diciamocelo, voi rifiutereste?

Quelli coerenti tra noi si Scarlett, ma tu no evidentemente.

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Abbiamo tutti bisogno di un Hesher

•novembre 22, 2013 • Lascia un commento

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I pulled this gas tank from an old Chevy. I wanted to blow it up, so I did. What I didn’t think about was all the little bits of metal that were going to fly out in every direction. I almost killed myself. I woke up in this hospital and this doctor was like, “Son…” and I said “Don’t call me son, you fucking cunt.” And he was like, “You blew off your nut.” pause I just lost my nut, like that. I went fucking crazy. I assaulted a nurse or a doctor, I don’t really remember. I got arrested. I went to juvee. All I could think about was my fucking nut, man. I’m missing a nut. What am I going to do? I had to go looking for it, right? So I busted out of juvee and I went searching. I couldn’t find my nut. pause Well, there was this one night I was sitting there and I was taking a shit and I was looking at my balls and I was staring at this little piece of flabby sack where my left nut used to be. And then I saw my right nut for the first time. I was like FUCK MAN, MY NUT! Look I have one, I still have a nut. Right? It’s a good nut, it works. God or the fucking devil or whoever the fuck it is you know he left me with one good nut. I still have a fucking nut and it works. And my fucking dick works too. pause Okay, you lost your wife. And you lost your mom. I lost my nut.

‘August: Osage County’ – 2 new exclusive clips

•novembre 22, 2013 • Lascia un commento

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•settembre 12, 2013 • Lascia un commento

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Come tutte le mattine David si alzò ancora mezzo addormentato dopo aver spento la sveglia di Nemo ormai ammaccata e pallida, ultimo regalo dei tempi in cui lui era IL BAMBINO e per i grandi la cosa più importante del mondo era vederlo sorridere, quando lui era il centro del loro universo e il loro amore riempiva le sue giornate.

Non era più così da molto, molto tempo, cioè da quel giorno in cui all’improvviso tutti i grandi smisero di parlare tutti insieme, come se un interruttore fosse stato spostato su OFF.

Si aggiravano spenti per le città non più in grado di fare altro che non fosse il lavoro per cui erano pagati, incapaci di provare emozioni, raccontarle. Non erano morti, si limitavano a nutrirsi per sopravvivere e a lavorare per inerzia. Dimenticarono l’amore e i bambini quel giorno e da allora David come tutti gli altri dovette dimenticare la vita che conosceva e iniziarne una nuova.

I grandi erano già in piedi da un pezzo quando David sistemava lo sgabello accanto al frigorifero per prendere il latte e accanto al fornello per scaldarlo, ma facevano colazione, si vestivano e uscivano senza vederlo.

Ormai ci aveva fatto l’abitudine e se i primi giorni aveva pianto per ore intere ora accettava di buon grado questo nuovo mondo in cui gli unici umani con una coscienza erano quelli al di sotto dei 15 anni. Per lui era stato facile, non aveva fratelli o sorelle di cui occuparsi e confrontando le storie dei suoi compagni di scuola con la sua si riteneva spesso fortunato.

C’era Johnny il Rosso ad esempio (così soprannominato, ovviamente, perchè aveva i capelli più rossi che si fossero mai visti sulla terra, più vicini al rossetto di una bella signora che non al color carota più comune) che doveva procurarsi in modi più o meno leciti il cibo per lui e due fratellini più piccoli, lavarli ed evitare che si facessero male, cosa che a quanto pare tentavano disperatamente di fare non appena girava lo sguardo.

David non aveva di questi impegni e insieme ad alcuni degli altri compagni più risoluti aveva indetto una riunione nel salone principale della scuola dopo la prima settimana di black out.

“Dobbiamo fare qualcosa, perchè questa situazione potrebbe durare mesi, anni, potrebbe non cambiare mai. E noi non sappiamo niente né abbiamo qualcuno che ci aiuti ad impararlo quindi dipende solo da noi”.

I bambini più piccoli e timidi seduti abbracciati alle proprio ginocchia lo ignorarono e continuarono a piangere e a chiedere della mamma, ma si levarono voci concordi sempre più forti in suo favore così proseguì.

