JOKER

•ottobre 6, 2019 • Lascia un commento

È un cinecomic? Una domanda che ci perseguita da mesi, come se fosse importante infilare il film in una categoria di modo da poterlo giudicare da una parte o dall’altra. A me non interessa. Probabilmente lo è, un cinecomic, si parla d’altronde di un personaggio di un fumetto DC.
Ma se dimenticassimo per un attimo che quel Joker viene fuori da un fumetto, se dimenticassimo che è già stato ritratto e bene più volte in precedenza?
Guardandolo non ho pensato al fumetto, non ho pensato a quello che so essere il percorso che seguirà. Fin dall’inizio mi sono trovata davanti l’immagine di una persona che per qualche ragione trovavo simile a me.

Joaquin Phoenix fa un lavoro straordinario come straordinario fu quello di Heath Ledger e come mi ha giustamente fatto notare un amico, mette una grande tristezza immaginare cosa avrebbe potuto fare lui con tutto questo spazio, questo spazio immenso, che è stato regalato a Phoenix in questo film.

Il film è fondamenalmente un ritratto, strettissimo (forse per qualcuno un po’ troppo stretto), di Arthur Fleck ovvero Joker prima di Joker. O fino all’inizio di Joker.
È una persona che soffre in qualsiasi momento della sua vita, che si trascina giorno dopo giorno sempre più piegato verso il basso, sempre più magro. Lo circonda la povertà, la malattia della madre e la sua malattia. Danni celebrali che poi scopriamo essere dovuti a violenze che portano attacchi violenti di risate anche quando non ci sarebbe niente da ridere. Attacchi imbarazzanti, invalidanti, recepiti dall’esterno, da persone che difficilmente si prendono la briga di scambiare un sorriso con uno sconosciuto, come strani e pericolosi, un fastidio da spegnere come fosse una radio. E lui ci prova, a spegnersi, le scene in cui Joaquin Phoenix prova a smettere di ridere e la risata si mischia al pianto fino quasi a soffocarlo sono state per me le più difficili da affrontare. Quelle durante le quali mi sarei girata per non guardare. Perché una delle frasi che più mi hanno colpito del film è “The worst part of having a mental illness is people expect you to behave as if you don’t.” Esattamente. La malattia mentale è vista spesso e volentieri come una questione di mancanza di volontà, di mancanza di impegno per guarire come se una persona con il cancro venisse accusata di non impegnarsi abbastanza. Inconcepibile no? Perché quindi dovrebbe essere diverso per la depressione o altre patologie legate alla salute mentale?
Ma lo è.
E forse sarà che la cosa un po’ mi coinvolge, questa domanda Joaquin Phoenix te la spara dritta in faccia per tutto il film ed è la parte di questo personaggio con cui mi è difficile non empatizzare.

La normalità, questa fastidiosa normalità che lo spinge ad inventarsi una vita che non ha, una carriera a cui non può aspirare. A chiedersi se forse la sua morte avrebbe più senso della sua vita (“I hope my death will make more cents than my life”, cents che si pronuncia in modo simile a sense).

Ma poi scopre ciò che gli è stato nascosto per tutta la vita e che lo lega indissolubilmente a Batman e da lì parte la sua spirale discendente in cui l’odio nei confronti di un mondo che l’ha rifiutato e che rifiuta il suo sorriso deridendolo si tramuta in violenza cieca, feroce, irrefrenabile. Ma proprio nel bel mezzo di questa trasformazione c’è una scena poetica, un tributo a chi ha ispirato forse la performance di Phoenix ovvero Charlie Chaplin. Buio in sala, Arthur che vestito da maschera del teatro osserva una scena di “Tempi Moderni” e sorride, estasiato. Le citazioni che riguardano Chaplin non finiscono qui, con l’utilizzo di Smile nella colonna sonora, come già detto in alcune movenze di Phoenix e negli ultimissimi secondi della pellicola.

Il film è bello, simile a Dark Knight sotto diversi aspetti. Ne ho amato molto, a parte ovviamente la performance enorme di Joaquin Phoenix, fotografia e montaggio e la colonna sonora a tratti inaspettata. Un quasi capolavoro, perché difetti ne ha e forse proprio legati all’inevitabile confronto con Nolan.

Sul finale le citazioni e la presenza di Ledger si sentono in modo pesante, nelle inquadrature di lui nella macchina della polizia è impossibile non vedere Heath con la testa fuori dal finestrino e i capelli mossi dal vento, con lo stesso inquietante e libero sorriso.

“La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma una commedia in campo lungo”
Charlie Chaplin

Back.

•Mag 28, 2019 • Lascia un commento

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E’ da un po’ di tempo che non entro in questa casetta virtuale e come dire, questo inizio d’anno spumeggiante mi ha incoraggiata a tornarvi per descriverlo in due righe (beh forse saranno di più, molte di più).

