But You Gave Me Something To Remember

•febbraio 8, 2016 • Lascia un commento

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Io ed E avevamo questa consuetudine, nata un lontano e gelido giorno di gennaio.

Quella sera saremmo dovute andare a vedere il nuovo Allen ma la vista di un centro di Milano completamente innevato bloccò tutti i propositi di fedeltà alleniana. Così invece di chiuderci in sala andammo in giro un po’ camminando un po’ cadendo per Milano, ridendo e lanciandoci addosso palle di neve cosa che credo di non avere mai fatto nemmeno da bambina.
In tutto questo ci avvicinammo a casa mia e tra una caduta fortuita e un rotolarsi addosso del tutto consapevole ci ritrovammo completamente fradice.

La ricordo come una delle più belle serate della nostra storia, anche perché di serate in realtà ce ne sono state poche.

Una volta a casa mia, tolti gli abiti ghiacciati e messi ad asciugare, indossò una maglia (ricordo che era quella di calcio dell’Irlanda del Nord) scelta accuratamente nel mio armadio e con addosso solo quella prese a camminare per la stanza, spulciando qua e la, cosa che non aveva mai fatto prima e nella mia libreria, nascosta dietro ad una pila di libri trovo La Divina Commedia.

Lauerata in lettere, e con tesi proprio su Dante, in realtà non è che ne avesse bisogno, della mia stupida minuscola edizione economica, per citarlo a memoria…ma quella sera decise di sedersi e leggermela.
Misi ( ) dei Sigur Ros, lei prese i suoi occhiali e così, con addosso solo la mia maglia, si sedette sulla poltrona e iniziò a leggere.

Saranno stati gli occhiali (e gli occhiali da vista in una donna che non li mette mai sono una cosa che mi annienta seduta stante), saranno stati i Sigur Ros, sarà stata la neve… o forse sarà stato proprio Dante… di chiunque sia il merito / la colpa credo che fu quella la sera in cui mi innamorai.

E da quella sera, è diventato il nostro rito, l’unica abitudine in una storia dove non ce ne sono mai potute essere.

In uno di questi riti decidemmo di chiamare la sua bambina Beatrice, se lui non avesse opposto resistenza, e così fu in effetti. Lui non ha mai opposto resistenza e non ha mai provato interesse per nulla che la riguardasse, quindi non mi sorpresi quando mi disse che sì, le aveva dato il NOSTRO nome.

Qualche anno dopo, quasi per sancire la fine del pezzo di vita trascorso insieme e per cercare di riempire il silenzio del mio rancore che non accennava a scomparire, il nostro rito è ricominciato.

Che cosa strana, tornare in quella casa, e per prima cosa (nel vero senso della parola, senza esagerare) notare la sua assenza.
L’ho percepita subito e non so perché non mi sia arrivata quell’ondata di euforia che mi aspettavo. Non era quello che volevo, in fondo, che lui se ne andasse?

Sarà che non ha ancora sistemato e che quindi i rettangoli vuoti sulle pareti (cosa che mi ha dato da pensare.. pensavo che i ricchi imbiancassero..che so…una volta all’anno? Non mi immaginavo aloni, intorno ai quadri nelle case dei ricchi) sono un segno piuttosto eloquente di vuoto e in effetti non ci vuole molto sforzo a percepire che c’è qualcosa che si è cercato disperatamente di cancellare.

E quindi non ci sono più le foto del matrimonio, del viaggio di nozze e delle loro vacanze sborone, i primi piani fastidiosi di lui.. al loro posto, per ora, solo qualche foto di Beatrice, e il vuoto.
Le riproduzioni di quadri impressionisti intuisco se li sia portati via lui, perché al loro posto per ora non c’è nulla. E so che lei detesta le pareti vuote.

Solo dopo queste prime considerazioni “visive”, e senza la tanto attesa euforia che mi aspettavo di provare entrando nella casa sapendo che lui l’aveva lasciata posso finalmente concentrarmi sul motivo per il quale sono lì.
E ciò che ricordavo bello ora lo è di più, ciò che è cambiato è cambiato in meglio. Gli occhi e il sorriso sono proprio come li ricordavo e come è sempre successo riescono a paralizzarmi e demoliscono ogni tipo di difesa per quanto io possa essermi preparata.

