Lonesome Dove // Larry McMurtry

•giugno 4, 2020 • Lascia un commento

“Tutta l’America si trova in fondo a una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che sognarono e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo”. T. K. Whipple, Study Out the Land

Premetto che avrei bisogno di un gruppo di supporto perchè sono passati 20 giorni da quando ho finito il libro e non mi sono ancora ripresa.
Credo mi sia successo forse un paio di volte in tutta la mia vita di provare dei sentimenti così reali nei confronti dei personaggi, della loro storia, una difficoltà così enorme nel “lasciare andare” un romanzo. Sono praticamente sul punto di ricominciare da capo e rileggere tutte e 900+ pagine per stare ancora un pò con Gus, Call, Deets, Newt.

Senza dubbio tra i dieci libri più belli che io abbia mai letto, di sicuro tra quelli che mi hanno emozionata di più.

Un’epopea western che contiene tutto, ma che fa del dialogo piuttosto che dell’azione (nonostante ce ne sia molta) il suo punto di forza, l’introspezione psicologica dei personaggi complementare alle sparatorie e agli inseguimenti, il tutto fuso insieme in un unico immenso capolavoro.

Il libro inizia sul Rio Grande nella cittadina di Lonesome Dove, dove due ex ranger del Texas fomentati dal loro ex compagno d’armi Jake che gli racconta di pascoli infiniti nel Montana, mettono insieme con una fretta quasi irrazionale una squadra per portare una mandria al nord. Un nord che a quell’epoca era impossibile anche solo individuare, un nord lontanissimo e difficile da immaginare per chi non aveva mai visto la neve e sentiva parlare delle montagne come qualcosa di leggendario. Questo viaggio li porterà lontano non solo fisicamente dalla relativa tranquillità del Texas assopito ma anche e soprattutto mentalmente. I personaggi sono tanti e ci si affeziona a tutti per motivi diversi. Ci si affezziona alla alla solitudine e i rimpianti freddi e silenziosi di Call, ai rimpianti affrontati in modo opposto da Gus impegnato quasi sempre a riempire il vuoto con quante più parole ed esperienze possibili. Ai ragazzi, partiti quasi bambini senza avere mai visto niente e posseduto ancora meno. Alle donne, fondamentali per i destini di tutti ma così diverse tra loro.

La scrittura di McMurtry viene influenzata dal paesaggio e si percepisce nel libro una differenza sostanziale tra quanto accade nelle cittadine e quanto succede invece nella parte selvaggia del paese. In città c’è leggerezza, ironia, comicità; sulla strada c’è la violenza, le difficoltà, la morte. Non sempre causata dall’uomo ma anche e soprattutto dalla natura che in un libro sulla frontiera non può che essere involontaria protagonista. Il cambio di tonalità di McMurtry è una delle caratteristiche che rendono il questo romanzo il capolavoro che è, passando dall’intimità alla violenza, dall’amore ad un odio vecchio di decenni.

L’opera di McMurtry ci fa viaggiare attraerso gli albori dell’America in una fase cruciale, facendoci vivere la fine di un’era che rimarrà sempre leggendaria: quella della scoperta, delle terre selvagge e violente, degli indiani, un’America che non c’è più ma che resta impressa nell’immaginario collettivo come qualcosa di mitologico insieme alle mandrie immense di bisonti che l’attraversavano indisturbati facendoci anche intuire l’arrivo della nuova era, quella dei coloni, della corsa alle terre, dell’immigrazione di massa. Un libro semplicemente indimenticabile.

– Non pensi mai che tutto quello che abbiamo fatto è stato un errore? Guardala dal punto di vista della natura. Se ci sono abbastanza serpenti, un posto non viene invaso dai ratti e da altre bestiacce. Secondo me, indiani e banditi hanno la stessa funzione. Se li lasci stare, non sarai costretto ad attraversare questi maledetti insediamenti.

– Non sei costretto ad attraversarli. Che male ti fanno?

– Se era la civiltà che cercavo, restavo nel Tennessee a guadagnarmi da vivere scrivendo poesie. Io e te abbiamo lavorato troppo bene. Abbiamo fatto fuori tutti quelli che rendevano interessante questo paese.

Friday Night Lights // H.G. Bissinger

•aprile 14, 2020 • Lascia un commento

Friday Night Lights: tre parole che per noi non significano nulla e anche traducendole non diventano molto più sensate. Tre parole che per gli americani hanno un significato enorme, quasi assoluto.

Le luci del venerdì sera sono le luci dei campi di football liceale, che il venerdì sera risplendono e richiamano come falene verso la luce gli abitanti di intere cittadine o almeno tutti quelli abbastanza fortunati da essersi aggiudicati un biglietto.

Non ho mai visto la serie TV ne il film tratto da questo libro ma da tempo non vedevo l’ora di leggerlo perché poche cose spiegano l’America quanto lo sport giovanile.

È un libro fantastico, partiamo da questo presupposto, probabilmente uno dei migliori libri sportivi di sempre ed è ambientato ad Odessa nello stato del Texas nel 1985.

Una di quelle cittadine cresciute velocemente come cattedrali nel deserto (nel vero senso della parola) durante il boom petrolifero e che altrettanto velocemente sono crollate quando il boom è finito. Città che in quel periodo intermedio avevano una sola ragione di vita: la squadra di football del liceo.

Una delle cose che ho trovato più sconvolgenti nella parte in cui viene descritto il background della cittadina e della storia delle sue squadre di football è stata scoprire che praticamente fino agli anni 80 le scuole di quelle zone (e mi viene da pensare a questo punto anche al resto degli USA lontani dalle grandi città) non erano ancora realmente e definitivamente desegregate. E nemmeno le città, tagliate in due con una zona “nera”dietro ad un muro e i centri commerciali dall’altro lato. Mi ha dato parecchio da pensare, anche se non sono così ingenua da non sapere che in fondo da Martin Luther King in America poco è cambiato.