Non che sia successo granché, parlando di vita vera, di intrecci cose fatte viste gente incontrata amici, no, nulla di questo genere. Anzi. Una non-vita.

No no, è tutto successo all’interno del mio corpicino, dove il Lupus ha deciso di risvegliarsi e ragazzi, quando si risveglia questo è più incazzato di quando è domenica mattina e ti svegliano le campane alle sette e mezza del mattino. Incazzato nero. Così a sorpresa mi ritrovo a passare qualche mese in cui non mi era facile ricordare che giorno fosse, addirittura il mese, ad un certo punto.

Mi accorgo subito quando la situazione è davvero grave, perchè mia madre inizia ad andare a messa sempre più spesso anche se vorrei dirle che mamma forse non funziona così, che andare a chiedere aiuto insultando il supposto aiutante non facilita le cose. Ma non le dico niente, ognuno ha bisogno di gestire la rabbia come preferisce, e anche la speranza.

Io mica la gestisco la speranza, non mi sono mai trovata a sperare di uscirne ma piuttosto a sperare che fosse una cosa breve, in un modo o nell’altro. Gli anziani pregavano, di notte. Chiamavano la mamma, piangevano, chiedevano a dio di porre fine alle loro sofferenze. Non l’ho mai fatto, ma è una delle cose più tristi che possa capitare di sentire. Un coro di voci che si liberano del diurno pudore e nel buio comunicano la loro sofferenza. Di giorno no, venivano i parenti e tutto era a posto. Non è forse ancora più triste?

Non è stata breve e va ancora avanti, andrà ancora avanti e la sorta di effetto buco nero che questo provoca al resto della mia non-vita andrà avanti solo per peggiorare così ho pensato che diamine, non lo vuoi fare “l’ultimo viaggio”? Che detta così sembra una stronzata fatalista e drammatica senza senso ma vi assicuro che si arriva a pensarlo. E non è tendenza al dramma o all’esagerazione è puro e semplice realismo.

Con una malattia che si appropria del tuo corpo e te ne toglie il controllo un pezzo alla volta è inevitabile che arrivi il momento in cui i limiti raggiungono il livello in cui si passa da “viaggiatore” a zavorra.

Ho pianto rendendomene conto sul volo che mi portava a Los Angeles, benché sentissi solo qualche disturbo nella mia testa era chiaro. E’ l’ultima volta.

Una volta messo piede a LAX però, tutto è cambiato.

Riconoscere i luoghi, correre da Alamo e scegliere l’auto che ti accompagnerà per i migliaia di chilometri che cercherai di macinare, prendere con il classico terrore la mega tangenziale losangelegna e pregare di uscirne indenne ma con questa macchina bisogna abituarsi alla tecnologia mancante nella tua smart modello primo ovvero bip che suonano quando ti si avvicinano a destra, a sinistra, allarmi luminosi sugli specchietti……..il delirio!

E finisce che ce la fai, arrivi al primo motel e il bello dei motel è che ti aspetti sempre il peggio e poi trovi camere gigantesche tavoli sedie microonde bollitore… e canali coreani. A questo intoppo purtroppo non c’è stato modo di porre rimedio: per tre giorni solo due canali in inglese di cui uno trasmetteva ininterrottamente speciali sugli abiti del MET gala.

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Il cartello di Hollywood non ti è mai sembrato così bello, la tomba di Marilyn così triste, la via delle stelle così falsa, come i sorrisi dei – bellissimi – commessi dei caffè. A questo punto meglio immergersi nell’oasi fasulla del parco Universal, a bere Burrobirra, trattenere a stento la colazione nella giostra 4D di Harry Potter, passeggiare per Hogsmeade e fare foto storiche con Beetlejuice, Beetlejuice, Beetlejuice. Il tour degli studios è sempre da brividi, osservare quelli Warner in lontananza anche. Chiudiamo con l’orrenda attrazione che ha sostituito la casa degli orrori ovvero The Walking Dead (che se mi segui con la motosega ma poi c’è la tua collega che sbadiglia in divisa è un po’ dura essere pervasi dal terrore) e con Waterworld. Ok il film è orrendo ma lo spettacolo che riescono a mettere su gli attori merita più di una visione.

Next – Vegas. Tralascerei il tutto trattandosi di uno dei posti che detesto maggiormente ma devo obbligatoriamente menzionare che lo spettacolo della fontana del Bellagio con Cher in sottofondo raggiunge livelli di gayezza difficilmente superabili.

D’istinto riprendi l’auto e scappi verso l’Arizona, verso Williams, così familiare, così rannicchiata e sonnolenta di sera, ma con il fidato supermercato aperto fino a tardi dove prendere la cena da scaldare al Country Inn, il motel degli orsetti che trovi ovunque, sui letti, nei comodini, sulle scale OVUNQUE. Perchè? Chi può dirlo. E’ diventato il loro marchio di fabbrica e fa così casa che non mi pongo il problema.