Mi ci vuole qualche minuto, dunque, a prendere in mano la situazione, a girare il viso durante il nostro saluto e a sedermi a debita distanza.
Non ho alcuna intenzione di toccarla, non oggi, è importante che capisca ciò che ha fatto e che mi ha fatto passare e finchè non ne sarò convinta, ci saranno solo conversazioni.

E silenzi.
Parecchi, devo dire.
E quando piange, piange da sola, perché non sarò io quella che consola, non stavolta.

Io prendo Beatrice e la porto a giocare in camera sua..e quanto sembra più piccola, ora che i giochi si sono moltiplicati, e lei è cresciuta.

Nel tragitto noto che i quadri sono spariti dappertutto..nei corridoi, e da quello che posso intravedere, anche in camera da letto.

Tornando da lei noto una cosa che prima mi era sfuggita e tra le mensole scorgo proprio quella minuscola Divina Commedia, la mia.
Non ho potuto fare a meno di sorridere e deporre per un momento le armi, chiedendole di prendere i suoi occhiali, e ricominciare a leggere.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di puerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma”.

Books To Remember // Dave Eggers, Erano solo ragazzi in cammino

•febbraio 2, 2016 • Lascia un commento

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Ok, è ufficialmente diventata un’ossessione.
Scoprire qualcosa e sentire che tutti, ma proprio TUTTI dovrebbero sapere che esiste…e’ una sensazione che capita poche volte ma quando capita è magnifico.. e l’ultima volta mi è capitato, parlando di libri, con “Il petalo cremisi e il bianco” di Faber.

La mia ultima ossessione invece è il libro di Dave Eggers “Erano solo ragazzi in cammino – autobiografia di Valentino Achak Deng”.
Innanzitutto un libro diverso rispetto al tipico ‘libro di Eggers’, un libro in cui lui non c’e’.
C’e’ solo Achak in questo libro,c’e’ lui da bambino e grazie a lui scopri l’Africa che non conosci, l’Africa lontana dai villaggi vacanza…l’Africa delle grandi famiglie, delle capanne, dei villaggi e delle tradizioni inspiegabili..e per un momento dimentichi che la storia di Achak e’ la storia del Sudan, e che cio’ che c’e’ di affascinante e’ destinato a finire.
Infatti l’infanzia di Achak finisce presto, con l’invasione e la distruzione del suo villaggio da parte dei murahaleen.

E da li comincia il suo verso l’Etiopia, prima, e il Kenya dopo.

E ti parla Achak,ti parla rivolgendosi a tutti gli americani che incontra e che sono indifferenti alla storia di chi ha scelto Il loro come paese in cui vivere.. Si rivolge a loro e si rivolge a te e ti chiede “Hai mai visto cominciare una guerra? Immagina il tuo quartiere, e immagina adesso le donne che urlano, i bambini gettati nei pozzi. Guarda i tuoi fratelli esplodere. Ti voglio con me. Laggiù”.
Per la maggior parte del libro la gola ti si stringe ad intervalli regolari,e ti vien voglia di chiuderlo e di smettere di leggere.. perchè non stavi forse meglio senza saperle certe cose?

“Era un mondo davvero corrotto, quello che permetteva a me di seppellire un bambino come William K.”

La sofferenza, la morte.
La morte di un bambino che si siede,appoggia la testa ad un albero e si lascia morire. E la sofferenza di un bambino che quel suo migliore amico non vuole lasciarlo in balia degli avvoltoi,e cosi’ lo seppellisce.

Lo potete immaginare?

La violenza,di una donna che chiama Achak e i suoi compagni di viaggio dicendo ‘sono vostra madre venite da me’ per poi tirare fuori un fucile dall’erba e sparare,uccidendoli.

Dei bambini.

Lo potete immaginare?

E potete immaginare uno dei nostri straviziati bambini con il cellulare a otto anni che si sdraia scalzo e quasi cieco,sul sentiero verso l’ennesimo campo profughi,e decide di morire,li e subito,per trovare la pace?