Ma per quanto fosse radicato il razzismo di una cosa ad Odessa si era certi: i neri giocano bene a football. Così una volta avvenuta la fusione delle scuole la Permian (la scuola dei Panthers, protagonisti del libro) con l’aiuto di una mano evidentemente complice tratteggiò un confine piuttosto strano in base alle abitazioni dei possibili giocatori, lasciando all’altra scuola i messicani notoriamente non fortissimi.

Se questo non bastasse a sconcertarvi almeno un po’ lo faranno sicuramente i capitoli dedicati ai giocatori; il modo in cui vengono trattati, idolatrati, coccolati fino a danneggiarli. Già perché una volta finita la scuola non avranno la benché minima istruzione e non avranno i voti necessari a garantirgli l’accesso ai college migliori se non saranno abbastanza fortunati da essere scelti per il football, cosa che non capita a molti di loro. I compiti in classe li fanno con il foglio delle risposte, sempre se scelgano di farli, di compiti a casa non se ne parla neanche. Emblematica e piuttosto triste la vicenda di un professore con grande esperienza che a causa del suo rifiuto a cedere a questo sistema finisce per perdere tutto (il motivo e soprattutto gli eventi che seguiranno la sua decisione non posso rivelarli perché a leggerli per la prima volta non ci si crede).

In tutta questa assurdità, vista dall’altro lato dell’atlantico, c’è un po’ di tristezza per i sogni infranti di chi punta tutto su un sogno quasi impossibile, per chi mette sulle spalle di ragazzini di 17 anni le proprie ansie, la propria frustrazione e voglia di rivalsa. Ma c’è anche un po’ di invidia per quel senso di comunità che da noi spesso manca anche nelle piccole cittadine.

Vi consiglio assolutamente la lettura di questo libro perchè c’è tanto da scoprire su un paese che è un’unica ed immensa contraddizione. Un paese che è fatto di tante cose che amo ma anche di tantissime che invece mi lasciano persplessa. E’ un paese complesso, nato dall’unione di persone che erano lì con lo scopo di migliorare la propria condizione, con davanti una tavola bianca su cui dipingere il proprio destino (che poi tanto bianca non era, ma così l’hanno resa eliminando quasi completamente i nativi). Da lì forse nascono le loro contraddizioni, da questa idea del sogno da realizzare, del divenire qualcosa o qualcuno e in caso contrario sentirsi dei falliti.

Ma da lì, da quella tela bianca deriva anche il senso di libertà che si respira quando si guardano quelle terre immense e bellissime. Sapere di potersi spostare senza portarsi dietro nulla e poter ricominciare. Quando si vuole, dove si vuole. Questo per me rende magica l’America.

E se questo libro un po’ smonta la sua idealizzazione, aiuta anche a capire le persone che quella terra la abitano e la amano.

Altre pere, altra torta

•aprile 14, 2020 • Lascia un commento

Qualcuno me la può spiegare questa cosa che in quarantena le pere non maturano? C’è un motivo? Becco solo io delle pere di merda?

Non vedo l’ora di poter uscire per tastare di persona tutte le pere presenti nei supermercati a costo di farmi arrestare. Che detta così sembra mi stia preparando per un’ escursione a sfondo sessuale ma vi garantisco che il pensiero non potrebbe essere più lontano dalla mia mente in questo momento.

Non so se ne usciremo ma se ne usciremo non sarà grazie alle pere.

Dalla quarantena // Decreti di mezzanotte e presidenti pericolosi.

•marzo 22, 2020 • Lascia un commento

In questi giorni tutti uguali una cosa che proprio non manca sono i decreti di mezzanotte di Conte. Questa volta interrompe la prima serata, in cui comincia a serpeggiare su WhatsApp un ansioso quanto generico “tra poco parla Conte”.

Quel poco si è trasformato in qualcosa come tre quarti d’ora di terrore misto ad aspettativa. Minuti eterni, di supposizioni e teorie e ancora prima che parlasse di “Conte dimettiti”, per non farsi mancare niente.

Poi ha parlato ed ora che sono le 2 sto ancora pensando alla portata delle sue parole. A quello che succederà lunedì. Quali fabbriche chiuderanno? Come faranno? Come faremo?

Ma non penso solo a quello. Quello che mi tiene davvero sveglia è il pensiero che più mi è vicino. Penso alle persone che come me hanno una patologia cronica che necessita di terapie periodiche da effettuarsi in ospedale, terapie che non vengono più effettuate, in alcuni casi, da un mese. Questo virus farà molte più vittime di quelle “dirette”, e ci penso perché alcune di questo persone le conosco. Magari non moriranno, o almeno me lo auguro, ma di sicuro si aggraveranno, soffriranno. Lo vedo già, in alcuni casi. Fa molta paura sapere di non trovarsi al loro posto solo perché sei stata miracolata da un’auto iniezione.

Per questo mi fa rabbia vedere che il presidente degli Stati Uniti, in barba a qualsiasi logica mentre noi stiamo lottando, i nostri medici e tutto il personale sanitario sta lottando per salvare vite, posta un tweet in cui praticamente illustra la sua cura miracolosa per il COVID19. Cura che non si è inventato, sono farmaci che vengono testati direttamente sul campo come succede per tutte le malattie per cui non ci sono vaccini o cure precise. E lo so bene, oh se lo so bene.

Lo so talmente bene da prendere due volte al giorno l’antimalarico da lui citato, di cui probabilmente persone anche sane cercheranno di fare razzia, rendendolo magari introvabile per chi ne ha bisogno davvero.

