Photograph 51 // Nicole Kidman

•ottobre 2, 2015 • Lascia un commento

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Photograph 51 è una piece di Anna Ziegler che ha come protagonista Rosalind Franklin. Chimica e esperta di cristallografia a raggi X,  diede un importante se non fondamentale contributo alla scoperta della struttura del DNA.
Questo non le fu immediatamente riconosciuto in quanto in quanto i suoi appunti e le sue fotografie a raggi X (definite da John Desmond Bernal “tra le più belle fotografie a raggi x di qualsiasi sostanza mai scattate”) tra cui proprio la Foto 51, la più chiara decisiva, vennero utilizzati e pubblicati da Francis Crick e James Watson prima che lei avesse terminato gli studi. Crick e Watson ricevettero nel 62′ il Premio Nobel insieme al “traditore” Wilkins che nonostante lavorasse al King’s College con Franklin passò le sue scoperte a Crick e Watson.

Rosalind Franklin però morì diversi anni prima a causa di un tumore a soli 37 anni.

Rosalind viveva in una società maschilista e in un ambiente misogino che rendeva oltremodo coraggiosa la sua scelta di vita, come quella di tutte le donne anticonformiste dell’epoca che sono tutt’ora un’enorme fonte di aspirazione per qualsiasi donna che ambisca ad “arrivare” e a lavorare in ambienti dominati dagli uomini.

E se c’è una cosa che a Nicole Kidman non manca è proprio il coraggio. Una delle attrici più coraggiose di Hollywood, ha quasi sempre scelto copioni rischiosi e personaggi difficili, sempre con delle ombre o sofferenze più o meno nascoste. Personaggi e  film che forse la tengono lontana dal grande pubblico ma che la appagano come attrice e ne svelano capacità e caratteristiche che forse i film da box office non avrebbero mai rivelato.

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Entra in scena a grandi falcate e per chi come me ne è fan da sempre è come se il tempo si fermasse, viene da trattenere il fiato per non lasciare che le emozioni prevalgano.
Lì, a due metri di distanza, con la luce che la circonda sembra altissima, una statua con lineamenti perfetti e serissimi. Dopo averla vista la sera prima firmare autografi e posare per un numero indefinito di selfie biondissima e dolcissima la differenza è impressionante: non è più Nicole, ora è Rosalind.

All’inizio è difficile seguire lo spettacolo, guardo le mani, chiarissime e arrossate, come spesso mi è capitato di notare, ne studio i movimenti, lo sguardo, mi concentro sulla sua voce per non dimenticarla. Riconosco qualche espressione del viso, come se fosse una vecchia amica.
Credo che sia un’emozione difficilmente descrivibile vedere dal vivo una delle tue attrici preferite recitare a due metri di distanza da te, guardarla scoppiare a piangere davanti ai tuoi occhi, senza il tempo di cercare il mood giusto, il collirio, senza la possibilità di un secondo ciak. Vederla continuare a piangere durante la standing ovation perchè l’emozione è vera e non è così facile interromperla bruscamente per prendersi gli applausi finali.

I personaggi che la affiancano sono bravi, i dialoghi e le battute alleggeriscono il tema ma forse sarebbe stato meglio se fosse durato una mezz’ora in più di modo da approfondire alcune parti. E’ Nicole a tenere alta l’attenzione, a catturare lo spettatore e a colmare alcuni di questi vuoti.

L’emozione è grande, come grande è la certezza di avere assistito a qualcosa di raro e magico.

C’è ancora qualcosa che voglio dirle però da tanto tanto tempo, e dopo le spettacolo quando riesco a trovare posto alla transenna davanti alla Stage Door raccolgo il coraggio e incredibilmente riesco a pronunciare queste parole: “Nicole, your role in The Hours changed my life”. Ascolta, sorride, è un grande film, dice. Mi ringrazia. Grazie a te, Nicole.

The Danish Girl // Tom Hooper

•settembre 22, 2015 • Lascia un commento

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E’ vero, durante l’ultima mezz’ora di film e per una buona dopo ho pianto singhiozzando come non mi succedeva da tempo al cinema.
Questo mi ha indotta a pensare, uscita dalla sala con una certa confusione in testa che il film dovesse dunque essermi piaciuto. Per forza, altrimenti non avrei avuto quella reazione.