Ci ho messo un sacco di tempo,rispetto al solito,a leggere questo libro.
Perche’ ad alcune cose non riesci a crederci. Così torni dietro, e scopri che si, hai letto bene.

Ma nel libro c’e’ anche speranza perché dopo tutta questa sofferenza, Achak e’ fra I ‘ragazzi perduti’ del Sudan, cioe’ quelli che dal Sudan sono riusciti a scappare e stanno tentando di ricominciare a vivere. Nelle difficoltà, certo, perchè nel libro di Eggers non c’è spazio per la fiaba ne’ per il suo tipico lieto fine, c’è solo realta’: la realtà di Achak.

Alejandro González Iñárritu // The Revenant

•gennaio 28, 2016 • Lascia un commento

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Non ho studiato cinema.

Ho provato a leggerne e lo sto tutt’ora facendo, china su libri di studio che avrei tanto voluto utilizzare come chi me li ha prestati.

Invece no, nessuna scuola di cinema, solo tanta passione trasmessami da mio padre che fin da quando ero piccola mi ha permesso di vedere film che forse altri genitori non avrebbero ritenuto consoni.
Gliene sono grata e lo sarò sempre perché senza quei film, senza Kubrick che magari non capivo ma che mi portava a farmi delle domande, senza Coppola, senza le commedie degli anni 80, senza Meryl Streep Al Pacino De Niro e Dustin Hoffman forse non proverei per il cinema quello che provo ora.

Amore. Nel senso più puro del termine.

Amore per il cinema che, di riflesso, me lo fa riconoscere quando lo vedo sullo schermo Questo mi è capitato con The Revenant.

Ho sentito la potenza della passione di un regista per la sua opera, un regista che ha saputo comunicarla a tutti quelli che lavoravano con lui e che sono rimasti (non tutti, certo) nonostante la fatica, gli imprevisti e la durata “colossale” delle sue riprese.

La passione di Di Caprio per quello che è il SUO mestiere, ma nella sua performance e nella sua dedizione al progetto non c’è solo quello.

L’aspetto dello sfruttamento del nostro pianeta e delle sue risorse è un tema forte anche se forse bisogna scavare un po’ sotto la superficie per rendersene conto.
Uno dei dialoghi più sentiti del film è quello in cui “Elk Dog” trattando con i francesi dice “ci avete rubato tutto, ci avete rubato la terra, gli animali, tutto”. E’ importante perchè non solo è vero per i nativi americani per i quali è tutt’ora un dramma, ma è vero in tante altre parti del mondo. Questo film parla per la terra, a difesa della terra ed è lei una delle protagoniste del film.

Glass combatte contro di essa, rinasce, lotta, soffre. La terra diventa il grande ostacolo da superare per compiere la sua vendetta. La vendetta contro chi ha ucciso suo figlio (l’immenso Tom Hardy ), contro chi lo detesta perche non può concepire uno stile di vita lontano dal suo, quel mischiarsi con persone considerate inferiori, selvagge. La rabbia lo tiene in vita, non gli fa sentire il freddo, lo fa rinascere dalla morte presunta dopo essere stato quasi divorato da un Grizzly.

E’ una storia vera, pare, una di quelle leggende che hanno plasmato l’America di frontiera: prima di incontrare la natura selvaggia gli europei erano solo ospiti in cerca di tesori. Dopo averla accettata e fatta propria, sono diventati Americani.

Non lo nascondo, trovo The Revenant un film immenso.
La fotografia di Lubetzki è semplicemente perfetta, parte integrante del film.
In alcune scene si sostituisce ai dialoghi, ne fa parte, commuove. La scelta di utilizzare solo ed esclusivamente luce naturale rende quell’America primordiale ancora più reale e l’esperienza cinematografica (proprio come per Birdman) diventa imperativa per goderne appieno.

Un altro aspetto importante è, ovviamente, la vendetta. Ci sono un buono e un cattivo ma non è una vendetta alla Tarantino per intenderci, una vendetta che da soddisfazione e che è l’inizio di una nuova vita, una ripartenza. No, in questo caso Inarritu ci regala una vendetta cercata ossessivamente, faticosa al limite del surreale ma che, una volta compiuta, non lascia nulla se non il vuoto, la stanchezza e la solitudine. Glass non può ricominciare, non ha più suo figlio non ha sua moglie. Ha vinto, certo, ma cosa ha veramente conquistato?