Donald Trump, sei un terrorista.

Diari dalla (cucina in) quarantena

•marzo 19, 2020 • 2 commenti

La quarantena prosegue e con essa esperimenti culinari improbabili.
Già perchè con la reclusione ci siamo scoperti un popolo non solo di navigatori, allenatori, virologi, sismologi ed economisti ma anche e soprattutto un popolo di cuochi provetti.

E devo dire che non sarebbe nemmeno male come cosa se solo non fossi a dieta. Ragazzi seguire la dieta in quarantena è impossibile. Primo, l’insalata muore e non è che possiamo andare al supermercato una volta al giorno a prendere insalata, con il rischio di venire additati dai balconi al grido di DOVETE STARE A CASAAAAAAAA!! Secondo, appunto, il secondo? Che famo? Fagioli e ceci a oltranza? E la convivenza poi?
Certo si potrebbe anche surgelare la carne ma a voi piace la carne surgelata? A me no, cazzo. Quindi non resta che una possibilità: mangiare e fare 4 ore di addominali e cyclette dopo il lavoro.

Per questo motivo ad esempio oggi non posso ridere e per fortuna che non c’è un cazzo da ridere perchè ho gli addominali che hanno scoperto di esistere e non sono per niente contenti.

Quindi dicevamo, via agli esperimenti culinari.

In questi giorni su twitter ho visto (e apprezzato) di tutto: pane, torte (mia madre è già alla terza con la scusa che “le pere non maturano” e questo è per farvi capire il suo livello di collaborazione alla riuscita della mia dieta), tortellini, tagliatelle, ragù d’altri tempi (ovvero di quanto avevamo il tempo di farlo cuocere per sei ore), torte torte torte, frittate frittate frittate ma soprattutto, in tutto il suo splendore: La Pizza.

Ora, su poche cose noi italiani sappiamo essere uniti nelle abitudini e nell’orgoglio e una di queste, la fondamentale è proprio la pizza. Sabato sera penso che senza pizza saremo rimasti io e quei poveri cristi che non hanno fatto in tempo a partecipare alla razzia delle farine al supermercato. Mi sono sentita esclusa e per questo motivo mi sto adoperando per il prossimo fine settimana (verrete aggiornati con foto esclusive di tutto il procedimento, chiaramente).

Ecco ora è suonato l’allarme, è pronta un’altra torta alle pere.

Perchè d’altronde quando si è finito di commentare i tg e il bollettino COVID del giorno, di che cosa si può parlare se non di che si mangia a merenda / pranzo / cena? Le pulizie le abbiamo già fatte adesso per i prossimi 10 anni, papà almeno è impegnato con il giardinaggio (i peschi sul terrazzo sono diventati tre e prima o poi crolleremo di sotto) e tra una lettura e l’altra la domanda è inevitabile: CHE MANGIAMO?!

La cosa positiva? I grandi cuochi che su instagram stanno offrendo un sacco di lezioni gratis che è interessantissimo seguire.
Consiglio ad esempio gli account di Massimo Bottura che se dopo la lezione sulla besciamella vi vedo comprarla vi prendo a bacchettate sulle mani, Chef Barbieri che tra risotti e rose di patate provoca bava incontrollabile e Giancarlo Perbellini.

Detto questo tocca andare, mi è appena stato chiesto “Ma non possiamo fare una bella polenta?”. Alzo le mani e mi arrendo.

Diari dalla quarantena

•marzo 17, 2020 • Lascia un commento


Lungi da me pensare di essere un’innovatrice dal momento che i diari della quarantena saranno i post più pubblicati della storia dell’uomo almeno dalla nascita di internet, ho comunque deciso di iniziare a scrivere qualcosa. Per me, più che altro, perché sento che la follia in questo isolamento è sempre più vicina.

E dire che all’inizio non ero minimamente preoccupata, del resto la quarantena è un’altra parola con cui chiamare la mia vita normale, che è praticamente identica a questa. Ma più passavano i giorni e più la sensazione di pesantezza si faceva schiacciante, riducendomi, ora che inizio la terza settimana di smart working, ad un informe poltiglia.

Si fa presto a dire prendete un libro, guardate un film, ma sono le stesse cose che faccio normalmente finito di lavorare. Cosa cambia quindi?

Cambia l’attitudine mentale, cambia la consapevolezza di ciò che veramente significa essere soli. La solitudine vissuta a casa viene amplificata, ti annienta fino a spingerti al silenzio per qualcosa come 20 ore su 24. Nella solitudine, l’ufficio diventa un sollievo, un rifugio, e la pausa pranzo il grande evento della giornata. Tolta quella, rimane il silenzio, il letto, il divano, il telefono. Roba che già lavarti ti sembra un grandissimo successo.

Non ho mai apprezzato tanto i messaggi audio su WhatsApp come in questo periodo. Sì, le voglio sentire le vostre voci, mi pento e mi dolgo per tutto lo snobismo che vi ho rifilato a riguardo. Ho cambiato idea.

“Scrivi il romanzo che hai sempre avuto nel cassetto”, ho letto. Certo, in caso di disoccupazione o momentanea sospensione degli studi lo vedo del tutto fattibile ma cosa esattamente nella quarantena dovrebbe regalarmi il tempo che non ho mai trovato, la spinta che mi è sempre mancata, le parole bloccate in fondo alla gola? Ve lo dico io, non solo la quarantena non aiuta l’ispirazione ma l’annienta pure, a meno che non si stia scrivendo un romanzo distopico che comunque ora non avrebbe nemmeno più senso. Non esiste black mirror che non abbiamo già visto.