Grand Canyon. Il fiato che si spezza. La bellezza a cui non ti abitui mai, che ti fa chiedere come sia possibile che solo il tempo il vento e l’acqua abbiano creato tutto questo. E’ la natura, bellezza. E finalmente. E la natura la becchiamo tutta, neve, chicchi di grandine come proiettili, diluvio, sole.

E’ tutto, è bello, la stanchezza non esiste.

On the road again. Horseshoe Bend mi spezza le gambe, io che mi aspettavo di parcheggiare e affacciarmi. Non importa, è parte del gioco e cazzo, sono qui apposta per capire se sono viva.

E lo sono, anche se alla fine di tutto mi siedo con i pensionati cinesi a riprendere fiato e a cantare O’ Sole Mio. Horseshoe Bend è un sogno, una pennellata di Dio.

Monument Valley, non aspettavo altro. Arriviamo al tramonto, la luce è pazzesca, non riesci a toglierti dalla strada, allontanarti dai cavalli selvaggi. Guidiamo ancora un po’ fino alla Valley of Gods e poco dopo troviamo il nostro bungalow da sogno. Dalle foto sembrava Tremors, dal vivo è magnifico. Silenzio totale, nessuna luce. Non c’è la tv e non ne sentiamo la mancanza.

Ripetiamo il percorso al contrario, le foto in mezzo alla strada, insieme a decine di presunti Forrest Gump ma hey, solo io sono così preparata da avere lo zaino con scritto RUN FORREST RUN.

Corri Chiara, corri.

Poi dentro la valle con i Buttes che ti paralizzano nella loro ferma, immobile, imponente bellezza. Inoltrarsi tra la polvere, vederli da vicino sotto luci diverse, sporgersi sul John Ford Point ti fa tornare indietro nel tempo. Se poi ti siedi su un cavallo allora, sei subito in Ombre Rosse.

Potrei tranquillamente passarci una settimana in questo posto, se il mondo andasse come deve andare, ma con due settimane di ferie siamo già in macchina per raggiungere Page prima di sera.

Antelope Canyon. Sono passati sei anni dall’ultima volta e nel frattempo è cambiato tutto.

Dal nulla più assoluto (il canyon e un baracchino di legno dove pagare) ad un’organizzatissimo locale con cibo, souvenir di ogni tipo e biglietteria. Ombra divani e ingresso dalla parte opposta rispetto a prima. Il turismo di massa è arrivato anche qui e sono contenta per i Navajo. Un po’ meno per me perchè visitare uno slot canyon pieno di gente è una sfida non facile.

Ma è qualcosa di miracolo e basta alzare la testa per dimenticarsi completamente di essere circondati da persone, basta toccarne i lati per immaginarne la creazione.

Vediamo sia upper che lower e ci mettiamo in viaggio per la prossima tappa: Zion.

Non ci sono mai stata ed è diverso da tutti i parchi visti fino ad ora. Rocce altissime, tanto verde, trails e visuali pazzesche. Va visto, forse con più calma, forse con un fisico un po’ più allenato del mio. Ma a me basta poco e mi accontento di osservare da vicinissimo un gruppo di Bighorns sfidarsi a cornate, mangiare ed allattare in mezzo alla strada per poi saltare su pareti ripidissime come è loro caratteristica.

Tra i drammi dei parchi nazionali americani che drammi non sono di sicuro c’è l’orario di chiusura delle cucine ed è un bel problema. Per fortuna in mezzo a tutta questa natura e americanità c’è il Santo Ristorante Cinese che ci salva ancora una volta.

E ora la Valle della Morte, credo il luogo che attendevo di rivedere con maggiore ansia.

Durante l’ultimo viaggio qui fu il parco che mi affascinò maggiormente, quello che mi diede la sensazione di essere su un altro pianeta, sulla luna, a schivare raggi di sole potenzialmente letali e a respirare calore. Ho amato particolarmente la sensazione chiara e distinta di trovarmi in un luogo estremo, pericoloso, in cui nonostante possa sembrare impossibile la vita questa trionfa. Girini in una pozzanghera, lucertole bianche, asini, fiori, insetti stranissimi sopravvivono comodamente in questi luoghi all’apparenza inospitali.

L’alloggio questa volta è un motel ispirato dalla vicinanza della leggendaria Area 51. Alieni da tutte le parti, luci verdi decorano il portico. L’esperienza nella cittadina di Beatty, letteralmente ad un passo dall’ingresso della Valle, è quanto di più vicino ci possa essere a quell’America chiusa che difficilmente si incontra. Armi ben esposte, bar dove fumare è la regola, richiami ovunque al secondo emendamento, sguardi truci allo straniero all’ingresso. Anche se va detto, i gestori di bar e locali sono disponibili ed educati come sono ovunque. Certo la mentalità in generale è un po’ più vicina a quella parte del Paese che vota e basta senza proclami sui social, la parte patriottica e più legata al territorio e al “glorioso” passato sudista.