Ma non ne ero convinta, c’era qualcosa che mancava. Mi sentivo quasi ricattata da Hooper e ho deciso quindi di riflettere e analizzare quanto avevo visto mettendo da parte le implicazioni emotive e sono arrivata alla conclusione che semplicemente ho pianto perché Hooper voleva che piangessi.
Mi sono fatta fregare dal sentimentalismo che permea tutto il film, dall’indubbia perfezione estetica, dall’insistente fino al fastidioso colonna sonora di Desplat (una delle sue peggiori).

Sono tra le persone che il libro da cui è tratto il film lo hanno letto e amato come pochi altri ma non ne farò un paragone dal punto di vista delle mancanze o degli adattamenti rispetto al film, lo farò piuttosto per quanto riguarda la differenza abissale tra la delicatezza alternata a ferocia con cui è trattata la storia.

The Danish Girl è basato sulla vera storia di Einer Wenegar, pittore danese sposato con Gerda Gottlieb che decide di affrontare da pioniere un intervento per uccidere quell’uomo che non riconosce non vuole essere e diventare a tutti gli effetti Lili, il suo vero io.

Le scenografie sono bellissime, così come lo è la fotografia che incornicia il percorso il Einer verso Lili e il rapporto con una moglie complice e amica (un’incredibileAlicia Vikander) in modo perfetto, forse troppo perfetto.
Quello che è più evidente infatti è la scelta di Hopper di rendere questo film un melodramma patinato che presenta una storia nella quale non fa immergere completamente lo spettatore, lasciando tutto in superficie. Una bellissima superficie per carità, ma nient’altro.
Come molti dei film degli ultimi tempi che tendono a puntare all’oscar un po’ facile usando le interpretazioni (La teoria del tutto ne è un esempio lampante, grandissima performance per un film banale e superficiale) degli attori, anche The Danish Girl mette da parte la storia, la profondità dei personaggi, le sfumature per puntare tutto sulle performances concentrando momenti drammatici ed esasperando alcune volte eventi minori sacrificandone altri che aiuterebbero maggiormente a comprendere una transizione lunga e complessa come è stata quella di Lili.

E gli va bene almeno per quanto riguarda Alicia Vikander che è la vera sorpresa e quella che meriterebbe di essere premiata ovunque, Eddie Redmayne Invece alterna momenti altissimi di intensità (la scena in cui va ad osservare una donna nuda in uno spettacolo a pagamento copiandone i movimenti o quando scopre il suo corpo davanti allo specchio nascondendone la parte che detesta sono esempi di quello che il film poteva essere ma non è) a smorfie esagerate soprattutto dal momento in cui Lili prende definitivamente il posto di Einar.

Ma per il resto Hooper non cerca neanche lontanamente di farci provare il dolore di Einar e nasconde il percorso che porta alla definitiva presa di coscienza dietro ad un semplice travestimento, al tocco di una calza di seta e un paio di scarpe troppo strette, un modo di rappresentare la realtà che definire didascalico è un eufemismo. Un modo di rappresentare la realtà facile da capire per tutti senza bisogno di alcuno sforzo che si nasconde anche dietro a dialoghi e battute al limite dell’accettabile, il tutto per rendere BELLO qualcosa che dannazione, non lo è per niente. E non è nemmeno divertente, benchè nella sala in cui ho visto il film gli spettatori ridessero ripetutamente in momenti che avrebbero dovuto essere tutto tranne che esilaranti.

Forse nelle mani di un regista più coraggioso, soprattutto in un anno come questo in cui la televisione (con Transparent e Laverne Cox in Orange is the New Black ad esempio) ha come sempre più spesso succede anticipato i tempi e aperto la strada al cinema affrontando la tematica transgender, questa storia sarebbe stata trattata con il dovuto rispetto, senza ricorrere ad espedienti e abbellimenti non necessari, mostrando la brutalità di un processo lungo e doloroso e avrebbe forse evitato la banalità di un finale con metafora telefonata che questa storia non meritava.