Perché mica siamo in vacanza e ogni volta che accendiamo la TV o accediamo ad un social è la morte l’argomento principale. Gli stupidi saccheggi dei supermercati, le fughe al sud, le lotte fra stati per accaparrarsi le mascherine, i luoghi comuni, il conto giornaliero di vittime contagiati guariti. La quarantena è ansia e io essendo a rischio ho il sacro terrore di ripetere l’esperienza di esattamente un anno fa. Non voglio ricordarmi cosa si prova con 40 di saturazione. Quindi insomma sì, la quarantena è un apostrofo rosa tra le parole ansia e cibo.

Inizio questo diario un po’ tardi, ormai non siamo più gli unici, non siamo più gli italiani allarmisti, abbiamo anche smesso di essere gli unici a rilasciare dei numeri. A parte la Russia ferma a 90 morti da giorni ma che je vuoi dire a quelli. I saccheggi li stanno facendo tutti, con gli olandesi medaglia d’oro nella scelta delle priorità, che all’idea di un mese senza Maria sono impazziti e giustamente. Anche tedeschi ed inglesi tutti di un pezzo fanno incetta di wurstel e carta igienica. Ogni tanto ci penso, agli inglesi. Tra tutti sono quelli in mano al più pazzo tra i governanti e alla sua splendida idea che insomma, chiudere tutto costa troppo, i vecchi muoiono comunque, ne rimarrà soltanto uno. Un’idea che è un misto tra Mengele e Darwin Award e fa terribilmente paura.

Qui finisce la prima puntata perché c’è la maratona di Harry Potter.

Saluti dalla quarantena e lavatevi le mani che non si sa mai.

Madonna // MadameX Tour

•febbraio 18, 2020 • Lascia un commento



Ho aspettato un po’ prima di buttare giù i miei pensieri su questo concerto per vari motivi. Primo di tutti è che nutrivo e nutro ancora un certo pudore nell’esternare tutto ciò che ho provato quando alcuni dei miei più cari amici non hanno potuto assistervi.

Sarei stata molto più serena se questo fosse stato un concerto come tutti gli altri, un’esperienza bella ma ripetibile. Ma non è così. L’intimità, la ricercatezza, il rischio, la sperimentazione, la forza di questo show non sono replicabili, anche se spero di sbagliarmi.

Partiamo dal presupposto che non lo considero un concerto come gli altri perché non lo è. È un’opera d’arte visiva straordinaria che allontana Madonna da qualsiasi pop star passata e presente innalzandola ad un livello superiore.

L’intro, l’incredibile simbiosi con Lola di Frozen ad esempio troverebbero certamente posto in una collezione permanente di un museo d’arte.

Le canzoni di MadameX effettivamente hanno sempre avuto qualcosa di teatrale, come se fossero più la base di una pièce di Broadway che non un album pop; basti pensare a Batuka, Dark Ballet, God Control, Killers Who are Partying ed Extreme Occident che prendono letteralmente vita all’interno di questo strano “environment” che risulta essere inusuale quanto l’unico possibile, l’unico in grado di completare l’esperienza per me già eccezionale del disco.

Molti fan avrebbero preferito più hit del passato e mi sento di dire che questa volta, se questa era la vostra speranza, non l’avete proprio capita. Non lo dico come se fossi chissà quale giudice del fanatismo altrui, assolutamente. Ma può capitare che un progetto sia lontano dai nostri gusti e dalle nostre sensibilità, questo tuttavia non significa che il progetto sia sbagliato.

La conosciamo. Non è mai stata l’artista dei greatest hits, benché The Immaculate Collection sia un capolavoro di per sé, il progetto del greatest hits della seconda parte della sua carriera è stata una delle cose più brutte mai prodotte a livello di cura per i dettagli, cosa che l’ha sempre contraddistinta. Perché pretendere dunque ora, dopo un album di questa portata, un tour in cui risentire canzoni che in questo contesto non avrebbero avuto senso? Lei non è un juke-box e se dio vuole mai lo sarà.

Con questo tour inoltre ci ha regalato un’esperienza incredibile di questi tempi: la possibilità di vedere un concerto senza pensare al video messo a fuoco e senza cercare di captare qualcosa attraverso la barriera di smartphone alzati. È stato magnifico e liberatorio averla davanti, così vicina, senza barriere di alcun tipo. Sono certa che questo abbia contribuito parzialmente a regalare la sensazione che lo show ti circondasse nella sua intimità e ha di sicuro condizionato il rapporto con i fan vicini di posto. Mi sono trovata a dare pacche sulle spalle e a cantare insieme a totali sconosciuti, tra abbracci e mani strette che hanno superato qualsiasi barriera linguistica.

Sono contenta di aver scelto Lisbona per vedere questo tour perché la parte Fado qui ha avuto un’accoglienza incredibile, lei era contenta di spiegare la sua esperienza in questa città magnifica, era felice, rilassata come non l’ho mai vista e piena di trasparentissimo amore per tutti quelli che la circondavano. L’amore, in questo show, è presente come non è mai accaduto. Sodade è commovente, bellissima, e il coro del pubblico da pelle d’oca.

I rise, I rise
I rise up above it, up above it
I rise, I rise
I rise up above it all

I rise forse non è il finale potente a cui siamo abituati, con i confetti che piovono dal cielo e il delirio ma potente lo è a modo suo. È potente il messaggio, quel ribadire con il pugno alzato che si rialzerà sempre, con il bastone o senza, botox o senza, siano le critiche positive o negative lei andrà avanti come ha sempre fatto fino ad ora. Inevitabilmente il suo grido diventa contagioso.

I RISE, WE RISE. RISE ABOVE IT ALL.