Partiamo dunque, ancora intontite dal vento incessante e potentissimo che ci ha perseguitate per tutta la giornata precedente, sotto una leggera pioggerellina che fa strano nella Valle della Morte.

Il Joshua Tree National Park è stupendo, sereno, colorato nella nostra fortunata visita in questa strana stagione che ci regala fiori ovunque, boccioli nella Monument Valley e qui cespugli viola bellissimi, uccellini e ragazzi, Beep Beep! Una mamma Roadrunner con tanti piccoli al seguito stava per attraversare correndo la strada quando – per fortuna – si è fermata ma che emozione!

Il bello di fare un viaggio del genere è proprio avere la possibilità di vedere ecosistemi diversi, animali diversi che appartengono ad ambienti e altitudini diverse, piante che si sono adattate per sopravvivere al deserto e altre che hanno fatto lo stesso ma per sopravvivere al gelo invernale. E’ qualcosa di incredibile avere modo di guardare con i propri occhi quello che la natura può fare ed immergersi totalmente in essa.

L’ultima tappa del viaggio a poco a che fare con la natura quanto invece ha a che fare con la passione, con la libertà e l’amore.

Dopo chilometri di deserto (per nulla attraente, in questo caso), il Salton Sea da una parte lasciato alla sua misera fine di discarica a cielo aperto eccola lì: SLAB CITY.

Chiunque abbia visto Into The Wild la conosce e per chi quel film lo ama visceralmente è quasi un luogo di culto, l’ultimo “luogo libero”. Wow. E’ una parola forte “libertà” anche se ormai viene usata un po’ a sproposito ma dopo aver parlato con alcuni degli abitanti che la libertà ha un significato che si rivolge più ai legami e ai dettami sociali, ad una sorte di ribellione rispetto a come la vita andrebbe vissuta per chissà quale regolamento non scritto. Parlo con Noah che ha lasciato tutto pensando di passare lì qualche mese ma è bravo a dipingere e ora gli altri abitanti gli chiedono dei lavoretti e quindi.. perchè no?

Parlo con un signore alla Salvation Mountain (che merita un capitolo a parte), che piuttosto che attendere un grosso lavoro a portata di mano come costruttore, ha preferito venire qui ed occuparsi della difficile manutenzione dell’opera d’arte di Leonard Knight all’interno di Slab City. E’ un lavoro duro ma gratificante, che fa bene all’anima, dice lui.

Un’altra abitante mi racconta di come arrivata alla pensione ha lasciato New York e i suoi figli perchè il clima del deserto l’avrebbe aiutata ed è così. E’ contenta, aiuta chi non ha l’auto a recarsi in città, sta bene, non prende più antidolorifici.

Al negozio di souvenir facciamo il nostro ultimo incontro per portare a casa qualcosa di questo avamposto di libertà e per lui venire qui era il solo modo di potersi dedicare alla sua arte al 100 %, cosa che fa, oltre a cantare per i passanti in città insieme al suo cane che ha salvato da tempeste e violenza.

Infatti qui vicino sorge East Jesus, un museo a cielo aperto dove gli artisti lavorano ed espongono le proprie opere.

La grande attrazione di Slab City è però Salvation Mountain. Un’enorme opera d’amore universale che per quanto parli di Dio nella sua forma esteriore (la frase God is Love è ripetuta più volte, come le citazioni perdono e redenzione) la sensazione che si prova vedendola e toccandola è qualcosa di più grande, universale appunto.

Qualcosa che si avvicina più all’amarsi in generale che non nell’amare Dio in particolare.

Non farsi del male, rispettarci, rispettare la natura che ci ospita. Amare. Amare. Amare.

E’ questo che predicava Leonard in fondo, l’amore. E che sia riuscito a dargli una forma così spettacolare e imponente mettendoci più di 28 anni è un’ulteriore messaggio, un’ulteriore prova che è possibile amare così tanto.

E’ emozionante starle davanti, toccarla, passarci attraverso e guardare il memoriale con i bellissimi occhi di Leonard che ti guardano, sapendo – sentendo – che si trova lì da qualche parte con un sorrisone enorme, perchè sa che hai capito, perchè sa che chi è lì con me, chi si occupa di sistemare l’opera o di offrire acqua gratis ai turisti ha capito.
Ha raggiunto il suo scopo ed io gliene sono infinitamente grata.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri // Martin McDonagh

•gennaio 13, 2018 • Lascia un commento

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Sarà il Missouri, che come ogni stato americano apparentemente del tutto insignificante (vedi Nebraska, North Dakota) mi attrae irrimediabilmente. Sarà che Frances McDormand la trovo una magnifica attrice, nella quale riesco a rivedermi molto più che in altre.
Non so quale sia esattamente il motivo dunque ma Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, lo attendevo come la manna dal cielo e a quanto pare, avevo ragione.