Selma // Ava DuVernay

•febbraio 13, 2015 • Lascia un commento

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Avrei messo volentieri questo film tra i miei preferiti in assoluto, nonostante gli evidenti problemi di inesperienza della regista che un pò ne minano la potenza (ralenti tecnicamente imperfetti, scene un pò piatte e statiche, mancanza di sfumature) perchè per me è un film importante quanto necessario, che racconta uno dei momenti fondamentali e più affascinanti della storia Americana recente: quello del movimento per i diritti civili, dei freedom riders, di Martin Luther King.
Ero terrorizzata al pensiero di come e da chi sarebbe stato interpretato, nel timore che ne venisse fuori una caricatura o peggio ancora un personaggio anonimo e irriconoscibile come uno qualsiasi dei presidenti di The Butler.
E invece – sorpresa – David Oyelowo è la cosa migliore del film, ha fatto un lavoro sulla postura e sulla voce che in alcune scene fa venire i brividi.

Non sprecherò parole su quanto sia scandalosa la presenza di Bradley Cooper tra i nominati a suo discapito, perchè è inutile discutere quando la differenza è così evidente quanto oggettiva.

La sua performance è credibile, potente e allo stesso tempo non forzata, traspare l’impegno, l’immedesimazione e l’inevitabile amore nei confronti di quello che è uno dei personaggi più grandi della storia americana.

C’è sempre un pò di timore reverenziale al contrario quando si parla di film che riguardano la storia degli afroamericani, che negli ultimi anni si è andata accentuando in modo sproporzionato e incomprensibile. Quasi si pensasse che in quanto minoranza, in quanto vittime della storia gli vada concesso (o meglio, che gli sia dovuto) un riconoscimento a prescindere dalla qualità oggettiva della pellicola e come reazione a questa supposizione si è creato nei confronti di questi film il pregiudizio sulla ruffianeria, la ricerca della lacrima facile o l’esagerazione della violenza a seconda dei casi. E’ successo anche lo scorso anno, quando 12 Anni Schiavo venne bollato come “esageratamente violento e ricattatorio” ma semplicemente mostrava episodi raccontati da Northup (e non solo da lui) e la violenza quotidiana che in quel contesto era normale e socialmente accettata.

Si farebbe mai un discorso del genere giudicando o parlando di un film sull’Olocausto? L’esagerazione della violenza, ad esempio? No, e giustamente aggiungerei. I film non possono e non devono ricalcare la realtà al 100 % ma neanche nascondere o alleggerire il peso di una tragedia di tali proporzioni per il semplice motivo che fare una cosa del genere consisterebbe in una mancanza di rispetto nei confronti di chi di quegli eventi è stato vittima e tutt’ora ne porta le cicatrici sul corpo e nell’anima.

Nel caso di Selma questi timori si sono rivelati ancora meno giustificati perchè per quanto sia potente la sequenza della “bloody sunday” basta dare un’occhiata ai filmati d’epoca disponibili per comprendere che niente è stato esagerato per generare lacrime ed empatia. Come se ce ne fosse bisogno poi, di un pretesto per provare empatia. Siamo diventati davvero così cinici?

Insomma non è facile, almeno per quanto mi riguarda, non emozionarsi davanti a tanto coraggio e tanta determinazione.
Chi ha combattuto in quegli anni rischiando tutto e preferendo la morte ad un altro giorno di privazione dei diritti fondamentali, chi ha preferito subire umiliazioni e pestaggi alla “serena” ignavia di una vita senza diritti e senza dignità è per me una fonte quotidiana ed inesauribile di ispirazione.

Selma non è un’agiografia, Luther King non viene rappresentato come eroe perfetto e senza macchia ma come un leader pervaso dal dubbio e che per questo viene giustamente criticato da chi partecipa insieme a lui a quella lotta. Ma è anche un uomo, un uomo che sente il peso della responsabilità, un uomo che ha paura e difetti come tutti gli uomini.

Quello che mi impedisce di promuoverlo a pieni voti è l’inutile ma consolidata (soprattutto in questa stagione cinematografica affollata da biopic) abitudine di modificare storie che non hanno alcuna necessità di essere modificate.
E non parlo di semplificazioni che favoriscono la scorrevolezza e la comprensione di quanto accade per evitare di produrre film di 6 ore ma di cambiamenti sostanziali che non aggiungono nulla anzi privano il film di credibilità.

E’ successo con Alan Turing e The Imitation Game, succede anche qui.

Storie e personaggi così ricchi di dettagli e sfumature interessanti, di importanza estrema, collegati ad accadimenti che fanno parte della Storia con la S maiuscola che si sente il bisogno di abbellire, decorare, falsare e in modo piuttosto grossolano tanto che bastano un paio di ricerche superficiali per scoprire la verità.