JOKER

•ottobre 6, 2019 • Lascia un commento

È un cinecomic? Una domanda che ci perseguita da mesi, come se fosse importante infilare il film in una categoria di modo da poterlo giudicare da una parte o dall’altra. A me non interessa. Probabilmente lo è, un cinecomic, si parla d’altronde di un personaggio di un fumetto DC.
Ma se dimenticassimo per un attimo che quel Joker viene fuori da un fumetto, se dimenticassimo che è già stato ritratto e bene più volte in precedenza?
Guardandolo non ho pensato al fumetto, non ho pensato a quello che so essere il percorso che seguirà. Fin dall’inizio mi sono trovata davanti l’immagine di una persona che per qualche ragione trovavo simile a me.

Joaquin Phoenix fa un lavoro straordinario come straordinario fu quello di Heath Ledger e come mi ha giustamente fatto notare un amico, mette una grande tristezza immaginare cosa avrebbe potuto fare lui con tutto questo spazio, questo spazio immenso, che è stato regalato a Phoenix in questo film.

Il film è fondamenalmente un ritratto, strettissimo (forse per qualcuno un po’ troppo stretto), di Arthur Fleck ovvero Joker prima di Joker. O fino all’inizio di Joker.
È una persona che soffre in qualsiasi momento della sua vita, che si trascina giorno dopo giorno sempre più piegato verso il basso, sempre più magro. Lo circonda la povertà, la malattia della madre e la sua malattia. Danni celebrali che poi scopriamo essere dovuti a violenze che portano attacchi violenti di risate anche quando non ci sarebbe niente da ridere. Attacchi imbarazzanti, invalidanti, recepiti dall’esterno, da persone che difficilmente si prendono la briga di scambiare un sorriso con uno sconosciuto, come strani e pericolosi, un fastidio da spegnere come fosse una radio. E lui ci prova, a spegnersi, le scene in cui Joaquin Phoenix prova a smettere di ridere e la risata si mischia al pianto fino quasi a soffocarlo sono state per me le più difficili da affrontare. Quelle durante le quali mi sarei girata per non guardare. Perché una delle frasi che più mi hanno colpito del film è “The worst part of having a mental illness is people expect you to behave as if you don’t.” Esattamente. La malattia mentale è vista spesso e volentieri come una questione di mancanza di volontà, di mancanza di impegno per guarire come se una persona con il cancro venisse accusata di non impegnarsi abbastanza. Inconcepibile no? Perché quindi dovrebbe essere diverso per la depressione o altre patologie legate alla salute mentale?
Ma lo è.
E forse sarà che la cosa un po’ mi coinvolge, questa domanda Joaquin Phoenix te la spara dritta in faccia per tutto il film ed è la parte di questo personaggio con cui mi è difficile non empatizzare.

La normalità, questa fastidiosa normalità che lo spinge ad inventarsi una vita che non ha, una carriera a cui non può aspirare. A chiedersi se forse la sua morte avrebbe più senso della sua vita (“I hope my death will make more cents than my life”, cents che si pronuncia in modo simile a sense).

Ma poi scopre ciò che gli è stato nascosto per tutta la vita e che lo lega indissolubilmente a Batman e da lì parte la sua spirale discendente in cui l’odio nei confronti di un mondo che l’ha rifiutato e che rifiuta il suo sorriso deridendolo si tramuta in violenza cieca, feroce, irrefrenabile. Ma proprio nel bel mezzo di questa trasformazione c’è una scena poetica, un tributo a chi ha ispirato forse la performance di Phoenix ovvero Charlie Chaplin. Buio in sala, Arthur che vestito da maschera del teatro osserva una scena di “Tempi Moderni” e sorride, estasiato. Le citazioni che riguardano Chaplin non finiscono qui, con l’utilizzo di Smile nella colonna sonora, come già detto in alcune movenze di Phoenix e negli ultimissimi secondi della pellicola.

Il film è bello, simile a Dark Knight sotto diversi aspetti. Ne ho amato molto, a parte ovviamente la performance enorme di Joaquin Phoenix, fotografia e montaggio e la colonna sonora a tratti inaspettata. Un quasi capolavoro, perché difetti ne ha e forse proprio legati all’inevitabile confronto con Nolan.

Sul finale le citazioni e la presenza di Ledger si sentono in modo pesante, nelle inquadrature di lui nella macchina della polizia è impossibile non vedere Heath con la testa fuori dal finestrino e i capelli mossi dal vento, con lo stesso inquietante e libero sorriso.

“La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma una commedia in campo lungo”
Charlie Chaplin

Back.

•maggio 28, 2019 • Lascia un commento

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E’ da un po’ di tempo che non entro in questa casetta virtuale e come dire, questo inizio d’anno spumeggiante mi ha incoraggiata a tornarvi per descriverlo in due righe (beh forse saranno di più, molte di più).

Non che sia successo granché, parlando di vita vera, di intrecci cose fatte viste gente incontrata amici, no, nulla di questo genere. Anzi. Una non-vita.

No no, è tutto successo all’interno del mio corpicino, dove il Lupus ha deciso di risvegliarsi e ragazzi, quando si risveglia questo è più incazzato di quando è domenica mattina e ti svegliano le campane alle sette e mezza del mattino. Incazzato nero. Così a sorpresa mi ritrovo a passare qualche mese in cui non mi era facile ricordare che giorno fosse, addirittura il mese, ad un certo punto.

Mi accorgo subito quando la situazione è davvero grave, perchè mia madre inizia ad andare a messa sempre più spesso anche se vorrei dirle che mamma forse non funziona così, che andare a chiedere aiuto insultando il supposto aiutante non facilita le cose. Ma non le dico niente, ognuno ha bisogno di gestire la rabbia come preferisce, e anche la speranza.