Non è un film patinato né perfetto né con tutte quelle intenzioni di risultare poetico o “artsy” che molto spesso appesantiscono i film indie rendendoli quasi ridicoli nel loro prendersi sul serio.
E’ un film reale, fatto di persone reali che parlano in modo reale e fanno cose cattive anche se non vorrebbero, proprio come le persone reali. Anche i personaggi “buoni” commettono errori perché benché ci si possa sforzare e convincersi di esserlo la perfezione nell’essere umano semplicemente non esiste.

Non c’è perdono e non c’è redenzione a Ebbing, Missouri. C’è la sofferenza di chi ha perso qualcuno e reagisce a modo suo, con rabbia, facendo finta che nulla sia successo o sostituendo la persona amata con una molto simile e c’è lo scontro tra queste modalità di gestione del lutto che sono inevitabili. C’è la sofferenza di chi invece sta perdendo se stesso e cerca di mantenere il controllo sull’unica cosa su cui può ancora decidere.  E’ così anche nella vita di tutti i giorni, quante volte si viene giudicati per come si affronta un dispiacere o una perdita? Quasi ci fosse un modo “giusto” di reagire alla vita e agli ostacoli che ti pone davanti.

Nessuno dei personaggi è simpatico, non lo è neanche la protagonista Mildred Hayes. E’ una donna che soffre, sì, ma non di quel dolore di cui è facile farsi carico, che rende semplice l’empatia. E’ oltre la rabbia, oltre il perdono, oltre la speranza e l’ultima cosa di cui si preoccupa sembrano essere proprio i rapporti umani, anche quelli delle persone a lei più vicine. Per questo ritengo che quello interpretato da Frances McDormand sia un personaggio in cui è più facile (almeno per quanto mi riguarda) identificarsi: perché non sempre la sofferenza è bella da vedere, non sempre la rabbia centra il bersaglio a cui è destinata, non sempre c’è tenerezza nel modo in cui una persona sofferente si pone.

C’è parecchio grigio in questo film, non solo il bianco e nero che spesso rende i personaggi monodimensionali come figure ritagliate da un giornale. Non c’è redenzione ad Ebbing e non ce n’è per nessuno, neanche per il personaggio interpretato da Sam Rockwell, Dixon, che tante polemiche ha causato per le sue battute razziste e per il fatto che si diverta a picchiare i “negri”. Nonostante le sue azioni e nonostante cerchi di redimersi la sua condizione non cambia, anche se forse grazie alla lettera ricevuta dallo sceriffo Willoughby si può intuire che in futuro diventerà meno stronzo.

Ma non ne sarei così certa.

Per buona parte del film si è costretti ad analizzare anche se stessi, mentre ci vengono tirate addosso battute insulti e violenza a volte ad una velocità tale che non è facile rendersi conto del perché si sta ridendo.
Perché ridiamo ad una determinata battuta, siamo in fondo d’accordo con quello che sta succedendo? Cosa avremmo detto o fatto noi?

Credo sia questo in parte il bello dei film che di politicamente corretto non hanno nulla: ti fanno scendere dal piedistallo di persona perbene e ti mettono nella condizione di porti delle domande e far vacillare qualche certezza. Sempre che si sia pronti a farlo, ovviamente.

Dunkirk // Christopher Nolan

•settembre 12, 2017 • Lascia un commento

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Nolan è un grande regista.

Non sempre mi ha convinta e spesso ho mal sopportato la sua costante necessità di spiegare nei suoi film quello che non era necessario spiegare.
Ho sempre trovato questa sua scelta poco coraggiosa, quasi che non volesse rischiare di diventare troppo di nicchia, poco comprensibile al grande pubblico.
Questo però non mi ha impedito di apprezzare la genialità di alcune sue scelte, il perfezionismo che oggi si vede raramente con cui cura ogni singolo aspetto dei suoi film, come la colonna sonora, il suono, la fotografia si fondono creando un insieme che ti rapisce, ti lega alla sedia lasciandoti impotente.

E’ la sua più grande qualità, trasformare il film in un’esperienza totale, che coinvolge ogni senso.
E questo è quello che ha fatto con Dunkirk all’ennesima potenza.

Un film di guerra senza sangue, un film di guerra senza  nemici, quei tedeschi che non vengono mai neanche nominati se non in una battuta e con un termine slang inglese.
Non sono loro i protagonisti di questa battaglia in particolare, anche se sono i protagonisti della guerra. Questa battaglia è dell’Inghilterra e per l’Inghilterra, la ritirata in funzione della vittoria finale.

Personaggi senza nome perché non importa, è la guerra e in guerra tutti hanno un solo desiderio: tornare a casa.
È uno dei pochi casi in cui non ho sentito la necessità di sapere di più, di vedere flashback della loro vita, di cosa li aspettava, cosa si erano lasciati dietro, perché non è necessario. C’erano 400.000 soldati sulla spiaggia di Dunkirk e tutti avevano un motivo più che valido per voler tornare a casa, per sopravvivere.