Purtroppo o per fortuna viviamo in un’epoca in cui difficilmente ci si accontenta di quello che si vede sullo schermo senza approfondire soprattutto se si tratta di storie vere. E’ bene che a Hollywood inizino a rendersene conto.

No Scarlett, no

•febbraio 13, 2014 • Lascia un commento

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Quest’oggi la mia più sentita standing ovation se la aggiudica Scarlett Johansson.

La nostra (ora vostra, se la volete) Scarlett, dovete sapere, è stata per diversi anni ambasciatrice nel mondo di Oxfam, un network internazionale di ong che operano in molti paesi con lo scopo di affiancarsi alle organizzazioni e alle comunità locali per combattere la povertà e favorire uno sviluppo sostenibile, come anche di sensibilizzare e lavorare per combattere le ingiustizie.

Ora, forse spinta dalla crisi economica che diciamocelo, ha colpito un po’ tutti, Scarlett ha deciso di accettare l’offerta di Sodastream ed essere il loro testimonial. Sodastream produce quel macchinario che avrete certamente visto in tv, che fa le bibite gassate e vi fa sentire fighissimi, ma che ha il non trascurabile difetto di essere prodotto Ma’aleh Adumim, insediamento israeliano illegale nei territori palestinesi occupati. Illegale non per qualche mucchio di comunisti antisemiti, badate bene, illegale secondo il Diritto Internazionale.

Ma ci sta che non lo sappia la povera Scarlett mentre posa per il serviazio fotografico con la cannuccia in bocca, non si può sapere tutto.

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Ma dopo le polemiche di queste settimane in cui Oxfam le ha fatto giustamente presente che esiste un problema di coerenza, nell’essere loro ambasciatori e farsi pagare contemporaneamente da un’azienda che viola i diritti umani che loro combattono, lei ha fatto la sua scelta: Fanculo OXFAM. Che sono tutte ste cazzate di diritti umani, salviamo i poveri ecc,, non è  che si può proprio essere rigidi su tutto, soprattutto davanti ad un assegno che diciamocelo, voi rifiutereste?

Quelli coerenti tra noi si Scarlett, ma tu no evidentemente.

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Abbiamo tutti bisogno di un Hesher

•novembre 22, 2013 • Lascia un commento

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I pulled this gas tank from an old Chevy. I wanted to blow it up, so I did. What I didn’t think about was all the little bits of metal that were going to fly out in every direction. I almost killed myself. I woke up in this hospital and this doctor was like, “Son…” and I said “Don’t call me son, you fucking cunt.” And he was like, “You blew off your nut.” pause I just lost my nut, like that. I went fucking crazy. I assaulted a nurse or a doctor, I don’t really remember. I got arrested. I went to juvee. All I could think about was my fucking nut, man. I’m missing a nut. What am I going to do? I had to go looking for it, right? So I busted out of juvee and I went searching. I couldn’t find my nut. pause Well, there was this one night I was sitting there and I was taking a shit and I was looking at my balls and I was staring at this little piece of flabby sack where my left nut used to be. And then I saw my right nut for the first time. I was like FUCK MAN, MY NUT! Look I have one, I still have a nut. Right? It’s a good nut, it works. God or the fucking devil or whoever the fuck it is you know he left me with one good nut. I still have a fucking nut and it works. And my fucking dick works too. pause Okay, you lost your wife. And you lost your mom. I lost my nut.

‘August: Osage County’ – 2 new exclusive clips

•novembre 22, 2013 • Lascia un commento

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•settembre 12, 2013 • Lascia un commento

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Come tutte le mattine David si alzò ancora mezzo addormentato dopo aver spento la sveglia di Nemo ormai ammaccata e pallida, ultimo regalo dei tempi in cui lui era IL BAMBINO e per i grandi la cosa più importante del mondo era vederlo sorridere, quando lui era il centro del loro universo e il loro amore riempiva le sue giornate.

Non era più così da molto, molto tempo, cioè da quel giorno in cui all’improvviso tutti i grandi smisero di parlare tutti insieme, come se un interruttore fosse stato spostato su OFF.