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Can you hear us crying Duke?

•gennaio 11, 2016 • Lascia un commento

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Ground Control to Major Tom
Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?

 

I miei ricordi di te Duca partono da lontano.

Partono da quando  da piccola guardavo e riguardavo Labyrinth con la frequenza con cui i bambini di oggi guardano Peppa Pig.

Pensavo che quel signore affascinante e un po’ pazzo fosse un mago, ricordo che ci provavo anche io a fare roteare le sfere come facevi tu ma non ci sono mai riuscita! La mia parte preferita del film era Magic Dance e la mandavo indietro continuamente, mi piaceva la tua voce, il tuo atteggiamento, sembravi davvero una creatura irreale, più di quei pupazzi di cui il film era pieno.

Poi sono cresciuta ed è arrivata la passione adolescenziale per Christiane F, e ci siamo incontrati di nuovo.

Con un’amica ci trovavamo di pomeriggio, dopo la scuola, ad ascoltare i tuoi dischi uno dopo l’altro e ti chiamavamo sempre e solo Duca Bianco. Parlavamo dei tuoi look, dell’innovazione che portavi in qualsiasi campo, di quanto fossi avanti rispetto a chiunque.

A volte prendevamo la radio e ci sdraiavamo al parco a fumare e ad ascoltare a ripetizione Space Oddity. Ricordo benissimo il giorno in cui il nastro ci abbandonò dopo l’ennesimo FFRW e le nostre urla disperate!

Per me eri anche Berlino e Berlino era te. L’unica cosa che me la rendeva interessante all’epoca era che tu la trovavi interessante quindi qualcosa di speciale doveva pure averla. Il mio amore per Berlino nasce anche da lì, e questa è una delle decine di cose che hai fatto per me Duca.

Non sono mai riuscita a sentirti cantare ma una volta ho avuto la fortuna di vederti con i miei occhi. Tu eri in pieno hangover, probabilmente ci hai odiati tutti fuori dal Four Seasons ma nonostante tutto hai firmato tutto quello che ti mettevano davanti compresa la mia enorme e pesantissima Smemoranda. Ti guardavo, Duca, l’uomo caduto sulla terra, il marziano ed eri di una bellezza disarmante anche così, strafatto e incazzato. I capelli un po’ lunghi nascondevano i tuoi lineamenti perfetti e ricordo benissimo il sospiro generale del gruppo di fan e anche mio quando con una mano li hai spostati indietro.
Probabilmente di quel giorno te ne sarai dimenticato immediatamente ma è un ricordo che dal 99 mi fa compagnia: IO HO VISTO ZIGGY STARDUST!

Questa mattina la notizia che tu, proprio tu, l’immortale, l’ultraterreno, hai dovuto soccombere alla realtà della lettera C che fa tanto paura nominare.
Ed è strano, difficile farsene una ragione perché tu non era previsto che morissi, ho sempre pensato che la terra fosse nata con te e che saresti stato con lei fino alla fine.

Ma forse è vero, tu non sei morto.

Sei caduto sulla terra e chi ti ha mandato ti ha rivoluto con se perchè noi umani non meritavamo tanto.

Photograph 51 // Nicole Kidman

•ottobre 2, 2015 • Lascia un commento

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Photograph 51 è una piece di Anna Ziegler che ha come protagonista Rosalind Franklin. Chimica e esperta di cristallografia a raggi X,  diede un importante se non fondamentale contributo alla scoperta della struttura del DNA.
Questo non le fu immediatamente riconosciuto in quanto in quanto i suoi appunti e le sue fotografie a raggi X (definite da John Desmond Bernal “tra le più belle fotografie a raggi x di qualsiasi sostanza mai scattate”) tra cui proprio la Foto 51, la più chiara decisiva, vennero utilizzati e pubblicati da Francis Crick e James Watson prima che lei avesse terminato gli studi. Crick e Watson ricevettero nel 62′ il Premio Nobel insieme al “traditore” Wilkins che nonostante lavorasse al King’s College con Franklin passò le sue scoperte a Crick e Watson.