Io mica la gestisco la speranza, non mi sono mai trovata a sperare di uscirne ma piuttosto a sperare che fosse una cosa breve, in un modo o nell’altro. Gli anziani pregavano, di notte. Chiamavano la mamma, piangevano, chiedevano a dio di porre fine alle loro sofferenze. Non l’ho mai fatto, ma è una delle cose più tristi che possa capitare di sentire. Un coro di voci che si liberano del diurno pudore e nel buio comunicano la loro sofferenza. Di giorno no, venivano i parenti e tutto era a posto. Non è forse ancora più triste?

Non è stata breve e va ancora avanti, andrà ancora avanti e la sorta di effetto buco nero che questo provoca al resto della mia non-vita andrà avanti solo per peggiorare così ho pensato che diamine, non lo vuoi fare “l’ultimo viaggio”? Che detta così sembra una stronzata fatalista e drammatica senza senso ma vi assicuro che si arriva a pensarlo. E non è tendenza al dramma o all’esagerazione è puro e semplice realismo.

Con una malattia che si appropria del tuo corpo e te ne toglie il controllo un pezzo alla volta è inevitabile che arrivi il momento in cui i limiti raggiungono il livello in cui si passa da “viaggiatore” a zavorra.

Ho pianto rendendomene conto sul volo che mi portava a Los Angeles, benché sentissi solo qualche disturbo nella mia testa era chiaro. E’ l’ultima volta.

Una volta messo piede a LAX però, tutto è cambiato.

Riconoscere i luoghi, correre da Alamo e scegliere l’auto che ti accompagnerà per i migliaia di chilometri che cercherai di macinare, prendere con il classico terrore la mega tangenziale losangelegna e pregare di uscirne indenne ma con questa macchina bisogna abituarsi alla tecnologia mancante nella tua smart modello primo ovvero bip che suonano quando ti si avvicinano a destra, a sinistra, allarmi luminosi sugli specchietti……..il delirio!

E finisce che ce la fai, arrivi al primo motel e il bello dei motel è che ti aspetti sempre il peggio e poi trovi camere gigantesche tavoli sedie microonde bollitore… e canali coreani. A questo intoppo purtroppo non c’è stato modo di porre rimedio: per tre giorni solo due canali in inglese di cui uno trasmetteva ininterrottamente speciali sugli abiti del MET gala.

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Il cartello di Hollywood non ti è mai sembrato così bello, la tomba di Marilyn così triste, la via delle stelle così falsa, come i sorrisi dei – bellissimi – commessi dei caffè. A questo punto meglio immergersi nell’oasi fasulla del parco Universal, a bere Burrobirra, trattenere a stento la colazione nella giostra 4D di Harry Potter, passeggiare per Hogsmeade e fare foto storiche con Beetlejuice, Beetlejuice, Beetlejuice. Il tour degli studios è sempre da brividi, osservare quelli Warner in lontananza anche. Chiudiamo con l’orrenda attrazione che ha sostituito la casa degli orrori ovvero The Walking Dead (che se mi segui con la motosega ma poi c’è la tua collega che sbadiglia in divisa è un po’ dura essere pervasi dal terrore) e con Waterworld. Ok il film è orrendo ma lo spettacolo che riescono a mettere su gli attori merita più di una visione.

Next – Vegas. Tralascerei il tutto trattandosi di uno dei posti che detesto maggiormente ma devo obbligatoriamente menzionare che lo spettacolo della fontana del Bellagio con Cher in sottofondo raggiunge livelli di gayezza difficilmente superabili.

D’istinto riprendi l’auto e scappi verso l’Arizona, verso Williams, così familiare, così rannicchiata e sonnolenta di sera, ma con il fidato supermercato aperto fino a tardi dove prendere la cena da scaldare al Country Inn, il motel degli orsetti che trovi ovunque, sui letti, nei comodini, sulle scale OVUNQUE. Perchè? Chi può dirlo. E’ diventato il loro marchio di fabbrica e fa così casa che non mi pongo il problema.

Grand Canyon. Il fiato che si spezza. La bellezza a cui non ti abitui mai, che ti fa chiedere come sia possibile che solo il tempo il vento e l’acqua abbiano creato tutto questo. E’ la natura, bellezza. E finalmente. E la natura la becchiamo tutta, neve, chicchi di grandine come proiettili, diluvio, sole.

E’ tutto, è bello, la stanchezza non esiste.

On the road again. Horseshoe Bend mi spezza le gambe, io che mi aspettavo di parcheggiare e affacciarmi. Non importa, è parte del gioco e cazzo, sono qui apposta per capire se sono viva.

E lo sono, anche se alla fine di tutto mi siedo con i pensionati cinesi a riprendere fiato e a cantare O’ Sole Mio. Horseshoe Bend è un sogno, una pennellata di Dio.

Monument Valley, non aspettavo altro. Arriviamo al tramonto, la luce è pazzesca, non riesci a toglierti dalla strada, allontanarti dai cavalli selvaggi. Guidiamo ancora un po’ fino alla Valley of Gods e poco dopo troviamo il nostro bungalow da sogno. Dalle foto sembrava Tremors, dal vivo è magnifico. Silenzio totale, nessuna luce. Non c’è la tv e non ne sentiamo la mancanza.

Ripetiamo il percorso al contrario, le foto in mezzo alla strada, insieme a decine di presunti Forrest Gump ma hey, solo io sono così preparata da avere lo zaino con scritto RUN FORREST RUN.

Corri Chiara, corri.