Nolan – questo mi ha sorpresa molto considerata la sua passione per il racconto stratificato, per il retroscena, per passato e presente che si fondono e si inseguono – non ti chiede di affezionarti a questo o a quell’uomo, ti porta direttamente dentro la loro esperienza e quando ci sei dentro capisci che vuoi vivere, non importa perché. Vuoi uscire vivo dalla nave affondata, dall’aereo ammarato, dal mare di gasolio in fiamme. Sei sulla spiaggia, nella barca ammarata, sei su quel molo e ti abbassi perché non vuoi che la bomba cada proprio lì, su di te.

Gli eroi veri poi, se vogliamo trovarne in un evento che storicamente è ricordato come un fallimento per l’esercito britannico, sono proprio quegli inglesi che con le loro barche rischiarono tutto per attraversare la manica e salvare chi stava combattendo per loro.
È il patriottismo, da noi spesso associato a qualcosa di negativo, che come concetto ci è distante e sconosciuto e che può sembrare ridondante, retorico al limite del fastidioso.
Ma a pensarci bene perché? Non è forse il concetto di patria e l’amore per essa qualcosa a cui aspirare?

Dunkirk dura “solo” 106 minuti, poco per gli standard attuali: e grazie al cielo aggiungerei. Sarebbe stato difficile sopportare un’esperienza così totalizzante e ansiogena (farei un discorso a parte solo sull’utilizzo della scala Shepard se solo avessi le competenze necessarie), per un tempo superiore.
Ma è un’esperienza che va fatta e nel miglior modo possibile. Niente RIP scadenti e schermi del PC, neanche un bluray potrà rendere giustizia a questo che è cinema nel senso più puro del termine, può essere visto solo in sala.

E se volete un consiglio, fatelo al più presto.

But You Gave Me Something To Remember

•febbraio 8, 2016 • Lascia un commento

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Io ed E avevamo questa consuetudine, nata un lontano e gelido giorno di gennaio.

Quella sera saremmo dovute andare a vedere il nuovo Allen ma la vista di un centro di Milano completamente innevato bloccò tutti i propositi di fedeltà alleniana. Così invece di chiuderci in sala andammo in giro un po’ camminando un po’ cadendo per Milano, ridendo e lanciandoci addosso palle di neve cosa che credo di non avere mai fatto nemmeno da bambina.
In tutto questo ci avvicinammo a casa mia e tra una caduta fortuita e un rotolarsi addosso del tutto consapevole ci ritrovammo completamente fradice.

La ricordo come una delle più belle serate della nostra storia, anche perché di serate in realtà ce ne sono state poche.

Una volta a casa mia, tolti gli abiti ghiacciati e messi ad asciugare, indossò una maglia (ricordo che era quella di calcio dell’Irlanda del Nord) scelta accuratamente nel mio armadio e con addosso solo quella prese a camminare per la stanza, spulciando qua e la, cosa che non aveva mai fatto prima e nella mia libreria, nascosta dietro ad una pila di libri trovo La Divina Commedia.

Lauerata in lettere, e con tesi proprio su Dante, in realtà non è che ne avesse bisogno, della mia stupida minuscola edizione economica, per citarlo a memoria…ma quella sera decise di sedersi e leggermela.
Misi ( ) dei Sigur Ros, lei prese i suoi occhiali e così, con addosso solo la mia maglia, si sedette sulla poltrona e iniziò a leggere.

Saranno stati gli occhiali (e gli occhiali da vista in una donna che non li mette mai sono una cosa che mi annienta seduta stante), saranno stati i Sigur Ros, sarà stata la neve… o forse sarà stato proprio Dante… di chiunque sia il merito / la colpa credo che fu quella la sera in cui mi innamorai.

E da quella sera, è diventato il nostro rito, l’unica abitudine in una storia dove non ce ne sono mai potute essere.

In uno di questi riti decidemmo di chiamare la sua bambina Beatrice, se lui non avesse opposto resistenza, e così fu in effetti. Lui non ha mai opposto resistenza e non ha mai provato interesse per nulla che la riguardasse, quindi non mi sorpresi quando mi disse che sì, le aveva dato il NOSTRO nome.

Qualche anno dopo, quasi per sancire la fine del pezzo di vita trascorso insieme e per cercare di riempire il silenzio del mio rancore che non accennava a scomparire, il nostro rito è ricominciato.

Che cosa strana, tornare in quella casa, e per prima cosa (nel vero senso della parola, senza esagerare) notare la sua assenza.
L’ho percepita subito e non so perché non mi sia arrivata quell’ondata di euforia che mi aspettavo. Non era quello che volevo, in fondo, che lui se ne andasse?