Rosalind Franklin però morì diversi anni prima a causa di un tumore a soli 37 anni.

Rosalind viveva in una società maschilista e in un ambiente misogino che rendeva oltremodo coraggiosa la sua scelta di vita, come quella di tutte le donne anticonformiste dell’epoca che sono tutt’ora un’enorme fonte di aspirazione per qualsiasi donna che ambisca ad “arrivare” e a lavorare in ambienti dominati dagli uomini.

E se c’è una cosa che a Nicole Kidman non manca è proprio il coraggio. Una delle attrici più coraggiose di Hollywood, ha quasi sempre scelto copioni rischiosi e personaggi difficili, sempre con delle ombre o sofferenze più o meno nascoste. Personaggi e  film che forse la tengono lontana dal grande pubblico ma che la appagano come attrice e ne svelano capacità e caratteristiche che forse i film da box office non avrebbero mai rivelato.

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Entra in scena a grandi falcate e per chi come me ne è fan da sempre è come se il tempo si fermasse, viene da trattenere il fiato per non lasciare che le emozioni prevalgano.
Lì, a due metri di distanza, con la luce che la circonda sembra altissima, una statua con lineamenti perfetti e serissimi. Dopo averla vista la sera prima firmare autografi e posare per un numero indefinito di selfie biondissima e dolcissima la differenza è impressionante: non è più Nicole, ora è Rosalind.

All’inizio è difficile seguire lo spettacolo, guardo le mani, chiarissime e arrossate, come spesso mi è capitato di notare, ne studio i movimenti, lo sguardo, mi concentro sulla sua voce per non dimenticarla. Riconosco qualche espressione del viso, come se fosse una vecchia amica.
Credo che sia un’emozione difficilmente descrivibile vedere dal vivo una delle tue attrici preferite recitare a due metri di distanza da te, guardarla scoppiare a piangere davanti ai tuoi occhi, senza il tempo di cercare il mood giusto, il collirio, senza la possibilità di un secondo ciak. Vederla continuare a piangere durante la standing ovation perchè l’emozione è vera e non è così facile interromperla bruscamente per prendersi gli applausi finali.

I personaggi che la affiancano sono bravi, i dialoghi e le battute alleggeriscono il tema ma forse sarebbe stato meglio se fosse durato una mezz’ora in più di modo da approfondire alcune parti. E’ Nicole a tenere alta l’attenzione, a catturare lo spettatore e a colmare alcuni di questi vuoti.

L’emozione è grande, come grande è la certezza di avere assistito a qualcosa di raro e magico.

C’è ancora qualcosa che voglio dirle però da tanto tanto tempo, e dopo le spettacolo quando riesco a trovare posto alla transenna davanti alla Stage Door raccolgo il coraggio e incredibilmente riesco a pronunciare queste parole: “Nicole, your role in The Hours changed my life”. Ascolta, sorride, è un grande film, dice. Mi ringrazia. Grazie a te, Nicole.

The Danish Girl // Tom Hooper

•settembre 22, 2015 • Lascia un commento

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E’ vero, durante l’ultima mezz’ora di film e per una buona dopo ho pianto singhiozzando come non mi succedeva da tempo al cinema.
Questo mi ha indotta a pensare, uscita dalla sala con una certa confusione in testa che il film dovesse dunque essermi piaciuto. Per forza, altrimenti non avrei avuto quella reazione.

Ma non ne ero convinta, c’era qualcosa che mancava. Mi sentivo quasi ricattata da Hooper e ho deciso quindi di riflettere e analizzare quanto avevo visto mettendo da parte le implicazioni emotive e sono arrivata alla conclusione che semplicemente ho pianto perché Hooper voleva che piangessi.
Mi sono fatta fregare dal sentimentalismo che permea tutto il film, dall’indubbia perfezione estetica, dall’insistente fino al fastidioso colonna sonora di Desplat (una delle sue peggiori).

Sono tra le persone che il libro da cui è tratto il film lo hanno letto e amato come pochi altri ma non ne farò un paragone dal punto di vista delle mancanze o degli adattamenti rispetto al film, lo farò piuttosto per quanto riguarda la differenza abissale tra la delicatezza alternata a ferocia con cui è trattata la storia.