Si aggiravano spenti per le città non più in grado di fare altro che non fosse il lavoro per cui erano pagati, incapaci di provare emozioni, raccontarle. Non erano morti, si limitavano a nutrirsi per sopravvivere e a lavorare per inerzia. Dimenticarono l’amore e i bambini quel giorno e da allora David come tutti gli altri dovette dimenticare la vita che conosceva e iniziarne una nuova.

I grandi erano già in piedi da un pezzo quando David sistemava lo sgabello accanto al frigorifero per prendere il latte e accanto al fornello per scaldarlo, ma facevano colazione, si vestivano e uscivano senza vederlo.

Ormai ci aveva fatto l’abitudine e se i primi giorni aveva pianto per ore intere ora accettava di buon grado questo nuovo mondo in cui gli unici umani con una coscienza erano quelli al di sotto dei 15 anni. Per lui era stato facile, non aveva fratelli o sorelle di cui occuparsi e confrontando le storie dei suoi compagni di scuola con la sua si riteneva spesso fortunato.

C’era Johnny il Rosso ad esempio (così soprannominato, ovviamente, perchè aveva i capelli più rossi che si fossero mai visti sulla terra, più vicini al rossetto di una bella signora che non al color carota più comune) che doveva procurarsi in modi più o meno leciti il cibo per lui e due fratellini più piccoli, lavarli ed evitare che si facessero male, cosa che a quanto pare tentavano disperatamente di fare non appena girava lo sguardo.

David non aveva di questi impegni e insieme ad alcuni degli altri compagni più risoluti aveva indetto una riunione nel salone principale della scuola dopo la prima settimana di black out.

“Dobbiamo fare qualcosa, perchè questa situazione potrebbe durare mesi, anni, potrebbe non cambiare mai. E noi non sappiamo niente né abbiamo qualcuno che ci aiuti ad impararlo quindi dipende solo da noi”.

I bambini più piccoli e timidi seduti abbracciati alle proprio ginocchia lo ignorarono e continuarono a piangere e a chiedere della mamma, ma si levarono voci concordi sempre più forti in suo favore così proseguì.

“I più forti di noi si occuperanno di trovare i soldi e il cibo per tutti, ma ci servono dei volontari per scoprire cosa dovremmo imparare e per procurarsi quello che serve per farlo. Abbiamo internet qui a scuola e a casa quindi non dovrebbe essere un problema. Anche per occuparsi dei fratelli più piccoli serviranno dei turni, dovremmo farlo tutti perchè nessuno resti indietro.”

Si stupì di quanto aveva appena detto, proprio lui che fino a due settimane fa piangeva e sbatteva i piedi se per punizione non gli veniva consegnato il pacchetto di figurine giornaliero o se, ancora peggio, sulla tavola per cena non si trovava davanti gli unici due piatti da lui ritenuti commestibili ovvero pasta al pomodoro e hamburger e patatine. Proprio lui che in fondo non aveva che 7 anni (e mezzo, come teneva a precisare). Ci pensò e ne fu orgoglioso.

Doveva essere stato proprio convincente perchè si formarono subito delle file confuse e chiassose ed erano tutti pronti a mettere il proprio nome in una delle liste di volontari quando ad uno dei banchi sistemati appositamente nacquero i primi problemi.
Alice e Greta infatti, di 14 e 15 anni chiesero di far parte del gruppo che si sarebbe occupato di reperire cibo bevande e soprattutto (erano sempre bambini del resto) merende, ma si scontrarono con le barriere di David e degli altri ragazzi che davano per scontato che a loro, alle ragazze, non si potesse che affidare la cura dei fratelli più piccoli e della cucina. E del bucato.

“E cosa ti fa pensare che spetti solo a noi fare le baby sitter ? Se pensi che questo ci stia bene ti sbagli di grosso, e ci organizzeremo separatamente. Ti aspetti anche che cuciniamo e stiriamo i vostri vestiti?”

Beh sì, pensò Dave dentro di se, cosa fanno le ragazze se non quello? Mamma cucinava, lavava e stirava e badava a me. Voi non vi sporcate nemmeno, insomma. Non lo disse, per fortuna, perchè Alice sembrava proprio sul piede di guerra e  non era certo abituato a confrontarsi con la strana entità delle ragazze se non con dispetti e prese in giro.

“Va bene, come volete”, disse, decidendo che non era ancora pronto per la parte della sua vita che includeva farsi umiliare da ragazzine alte il doppio di lui, in fondo.