Poi dentro la valle con i Buttes che ti paralizzano nella loro ferma, immobile, imponente bellezza. Inoltrarsi tra la polvere, vederli da vicino sotto luci diverse, sporgersi sul John Ford Point ti fa tornare indietro nel tempo. Se poi ti siedi su un cavallo allora, sei subito in Ombre Rosse.

Potrei tranquillamente passarci una settimana in questo posto, se il mondo andasse come deve andare, ma con due settimane di ferie siamo già in macchina per raggiungere Page prima di sera.

Antelope Canyon. Sono passati sei anni dall’ultima volta e nel frattempo è cambiato tutto.

Dal nulla più assoluto (il canyon e un baracchino di legno dove pagare) ad un’organizzatissimo locale con cibo, souvenir di ogni tipo e biglietteria. Ombra divani e ingresso dalla parte opposta rispetto a prima. Il turismo di massa è arrivato anche qui e sono contenta per i Navajo. Un po’ meno per me perchè visitare uno slot canyon pieno di gente è una sfida non facile.

Ma è qualcosa di miracolo e basta alzare la testa per dimenticarsi completamente di essere circondati da persone, basta toccarne i lati per immaginarne la creazione.

Vediamo sia upper che lower e ci mettiamo in viaggio per la prossima tappa: Zion.

Non ci sono mai stata ed è diverso da tutti i parchi visti fino ad ora. Rocce altissime, tanto verde, trails e visuali pazzesche. Va visto, forse con più calma, forse con un fisico un po’ più allenato del mio. Ma a me basta poco e mi accontento di osservare da vicinissimo un gruppo di Bighorns sfidarsi a cornate, mangiare ed allattare in mezzo alla strada per poi saltare su pareti ripidissime come è loro caratteristica.

Tra i drammi dei parchi nazionali americani che drammi non sono di sicuro c’è l’orario di chiusura delle cucine ed è un bel problema. Per fortuna in mezzo a tutta questa natura e americanità c’è il Santo Ristorante Cinese che ci salva ancora una volta.

E ora la Valle della Morte, credo il luogo che attendevo di rivedere con maggiore ansia.

Durante l’ultimo viaggio qui fu il parco che mi affascinò maggiormente, quello che mi diede la sensazione di essere su un altro pianeta, sulla luna, a schivare raggi di sole potenzialmente letali e a respirare calore. Ho amato particolarmente la sensazione chiara e distinta di trovarmi in un luogo estremo, pericoloso, in cui nonostante possa sembrare impossibile la vita questa trionfa. Girini in una pozzanghera, lucertole bianche, asini, fiori, insetti stranissimi sopravvivono comodamente in questi luoghi all’apparenza inospitali.

L’alloggio questa volta è un motel ispirato dalla vicinanza della leggendaria Area 51. Alieni da tutte le parti, luci verdi decorano il portico. L’esperienza nella cittadina di Beatty, letteralmente ad un passo dall’ingresso della Valle, è quanto di più vicino ci possa essere a quell’America chiusa che difficilmente si incontra. Armi ben esposte, bar dove fumare è la regola, richiami ovunque al secondo emendamento, sguardi truci allo straniero all’ingresso. Anche se va detto, i gestori di bar e locali sono disponibili ed educati come sono ovunque. Certo la mentalità in generale è un po’ più vicina a quella parte del Paese che vota e basta senza proclami sui social, la parte patriottica e più legata al territorio e al “glorioso” passato sudista.

Partiamo dunque, ancora intontite dal vento incessante e potentissimo che ci ha perseguitate per tutta la giornata precedente, sotto una leggera pioggerellina che fa strano nella Valle della Morte.

Il Joshua Tree National Park è stupendo, sereno, colorato nella nostra fortunata visita in questa strana stagione che ci regala fiori ovunque, boccioli nella Monument Valley e qui cespugli viola bellissimi, uccellini e ragazzi, Beep Beep! Una mamma Roadrunner con tanti piccoli al seguito stava per attraversare correndo la strada quando – per fortuna – si è fermata ma che emozione!

Il bello di fare un viaggio del genere è proprio avere la possibilità di vedere ecosistemi diversi, animali diversi che appartengono ad ambienti e altitudini diverse, piante che si sono adattate per sopravvivere al deserto e altre che hanno fatto lo stesso ma per sopravvivere al gelo invernale. E’ qualcosa di incredibile avere modo di guardare con i propri occhi quello che la natura può fare ed immergersi totalmente in essa.

L’ultima tappa del viaggio a poco a che fare con la natura quanto invece ha a che fare con la passione, con la libertà e l’amore.

Dopo chilometri di deserto (per nulla attraente, in questo caso), il Salton Sea da una parte lasciato alla sua misera fine di discarica a cielo aperto eccola lì: SLAB CITY.

Chiunque abbia visto Into The Wild la conosce e per chi quel film lo ama visceralmente è quasi un luogo di culto, l’ultimo “luogo libero”. Wow. E’ una parola forte “libertà” anche se ormai viene usata un po’ a sproposito ma dopo aver parlato con alcuni degli abitanti che la libertà ha un significato che si rivolge più ai legami e ai dettami sociali, ad una sorte di ribellione rispetto a come la vita andrebbe vissuta per chissà quale regolamento non scritto. Parlo con Noah che ha lasciato tutto pensando di passare lì qualche mese ma è bravo a dipingere e ora gli altri abitanti gli chiedono dei lavoretti e quindi.. perchè no?

Parlo con un signore alla Salvation Mountain (che merita un capitolo a parte), che piuttosto che attendere un grosso lavoro a portata di mano come costruttore, ha preferito venire qui ed occuparsi della difficile manutenzione dell’opera d’arte di Leonard Knight all’interno di Slab City. E’ un lavoro duro ma gratificante, che fa bene all’anima, dice lui.