The Danish Girl è basato sulla vera storia di Einer Wenegar, pittore danese sposato con Gerda Gottlieb che decide di affrontare da pioniere un intervento per uccidere quell’uomo che non riconosce non vuole essere e diventare a tutti gli effetti Lili, il suo vero io.

Le scenografie sono bellissime, così come lo è la fotografia che incornicia il percorso il Einer verso Lili e il rapporto con una moglie complice e amica (un’incredibileAlicia Vikander) in modo perfetto, forse troppo perfetto.
Quello che è più evidente infatti è la scelta di Hopper di rendere questo film un melodramma patinato che presenta una storia nella quale non fa immergere completamente lo spettatore, lasciando tutto in superficie. Una bellissima superficie per carità, ma nient’altro.
Come molti dei film degli ultimi tempi che tendono a puntare all’oscar un po’ facile usando le interpretazioni (La teoria del tutto ne è un esempio lampante, grandissima performance per un film banale e superficiale) degli attori, anche The Danish Girl mette da parte la storia, la profondità dei personaggi, le sfumature per puntare tutto sulle performances concentrando momenti drammatici ed esasperando alcune volte eventi minori sacrificandone altri che aiuterebbero maggiormente a comprendere una transizione lunga e complessa come è stata quella di Lili.

E gli va bene almeno per quanto riguarda Alicia Vikander che è la vera sorpresa e quella che meriterebbe di essere premiata ovunque, Eddie Redmayne Invece alterna momenti altissimi di intensità (la scena in cui va ad osservare una donna nuda in uno spettacolo a pagamento copiandone i movimenti o quando scopre il suo corpo davanti allo specchio nascondendone la parte che detesta sono esempi di quello che il film poteva essere ma non è) a smorfie esagerate soprattutto dal momento in cui Lili prende definitivamente il posto di Einar.

Ma per il resto Hooper non cerca neanche lontanamente di farci provare il dolore di Einar e nasconde il percorso che porta alla definitiva presa di coscienza dietro ad un semplice travestimento, al tocco di una calza di seta e un paio di scarpe troppo strette, un modo di rappresentare la realtà che definire didascalico è un eufemismo. Un modo di rappresentare la realtà facile da capire per tutti senza bisogno di alcuno sforzo che si nasconde anche dietro a dialoghi e battute al limite dell’accettabile, il tutto per rendere BELLO qualcosa che dannazione, non lo è per niente. E non è nemmeno divertente, benchè nella sala in cui ho visto il film gli spettatori ridessero ripetutamente in momenti che avrebbero dovuto essere tutto tranne che esilaranti.

Forse nelle mani di un regista più coraggioso, soprattutto in un anno come questo in cui la televisione (con Transparent e Laverne Cox in Orange is the New Black ad esempio) ha come sempre più spesso succede anticipato i tempi e aperto la strada al cinema affrontando la tematica transgender, questa storia sarebbe stata trattata con il dovuto rispetto, senza ricorrere ad espedienti e abbellimenti non necessari, mostrando la brutalità di un processo lungo e doloroso e avrebbe forse evitato la banalità di un finale con metafora telefonata che questa storia non meritava.

Selma // Ava DuVernay

•febbraio 13, 2015 • Lascia un commento

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Avrei messo volentieri questo film tra i miei preferiti in assoluto, nonostante gli evidenti problemi di inesperienza della regista che un pò ne minano la potenza (ralenti tecnicamente imperfetti, scene un pò piatte e statiche, mancanza di sfumature) perchè per me è un film importante quanto necessario, che racconta uno dei momenti fondamentali e più affascinanti della storia Americana recente: quello del movimento per i diritti civili, dei freedom riders, di Martin Luther King.
Ero terrorizzata al pensiero di come e da chi sarebbe stato interpretato, nel timore che ne venisse fuori una caricatura o peggio ancora un personaggio anonimo e irriconoscibile come uno qualsiasi dei presidenti di The Butler.
E invece – sorpresa – David Oyelowo è la cosa migliore del film, ha fatto un lavoro sulla postura e sulla voce che in alcune scene fa venire i brividi.