“I più forti di noi si occuperanno di trovare i soldi e il cibo per tutti, ma ci servono dei volontari per scoprire cosa dovremmo imparare e per procurarsi quello che serve per farlo. Abbiamo internet qui a scuola e a casa quindi non dovrebbe essere un problema. Anche per occuparsi dei fratelli più piccoli serviranno dei turni, dovremmo farlo tutti perchè nessuno resti indietro.”

Si stupì di quanto aveva appena detto, proprio lui che fino a due settimane fa piangeva e sbatteva i piedi se per punizione non gli veniva consegnato il pacchetto di figurine giornaliero o se, ancora peggio, sulla tavola per cena non si trovava davanti gli unici due piatti da lui ritenuti commestibili ovvero pasta al pomodoro e hamburger e patatine. Proprio lui che in fondo non aveva che 7 anni (e mezzo, come teneva a precisare). Ci pensò e ne fu orgoglioso.

Doveva essere stato proprio convincente perchè si formarono subito delle file confuse e chiassose ed erano tutti pronti a mettere il proprio nome in una delle liste di volontari quando ad uno dei banchi sistemati appositamente nacquero i primi problemi.
Alice e Greta infatti, di 14 e 15 anni chiesero di far parte del gruppo che si sarebbe occupato di reperire cibo bevande e soprattutto (erano sempre bambini del resto) merende, ma si scontrarono con le barriere di David e degli altri ragazzi che davano per scontato che a loro, alle ragazze, non si potesse che affidare la cura dei fratelli più piccoli e della cucina. E del bucato.

“E cosa ti fa pensare che spetti solo a noi fare le baby sitter ? Se pensi che questo ci stia bene ti sbagli di grosso, e ci organizzeremo separatamente. Ti aspetti anche che cuciniamo e stiriamo i vostri vestiti?”

Beh sì, pensò Dave dentro di se, cosa fanno le ragazze se non quello? Mamma cucinava, lavava e stirava e badava a me. Voi non vi sporcate nemmeno, insomma. Non lo disse, per fortuna, perchè Alice sembrava proprio sul piede di guerra e  non era certo abituato a confrontarsi con la strana entità delle ragazze se non con dispetti e prese in giro.

“Va bene, come volete”, disse, decidendo che non era ancora pronto per la parte della sua vita che includeva farsi umiliare da ragazzine alte il doppio di lui, in fondo.