Un’altra abitante mi racconta di come arrivata alla pensione ha lasciato New York e i suoi figli perchè il clima del deserto l’avrebbe aiutata ed è così. E’ contenta, aiuta chi non ha l’auto a recarsi in città, sta bene, non prende più antidolorifici.

Al negozio di souvenir facciamo il nostro ultimo incontro per portare a casa qualcosa di questo avamposto di libertà e per lui venire qui era il solo modo di potersi dedicare alla sua arte al 100 %, cosa che fa, oltre a cantare per i passanti in città insieme al suo cane che ha salvato da tempeste e violenza.

Infatti qui vicino sorge East Jesus, un museo a cielo aperto dove gli artisti lavorano ed espongono le proprie opere.

La grande attrazione di Slab City è però Salvation Mountain. Un’enorme opera d’amore universale che per quanto parli di Dio nella sua forma esteriore (la frase God is Love è ripetuta più volte, come le citazioni perdono e redenzione) la sensazione che si prova vedendola e toccandola è qualcosa di più grande, universale appunto.

Qualcosa che si avvicina più all’amarsi in generale che non nell’amare Dio in particolare.

Non farsi del male, rispettarci, rispettare la natura che ci ospita. Amare. Amare. Amare.

E’ questo che predicava Leonard in fondo, l’amore. E che sia riuscito a dargli una forma così spettacolare e imponente mettendoci più di 28 anni è un’ulteriore messaggio, un’ulteriore prova che è possibile amare così tanto.

E’ emozionante starle davanti, toccarla, passarci attraverso e guardare il memoriale con i bellissimi occhi di Leonard che ti guardano, sapendo – sentendo – che si trova lì da qualche parte con un sorrisone enorme, perchè sa che hai capito, perchè sa che chi è lì con me, chi si occupa di sistemare l’opera o di offrire acqua gratis ai turisti ha capito.
Ha raggiunto il suo scopo ed io gliene sono infinitamente grata.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri // Martin McDonagh

•gennaio 13, 2018 • Lascia un commento

Three-Billboards-Outside-Ebbing-Missouri-poster-2

 

Sarà il Missouri, che come ogni stato americano apparentemente del tutto insignificante (vedi Nebraska, North Dakota) mi attrae irrimediabilmente. Sarà che Frances McDormand la trovo una magnifica attrice, nella quale riesco a rivedermi molto più che in altre.
Non so quale sia esattamente il motivo dunque ma Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, lo attendevo come la manna dal cielo e a quanto pare, avevo ragione.

Non è un film patinato né perfetto né con tutte quelle intenzioni di risultare poetico o “artsy” che molto spesso appesantiscono i film indie rendendoli quasi ridicoli nel loro prendersi sul serio.
E’ un film reale, fatto di persone reali che parlano in modo reale e fanno cose cattive anche se non vorrebbero, proprio come le persone reali. Anche i personaggi “buoni” commettono errori perché benché ci si possa sforzare e convincersi di esserlo la perfezione nell’essere umano semplicemente non esiste.

Non c’è perdono e non c’è redenzione a Ebbing, Missouri. C’è la sofferenza di chi ha perso qualcuno e reagisce a modo suo, con rabbia, facendo finta che nulla sia successo o sostituendo la persona amata con una molto simile e c’è lo scontro tra queste modalità di gestione del lutto che sono inevitabili. C’è la sofferenza di chi invece sta perdendo se stesso e cerca di mantenere il controllo sull’unica cosa su cui può ancora decidere.  E’ così anche nella vita di tutti i giorni, quante volte si viene giudicati per come si affronta un dispiacere o una perdita? Quasi ci fosse un modo “giusto” di reagire alla vita e agli ostacoli che ti pone davanti.

Nessuno dei personaggi è simpatico, non lo è neanche la protagonista Mildred Hayes. E’ una donna che soffre, sì, ma non di quel dolore di cui è facile farsi carico, che rende semplice l’empatia. E’ oltre la rabbia, oltre il perdono, oltre la speranza e l’ultima cosa di cui si preoccupa sembrano essere proprio i rapporti umani, anche quelli delle persone a lei più vicine. Per questo ritengo che quello interpretato da Frances McDormand sia un personaggio in cui è più facile (almeno per quanto mi riguarda) identificarsi: perché non sempre la sofferenza è bella da vedere, non sempre la rabbia centra il bersaglio a cui è destinata, non sempre c’è tenerezza nel modo in cui una persona sofferente si pone.

C’è parecchio grigio in questo film, non solo il bianco e nero che spesso rende i personaggi monodimensionali come figure ritagliate da un giornale. Non c’è redenzione ad Ebbing e non ce n’è per nessuno, neanche per il personaggio interpretato da Sam Rockwell, Dixon, che tante polemiche ha causato per le sue battute razziste e per il fatto che si diverta a picchiare i “negri”. Nonostante le sue azioni e nonostante cerchi di redimersi la sua condizione non cambia, anche se forse grazie alla lettera ricevuta dallo sceriffo Willoughby si può intuire che in futuro diventerà meno stronzo.

Ma non ne sarei così certa.

Per buona parte del film si è costretti ad analizzare anche se stessi, mentre ci vengono tirate addosso battute insulti e violenza a volte ad una velocità tale che non è facile rendersi conto del perché si sta ridendo.
Perché ridiamo ad una determinata battuta, siamo in fondo d’accordo con quello che sta succedendo? Cosa avremmo detto o fatto noi?

Credo sia questo in parte il bello dei film che di politicamente corretto non hanno nulla: ti fanno scendere dal piedistallo di persona perbene e ti mettono nella condizione di porti delle domande e far vacillare qualche certezza. Sempre che si sia pronti a farlo, ovviamente.

 
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