Non sprecherò parole su quanto sia scandalosa la presenza di Bradley Cooper tra i nominati a suo discapito, perchè è inutile discutere quando la differenza è così evidente quanto oggettiva.

La sua performance è credibile, potente e allo stesso tempo non forzata, traspare l’impegno, l’immedesimazione e l’inevitabile amore nei confronti di quello che è uno dei personaggi più grandi della storia americana.

C’è sempre un pò di timore reverenziale al contrario quando si parla di film che riguardano la storia degli afroamericani, che negli ultimi anni si è andata accentuando in modo sproporzionato e incomprensibile. Quasi si pensasse che in quanto minoranza, in quanto vittime della storia gli vada concesso (o meglio, che gli sia dovuto) un riconoscimento a prescindere dalla qualità oggettiva della pellicola e come reazione a questa supposizione si è creato nei confronti di questi film il pregiudizio sulla ruffianeria, la ricerca della lacrima facile o l’esagerazione della violenza a seconda dei casi. E’ successo anche lo scorso anno, quando 12 Anni Schiavo venne bollato come “esageratamente violento e ricattatorio” ma semplicemente mostrava episodi raccontati da Northup (e non solo da lui) e la violenza quotidiana che in quel contesto era normale e socialmente accettata.

Si farebbe mai un discorso del genere giudicando o parlando di un film sull’Olocausto? L’esagerazione della violenza, ad esempio? No, e giustamente aggiungerei. I film non possono e non devono ricalcare la realtà al 100 % ma neanche nascondere o alleggerire il peso di una tragedia di tali proporzioni per il semplice motivo che fare una cosa del genere consisterebbe in una mancanza di rispetto nei confronti di chi di quegli eventi è stato vittima e tutt’ora ne porta le cicatrici sul corpo e nell’anima.

Nel caso di Selma questi timori si sono rivelati ancora meno giustificati perchè per quanto sia potente la sequenza della “bloody sunday” basta dare un’occhiata ai filmati d’epoca disponibili per comprendere che niente è stato esagerato per generare lacrime ed empatia. Come se ce ne fosse bisogno poi, di un pretesto per provare empatia. Siamo diventati davvero così cinici?

Insomma non è facile, almeno per quanto mi riguarda, non emozionarsi davanti a tanto coraggio e tanta determinazione.
Chi ha combattuto in quegli anni rischiando tutto e preferendo la morte ad un altro giorno di privazione dei diritti fondamentali, chi ha preferito subire umiliazioni e pestaggi alla “serena” ignavia di una vita senza diritti e senza dignità è per me una fonte quotidiana ed inesauribile di ispirazione.

Selma non è un’agiografia, Luther King non viene rappresentato come eroe perfetto e senza macchia ma come un leader pervaso dal dubbio e che per questo viene giustamente criticato da chi partecipa insieme a lui a quella lotta. Ma è anche un uomo, un uomo che sente il peso della responsabilità, un uomo che ha paura e difetti come tutti gli uomini.

Quello che mi impedisce di promuoverlo a pieni voti è l’inutile ma consolidata (soprattutto in questa stagione cinematografica affollata da biopic) abitudine di modificare storie che non hanno alcuna necessità di essere modificate.
E non parlo di semplificazioni che favoriscono la scorrevolezza e la comprensione di quanto accade per evitare di produrre film di 6 ore ma di cambiamenti sostanziali che non aggiungono nulla anzi privano il film di credibilità.

E’ successo con Alan Turing e The Imitation Game, succede anche qui.

Storie e personaggi così ricchi di dettagli e sfumature interessanti, di importanza estrema, collegati ad accadimenti che fanno parte della Storia con la S maiuscola che si sente il bisogno di abbellire, decorare, falsare e in modo piuttosto grossolano tanto che bastano un paio di ricerche superficiali per scoprire la verità.

Purtroppo o per fortuna viviamo in un’epoca in cui difficilmente ci si accontenta di quello che si vede sullo schermo senza approfondire soprattutto se si tratta di storie vere. E’ bene che a Hollywood inizino a rendersene conto.