My love is real // The Wrecking Ball Tour 2013 live in San Siro, June 3rd 2013

•giugno 6, 2013 • Lascia un commento

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I concerti di Springsteen non sono concerti per gente con il cuore debole. No.
Non per la durata, che certo mette a dura prova la muscolatura atrofizzata di tanti di noi 9to5’ers che il massimo sforzo quotidiano lo fanno per andare tre volte al giorno alla macchinetta del caffè, ma che quando si è lì non ci si fa caso e sembriamo tutti maratoneti.
Tre ore e mezza che scivolano via e quando pensi che non hai più la forza nemmeno per alzare un braccio parte Born To Run e che fai, rimani fermo? Chiedi pietà, ma continui a saltare con un sorriso ebete dipinto in faccia. E quando ti chiede sempre dopo tre ore, a te che sei nel prato e ormai hai gambe della stessa consistenza delle canne di bamboo, di abbassarti, inginocchiarti e poi rialzarti per saltare lo fai imprecando e ridendo insieme al signore di fianco a te che le rotule le ha lasciate a casa insieme alle scarpette da pallone numero 35 di quando aveva 13 anni. Questo è Bruce, questo è un concerto di Bruce e per quanto abusata la frase “Il mondo si divide in due categorie: chi ama Bruce Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo” è quella che descrive meglio l’esperienza, il viaggio che è un suo concerto.
Non potete avere il cuore debole, dunque, siete avvisati. Se siete abituati a guardare online le scalette dei concerti giorni, mesi prima, a memorizzare le canzoni e i testi sapendo cosa aspettarvi o se date persino un’occhiata prima della vostra data ai video su youtube dei concerti precedenti dell’artista che state per andare a vedere per non avere sorprese: siete avvisati.
Un concerto di Bruce è un viaggio, ed è sempre diverso. Lui ti porta con se nella terra dei sogni e delle speranze, e la strada per arrivarci la decide con te e per te ogni singola volta, con il rischio di perdersi qualche panorama dal finestrino a cui tu sei molto affezionato ma facendotene magari scoprire altri rendendoti grato alla fine e mai deluso.
Perchè c’è un attimo in cui il fan viziato che è in tutti noi guarda la scaletta di Padova con Born to Run suonato per intero e pensa “no, maledizione, quello toccava a me, A ME! E invece ora, come minimo, mi toccherà sentire Born in the USA. Perchè Bruce?”. Un album a cui non sono particolarmente legata, per inspiegabili motivi ma più che altro, insomma, io – sbattendo i piedi come una bambina – volevo Born to Run. Il pensiero si materializza quasi subito quando annuncia in uno splendido zoppicante italiano che per celebrare il suo / nostro viaggio iniziato nel 1985 e la sua quinta volta in questo stadio che ogni voglia gli lascia un segno nel cuore “suoneremo tutte le canzoni di Born in the USA” e tu provando un pò di vergogna quasi rimani delusa, per un attimo, quell’attimo infantile in cui ti dimentichi che circa 30 secondi prima hai pianto sentendo una The River da pelle d’oca, immensa come solo quei capolavori immortali che sembra sempre di sentirli per la prima volta possono essere. Salti lo stesso durante BITUSA, eccome. Urli, anche.
Poi ti fermi, e ascolti quelle canzoni che non ti hanno mai fatta impazzire, forse perche’ ascoltate superficialmente, ma che lì sembrano diverse,  sembrano proprio le canzoni di cui avevi bisogno. Perchè lui lo sa, cosa credi? Nulla avviene per caso in un concerto di Bruce, lui ti vuole portare in un posto dove ci siete solo voi e io mi sono sentita così durante quei pezzi: sola tra 60.000 persone ad ascoltare un messaggio a cui non avevo fatto caso e sarò ingenua ma mi è sembrato lui fosse contento quasi come me di quello che stava succedendo. Il suo sguardo, la sua commozione alla vista della coreografia, l’incredulità davanti a quella connessione ininterrotta e sincronizzata che a San Siro arriva ad ondate come non accade in nessun altro posto al mondo, parlavano senza bisogno di parole.
Che non ce n’è mica bisogno, di grandi discorsi, quando usi le canzoni per parlare come lui fa da tutta la vita.
Così succede che quando ormai il concerto è arrivato quasi al termine, dopo un’intensissima This Land is Your Land in un combo micidiale con We Are Alive che ti strappa il cuore, dopo Born To Run che per riprenderti spendi 9 euro in bottiglie d’acqua, dopo una Tenth Avenue Freeze Out un pò meno triste dello scorso anno ma sempre celebrativa di quella macchina da musica enorme perfetta e definitiva che è la E Street Band, dopo la festa finale di Twist and Shout, dopo aver fatto sedere tutto il prato con Shout, succede che saluta e mormora in continuazione “unbelievable” proprio mentre dentro di te stai pensando la stessa cosa, di lui.
Gli altri scendono dal palco, uno alla volta. Vedendoli le tue gambe e il tuo cuore urlano insieme sentimenti contrastanti: le prime stanno per cedere stremate, il cuore che di amore non ne ha mai abbastanza invece ne vorrebbe ancora.. ma quando quasi ti rassegni al fatto che la festa per stasera è finita, Bruce non è d’accordo perchè vuole dare ancora qualcosa, ci vuole salutare per bene.
Riprende la chitarra, l’armonica, e nella testa di 60000 persone si incrociano desideri e speranze per ciò che sta per accadere. E poi SBAM, parte quell’attacco che ti ha cambiato la vita, ti colpisce come un pugno proprio quando non te l’aspetti e ti accasci al suolo perchè più di così non ti poteva leggere nel pensiero, meglio di così proprio non poteva andare.
Oh  Thunder Road, oh Thunder Road, oh Thunder Road.
Piangi con i vicini sconosciuti, piangi da sola, in un misto di gioia gratitudine incredulità e amore. Per la vita, per aver vissuto, per Bruce.

Miele // Valeria Golino

•maggio 4, 2013 • Lascia un commento

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E’ un film coraggioso, Miele. Lo sarebbe comunque, ma se si tiene in considerazione che è il film con cui Valeria Golino esordisce alla regia, la dimensione di questo coraggio aumenta in modo esponenziale.