Sarà che non ha ancora sistemato e che quindi i rettangoli vuoti sulle pareti (cosa che mi ha dato da pensare.. pensavo che i ricchi imbiancassero..che so…una volta all’anno? Non mi immaginavo aloni, intorno ai quadri nelle case dei ricchi) sono un segno piuttosto eloquente di vuoto e in effetti non ci vuole molto sforzo a percepire che c’è qualcosa che si è cercato disperatamente di cancellare.

E quindi non ci sono più le foto del matrimonio, del viaggio di nozze e delle loro vacanze sborone, i primi piani fastidiosi di lui.. al loro posto, per ora, solo qualche foto di Beatrice, e il vuoto.
Le riproduzioni di quadri impressionisti intuisco se li sia portati via lui, perché al loro posto per ora non c’è nulla. E so che lei detesta le pareti vuote.

Solo dopo queste prime considerazioni “visive”, e senza la tanto attesa euforia che mi aspettavo di provare entrando nella casa sapendo che lui l’aveva lasciata posso finalmente concentrarmi sul motivo per il quale sono lì.
E ciò che ricordavo bello ora lo è di più, ciò che è cambiato è cambiato in meglio. Gli occhi e il sorriso sono proprio come li ricordavo e come è sempre successo riescono a paralizzarmi e demoliscono ogni tipo di difesa per quanto io possa essermi preparata.

Mi ci vuole qualche minuto, dunque, a prendere in mano la situazione, a girare il viso durante il nostro saluto e a sedermi a debita distanza.
Non ho alcuna intenzione di toccarla, non oggi, è importante che capisca ciò che ha fatto e che mi ha fatto passare e finchè non ne sarò convinta, ci saranno solo conversazioni.

E silenzi.
Parecchi, devo dire.
E quando piange, piange da sola, perché non sarò io quella che consola, non stavolta.

Io prendo Beatrice e la porto a giocare in camera sua..e quanto sembra più piccola, ora che i giochi si sono moltiplicati, e lei è cresciuta.

Nel tragitto noto che i quadri sono spariti dappertutto..nei corridoi, e da quello che posso intravedere, anche in camera da letto.

Tornando da lei noto una cosa che prima mi era sfuggita e tra le mensole scorgo proprio quella minuscola Divina Commedia, la mia.
Non ho potuto fare a meno di sorridere e deporre per un momento le armi, chiedendole di prendere i suoi occhiali, e ricominciare a leggere.

Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di puerizia fosse,
volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:

conosco i segni de l’antica fiamma”.

Books To Remember // Dave Eggers, Erano solo ragazzi in cammino

•febbraio 2, 2016 • Lascia un commento

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Ok, è ufficialmente diventata un’ossessione.
Scoprire qualcosa e sentire che tutti, ma proprio TUTTI dovrebbero sapere che esiste…e’ una sensazione che capita poche volte ma quando capita è magnifico.. e l’ultima volta mi è capitato, parlando di libri, con “Il petalo cremisi e il bianco” di Faber.

La mia ultima ossessione invece è il libro di Dave Eggers “Erano solo ragazzi in cammino – autobiografia di Valentino Achak Deng”.
Innanzitutto un libro diverso rispetto al tipico ‘libro di Eggers’, un libro in cui lui non c’e’.
C’e’ solo Achak in questo libro,c’e’ lui da bambino e grazie a lui scopri l’Africa che non conosci, l’Africa lontana dai villaggi vacanza…l’Africa delle grandi famiglie, delle capanne, dei villaggi e delle tradizioni inspiegabili..e per un momento dimentichi che la storia di Achak e’ la storia del Sudan, e che cio’ che c’e’ di affascinante e’ destinato a finire.
Infatti l’infanzia di Achak finisce presto, con l’invasione e la distruzione del suo villaggio da parte dei murahaleen.

E da li comincia il suo verso l’Etiopia, prima, e il Kenya dopo.

E ti parla Achak,ti parla rivolgendosi a tutti gli americani che incontra e che sono indifferenti alla storia di chi ha scelto Il loro come paese in cui vivere.. Si rivolge a loro e si rivolge a te e ti chiede “Hai mai visto cominciare una guerra? Immagina il tuo quartiere, e immagina adesso le donne che urlano, i bambini gettati nei pozzi. Guarda i tuoi fratelli esplodere. Ti voglio con me. Laggiù”.
Per la maggior parte del libro la gola ti si stringe ad intervalli regolari,e ti vien voglia di chiuderlo e di smettere di leggere.. perchè non stavi forse meglio senza saperle certe cose?

“Era un mondo davvero corrotto, quello che permetteva a me di seppellire un bambino come William K.”

La sofferenza, la morte.
La morte di un bambino che si siede,appoggia la testa ad un albero e si lascia morire. E la sofferenza di un bambino che quel suo migliore amico non vuole lasciarlo in balia degli avvoltoi,e cosi’ lo seppellisce.

Lo potete immaginare?

La violenza,di una donna che chiama Achak e i suoi compagni di viaggio dicendo ‘sono vostra madre venite da me’ per poi tirare fuori un fucile dall’erba e sparare,uccidendoli.

Dei bambini.

Lo potete immaginare?

E potete immaginare uno dei nostri straviziati bambini con il cellulare a otto anni che si sdraia scalzo e quasi cieco,sul sentiero verso l’ennesimo campo profughi,e decide di morire,li e subito,per trovare la pace?

Ci ho messo un sacco di tempo,rispetto al solito,a leggere questo libro.
Perche’ ad alcune cose non riesci a crederci. Così torni dietro, e scopri che si, hai letto bene.

Ma nel libro c’e’ anche speranza perché dopo tutta questa sofferenza, Achak e’ fra I ‘ragazzi perduti’ del Sudan, cioe’ quelli che dal Sudan sono riusciti a scappare e stanno tentando di ricominciare a vivere. Nelle difficoltà, certo, perchè nel libro di Eggers non c’è spazio per la fiaba ne’ per il suo tipico lieto fine, c’è solo realta’: la realtà di Achak.

Alejandro González Iñárritu // The Revenant

•gennaio 28, 2016 • Lascia un commento

0108-The-Revenant

Non ho studiato cinema.

Ho provato a leggerne e lo sto tutt’ora facendo, china su libri di studio che avrei tanto voluto utilizzare come chi me li ha prestati.

Invece no, nessuna scuola di cinema, solo tanta passione trasmessami da mio padre che fin da quando ero piccola mi ha permesso di vedere film che forse altri genitori non avrebbero ritenuto consoni.
Gliene sono grata e lo sarò sempre perché senza quei film, senza Kubrick che magari non capivo ma che mi portava a farmi delle domande, senza Coppola, senza le commedie degli anni 80, senza Meryl Streep Al Pacino De Niro e Dustin Hoffman forse non proverei per il cinema quello che provo ora.

Amore. Nel senso più puro del termine.

Amore per il cinema che, di riflesso, me lo fa riconoscere quando lo vedo sullo schermo Questo mi è capitato con The Revenant.

Ho sentito la potenza della passione di un regista per la sua opera, un regista che ha saputo comunicarla a tutti quelli che lavoravano con lui e che sono rimasti (non tutti, certo) nonostante la fatica, gli imprevisti e la durata “colossale” delle sue riprese.

La passione di Di Caprio per quello che è il SUO mestiere, ma nella sua performance e nella sua dedizione al progetto non c’è solo quello.

L’aspetto dello sfruttamento del nostro pianeta e delle sue risorse è un tema forte anche se forse bisogna scavare un po’ sotto la superficie per rendersene conto.
Uno dei dialoghi più sentiti del film è quello in cui “Elk Dog” trattando con i francesi dice “ci avete rubato tutto, ci avete rubato la terra, gli animali, tutto”. E’ importante perchè non solo è vero per i nativi americani per i quali è tutt’ora un dramma, ma è vero in tante altre parti del mondo. Questo film parla per la terra, a difesa della terra ed è lei una delle protagoniste del film.

Glass combatte contro di essa, rinasce, lotta, soffre. La terra diventa il grande ostacolo da superare per compiere la sua vendetta. La vendetta contro chi ha ucciso suo figlio (l’immenso Tom Hardy ), contro chi lo detesta perche non può concepire uno stile di vita lontano dal suo, quel mischiarsi con persone considerate inferiori, selvagge. La rabbia lo tiene in vita, non gli fa sentire il freddo, lo fa rinascere dalla morte presunta dopo essere stato quasi divorato da un Grizzly.

E’ una storia vera, pare, una di quelle leggende che hanno plasmato l’America di frontiera: prima di incontrare la natura selvaggia gli europei erano solo ospiti in cerca di tesori. Dopo averla accettata e fatta propria, sono diventati Americani.

Non lo nascondo, trovo The Revenant un film immenso.
La fotografia di Lubetzki è semplicemente perfetta, parte integrante del film.
In alcune scene si sostituisce ai dialoghi, ne fa parte, commuove. La scelta di utilizzare solo ed esclusivamente luce naturale rende quell’America primordiale ancora più reale e l’esperienza cinematografica (proprio come per Birdman) diventa imperativa per goderne appieno.

Un altro aspetto importante è, ovviamente, la vendetta. Ci sono un buono e un cattivo ma non è una vendetta alla Tarantino per intenderci, una vendetta che da soddisfazione e che è l’inizio di una nuova vita, una ripartenza. No, in questo caso Inarritu ci regala una vendetta cercata ossessivamente, faticosa al limite del surreale ma che, una volta compiuta, non lascia nulla se non il vuoto, la stanchezza e la solitudine. Glass non può ricominciare, non ha più suo figlio non ha sua moglie. Ha vinto, certo, ma cosa ha veramente conquistato?

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