E’ un film coraggioso perchè non cede alla tentazione di schierarsi che verrebbe piuttosto naturale con un argomento forte e controverso come quello del fine vita, ma pone questioni oggettive e dubbi legittimi laddove invece utilizzando casi ad effetto sarebbe stato molto più facile ottenere il plauso certo di almeno una parte del pubblico.

La protagonista è Irene (nome “in codice” quando è in servizio: Miele), che – probabilmente – segnata dalla morte per malattia della madre si occupa di aiutare i malati a porre fine alle loro sofferenze. I malati. O così credeva. Perchè le circostanze ad un certo punto la pongono di fronte ad una possibilità che non aveva preso in considerazione: e se non fossero malati, non nel senso fisico del termine, le persone che aiuta.. cosa farebbe?

Non le aiuterebbe, questa è la sua risposta più immediata. Perchè l’eutanasia è l’eutanasia, ma se uno è depresso è omicidio. E’ davvero così?
Chi sceglie “quanto” è troppo da sopportare, e per chi? E’ una domanda forte, che può far vacillare chi sostiene questa pratica superficialmente e senza tenere conto dei risvolti che vanno oltre i casi eclatanti.

Quello di Miele è un lavoro di routine, ripetitivo. Va in Messico, acquista i farmaci da noi illegali, torna e si reca dai pazienti. E’ un rito freddo e schematico quell’ultimo passo, perchè ormai la decisione è presa e i contatti precedenti nei quali Irene si confronta con i malati, chiarisce loro dubbi e paure e spiega la procedura da seguire nel dettaglio non vengono mostrati, ed è questo forse che lascia intontiti e spiazzati.

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In questo schema lineare si inserisce però l’ing. Grimaldi interpretato magnificamente da Carlo Cecchi, che “distrugge” il sistema di valori che rendevano tollerabile, quasi come fosse una missione, il lavoro di Irene. E’ uno dei rapporti più interessanti che si siano visti nel cinema italiano (ma non solo) in tempi recenti: un rapporto fisico ma non sessuale ne sensuale, aggressivo, paterno in entrambe le direzioni. Grimaldi è un malato invisibile, depresso, stanco della vita, e questo risulta inaccettabile a Irene perchè toglie quella giustificazione e quell’aurea di giustizia che erano  alla base della sua scelta, della sua vita. Cecchi si inserisce con sagacia, intelligenza e regala sorrisi con giudizi taglienti sulla modernità che rifiuta (i reality in tv, il piercing di Irene) nella seconda parte del film, quando ormai lo spettatore ha lo stomaco in una morsa e crede di sapere già quale sia la morale. Arriva, e ribata completamente la situazione, toglie certezze e costringe a pensare non solo a come ci si comporterebbe nei panni di Irene, ma anche in quelli dell’ingegnere. Reagiremmo in altro modo? E’ pigrizia la sua? E’ la sua scelta altrettanto giustificabile rispetto a quella di un malato terminale?
Non so se arriverei addirittura a dire che è un film che dà speranza perchè dipende sempre dallo spettatore e a me personalmente non ha lasciato questa sensazione. Non l’ho vissuto come un film che vuole spronare a vivere più pienamente la propria esistenza ma come un film che ci mette di fronte ad un tema quasi sacro come quello della vita (e della fine di essa) ci dà i mezzi per riflettere.

Per questo non è per niente ruffiana Valeria Golino, perchè anche quando potrebbe riempire di lacrime lo schermo e attirarsi le simpatie del pubblico che chiede sentimenti più immediati e visibili si ferma. Sempre un passo prima. Mantenendo un’inquadratura fissa su Irene (una Jasmine Trinca straordinaria e bellissima), uscendo dalla stanza, tenendo magari solo in sottofondo gli addii più strazianti. E’ una regia delicata ma decisa, fatta anche di dettagli e silenzi preferiti spesso alla retorica, facendo pensare lo spettatore piuttosto che indirizzarne l’opinione.

Un inizio ottimo insomma, che fa ben sperare.

Mal d’America.

•dicembre 31, 2012 • 7 commenti

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Ho il mal d’America.

Ho sempre sentito parlare del mal d’Africa, ma del mal d’America mai.

E intendo America del Nord, Stati Uniti, lo dico per i puristi che “l’America è tutto il continente”. Lo so, ma dire “Ho il mal d’America del Nord” non è proprio la stessa cosa, non credete?

Io ce l’ho, ne sono certa. Credo di avere tutti i sintomi, se esistono.

Tipo inziare ora, nel mese di dicembre, a pianificare il viaggio successivo.
Tipo iniziare conversazioni random con la frase “Eh.. ma in America” e continuandole come le nonne ovvero “il latte costa meno.. la benzina costa meno… gli alberghi costano meno… il cibo costa meno….”

In America scopri che quella degli italiani ospitali è una menzogna. Loro sono sinceramente gentili. Se sei fermo come un pirla in mezzo alla strada fissando, che so, il vapore che esce da un tombino, l’americano non ti urla contro “fora di ball” ma ti chiede se hai bisogno di indicazioni. E se ti servono, cosa che sembrerà assurda a voi stronzi che sogghignate dopo aver mandato un turista a Palestro invece che in Piazza Castello, te le da giuste, a costo di accompagnarti a piedi.

Le cassiere iniziano le conversazioni con “salve, tutto bene?”, non con un grugnito seguito da “ce l’ha la fidaty?”. In America.
Certo hanno anche i serial killer in America ma si sa, in quel caso è colpa della madre che gli ha dato poco affetto da piccoli.. probabilmente perchè faceva la cassiera e lo dava tutto ai clienti.

In America in mezzo al deserto c’è un posto che consuma più elettricità della Lombardia, e in questo posto c’è una piccola Ny, Venezia, e c’è la Tour Eiffel. Ci sono la Piramide e la Sfinge. Perchè? Perchè non sono mica come noi che perdiamo interi stipendi in luridi bar di periferia, loro se devono diventare poveri almeno hanno bisogno dell’illusione di averlo fatto divertendosi. Possibilmente sposando totalmente ubriachi degli sconosciuti.

Sono obesi, ok, ma vuoi mettere la soddisfazione di non dover leggere tutte le mattine:  “La colazione ideale: 4 tarallucci, un bicchiere di latte e un frutto” sulla confezione dei biscotti? Lì ci sarà scritto un enorme “STI CAZZI, LIFE’S TOO SHORT NOT TO EAT BACON”.

Mi mancano tante cose degli USA, alcune veramente stupide come i supermercati che sono luna park se visti con i nostri occhi, altre così personali che a descriverle si fa una gran fatica.

Cosa si provi, ad esempio, quando si parte una mattina dalla sabbia del deserto e si riapre la portiera della macchina all’Inspiration Point a Bryce Canyon, a 2.500 metri.

O a sedersi sul bordo di uno dei punti di osservazione del Grand Canyon nella totale incapacità di pronunciare parole con un senso compiuto perchè tutto è troppo grande, troppo profondo, troppo libero. Arrivare fino a Desert View in una giornata dal cielo limpido con lo sguardo che si perde per chilometri verso l’orizzonte e quando si abbassa incontra il fiume Colorado che sembra così piccolo che ci si ferma a pensare: wow, certo che hai fatto proprio un bel casino. Sedersi su una panchina ad ascoltare il ranger aspettando il tramonto.

Schivare un serpente a sonagli, passeggiare con un cervo.

Ricoprirsi di sabbia rossa nella Monument Valley e scoprirsi esperti guidatori 4×4 perchè il pulmino scoperto fa troppo turista, pregando poi ad ogni buca che all’autonoleggio non ci facciano pagare i danni.

Il calore mai sentito della Valle della Morte a qualsiasi ora, quel brivido di terrore che ti percorre il corpo quando ti allontani dalla macchina e tra i 50 gradi e il vento pensi che non ce la farai a tornare. I 4 litri d’acqua bevuti in poche ore, nelle quali non hai incontrato nessuno, se no il più totale e assoluto e meraviglioso nulla. Zabriskie Point al tramonto. Il pensiero, nella sera in cui muore Neil Armstrong, che in un posto più vicino alla luna non potresti essere.

Guidare nel west.

Può sembrare una di quelle cose ingigantite dal mito, che poi che differenza potrà mai esserci, guidare è sempre guidare, a Cormano come a Kingman.
No.

Dai, che uno poi arriva lì e le strade sono tutte uguali in fondo, sai che palle.
Oh no.

Certo uno deve crescere con quel mito della polvere e delle strade senza tempo che gli scorre nelle vene al posto del sangue per capire la necessità di prendere un aereo e dopo una media di 15 ore di volo fuggire a gambe levate dalla civiltà per finire nel nulla più assoluto, non è una cosa apprezzabile da tutti.

Ma per chi da questa malattia chiamata on the road è irrimediabilmente affetto, non c’è niente di più lontano dalla verità.

Nel west puoi guidare per 6 ore consecutive senza rendertene conto, ringraziando quelle che ti aspettavi essere delle noiosissime strade che continuano dritte per l’eternità, perchè grazie a loro puoi guardarti intorno con gridolini di meraviglia e fotografarle ad ogni microcambiamento senza rischiare di sfracellarti contro qualcosa. E’ l’unico posto in cui non parlare, in macchina, è a volte inevitabile. E’ il posto in cui quando partono Sweet Home Alabama e Take Me Home, Country Roads ci credi davvero, anche se sei in Arizona, nonostante il titolo della prima e nonostante la seconda dica “Almost heaven, west virginia, Blue ridge mountains, shenandoah river . Life is old there, older than the trees. Younger than the mountains, blowing like a breeze”. Insomma, la seconda parte va bene lo stesso, la prima è un dettaglio.

E’ difficile imbattersi contro alcunchè, in verità, ma il west è quel posto in cui il cielo prende vita e diventa qualcosa che fisseresti per sempre, non ti fa sentire nostalgia dell’umanità e ti permette di distaccarti dalla necessità della compagnia del cemento.

Il cielo. E’ enorme, sembra non finire mai, tanto che a guardarlo da sinistra a destra a volte se sei particolarmente fortunato capita di vederci 3 tipi di climi diversi: sole, pioggia, arcobaleno. Abbraccia la terra in un punto talmente lontano che è impossibile metterlo a fuoco.

Lo spazio. C’è tanto spazio nel west. C’è talmente tanto spazio che guidando abbastanza a lungo puoi tranquillamente girare un film nella tua testa mettendoci dentro qualsiasi cosa senza che questa venga intralciata dalla realtà. Il west è quel posto in cui puoi inventarti di tutto, e dimenticarti la tua vita.

Il tempo. Potrebbe essere il 1800, come il 2001. Guardando bene dietro una roccia potrebbe essere nascosto un indiano, ma dietro la collina ecco comparire un pannello solare. Non credo capiti molto spesso ai vecchietti nel west di dire “ah mi ricordo quando ero bambino e qui c’erano solo campi e nient’altro”, perchè lì è tutto come quando erano bambini. Spesso non sono cambiati neanche i diners che della loro immutata rozzezza vanno orgogliosi. Est. 1870 strillano le insegne ed è lì che il malato di America si fionda per un caffè, un pasto, una sosta.

Apre quelle porte sudice e malandate e trova quel classico pezzo country che suona al jukebox, proprio come ha sempre sognato, i divanetti di pelle uno di fronte all’altro e la cameriera incazzata che ti riempie la tazza, che essa sia piena oppure no poco importa.

Un approdo sicuro nell’immensità del deserto, ecco cosa sono i diners. Posti in cui puoi trovare la familiarità e il calore che quando tutto è così grande ti fanno una strana impressione, perchè sono cose che ti aspetteresti da quella provincia italiana fatta di case appoggiate l’una all’altra e parenti e chiacchiere, non in un luogo in cui il vicino più vicino dista un paio di km.

La polvere. Non mi è mai capitato di essere così contenta di essere sporca alla fine di una giornata, di sedermi per terra, salire su pietre dune sabbia con tanta disinvoltura, e contare i lividi con in bocca il sapore della vittoria. In America, succede. Succede ad esempio di camminare, scalare, scendere e salire più di quanto non si abbia fatto negli ultimi 5 anni messi insieme, perchè niente come l’America ti fa dire “ma sì, andiamo ancora un po’ più la”.

Poi questo “la” è talmente grande che ci si deve arrendere, purtroppo, almeno finchè saranno solo vacanze. Ma anche lì, l’America premia la tua fatica e sa salutarti a dovere.
Da un lato o dall’altro alla fine c’è sempre l’oceano ad attenderti per coccolarti prima di ripartire con le sue spiagge immense (e libere..), la gente sempre in costume, gli skateboard, il surf, le torrette dei bagnini. E’ sempre meglio passarlo lì l’ultimo tramonto americano, o almeno.. a me piace così.